Roma, Museo di Roma
ETTORE SCOLA. NON CI SIAMO MAI LASCIATI
curata da Silvia Scola e Alessandro Nicosia
promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
organizzata e realizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare
con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura
dal 2 maggio al 13 settembre 2026
Roma, 01 maggio 2026
C’è, nell’atto di tornare su una figura che ha abitato il nostro immaginario collettivo, una sottile ambiguità: si rischia sempre di trasformare la memoria in monumento, e il monumento in un oggetto muto. La mostra Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati, ospitata al Museo di Roma a Palazzo Braschi nel decennale della scomparsa, elude con intelligenza questo pericolo, scegliendo invece di restituire un organismo vivo, attraversato da tensioni, ironie e contraddizioni. Non un omaggio, dunque, ma una conversazione differita, che continua a interrogare il presente.
L’impianto espositivo si muove lungo una linea narrativa che rifiuta la rigidità cronologica per privilegiare un andamento più vicino alla memoria stessa: stratificato, intermittente, talvolta digressivo. È in questa scelta che si riconosce una coerenza profonda con lo sguardo dell’autore celebrato, per il quale la realtà non era mai un dato univoco, ma una tessitura di relazioni, di sguardi incrociati, di piccoli eventi capaci di illuminare la Storia. La prima sezione, dedicata all’uomo, non indulge nella retorica delle origini, ma individua nei luoghi della formazione – Trevico e l’Esquilino – le coordinate di un apprendistato sentimentale e civile. La provincia irpina e la Roma del dopoguerra non sono semplicemente scenari biografici, ma matrici di uno sguardo che si nutre di distanza e appartenenza insieme. È qui che si comprende come la sua attenzione per le marginalità, per le esistenze sospese tra aspirazione e disincanto, non sia mai stata una posa intellettuale, bensì una postura etica.
L’ingresso nel mondo del Marc’Aurelio segna un passaggio decisivo: la satira, lungi dall’essere un esercizio di stile, diventa uno strumento di conoscenza. Le vignette, i bozzetti, le annotazioni esposte in mostra – e giustamente valorizzate come “sceneggiature visive” – rivelano un metodo di lavoro fondato sull’osservazione minuta, quasi entomologica, dei comportamenti. I tic, le esitazioni, le piccole meschinità quotidiane non vengono mai giudicate, ma restituite nella loro irriducibile complessità. In questo senso, la transizione dalla pagina al cinema non appare come una cesura, bensì come un ampliamento del campo visivo. La sezione dedicata all’artista insiste su questa pluralità di linguaggi, evitando però la tentazione di una catalogazione didascalica. Lo sceneggiatore, il disegnatore e il regista non sono figure distinte, ma declinazioni di un’unica attitudine narrativa. Le sceneggiature originali, accostate agli appunti manoscritti e ai materiali giornalistici, restituiscono il laboratorio di un autore che costruiva i propri film come dispositivi corali, in cui la voce individuale si intreccia sempre a un contesto più ampio.
È significativo che opere come C’eravamo tanto amati, Brutti, sporchi e cattivi o Una giornata particolare emergano non tanto come capolavori isolati, quanto come nodi di una rete discorsiva che attraversa l’intero Novecento italiano. In esse si riconosce una capacità rara: quella di coniugare l’analisi storica con una leggerezza apparente, che non è mai superficialità, ma piuttosto una forma di pudore. Raccontare il dolore, le disuguaglianze, le trasformazioni sociali senza cedere al patetico è forse uno degli insegnamenti più duraturi di questa poetica. La terza sezione, dedicata a Roma, costituisce il cuore pulsante dell’intero percorso. Qui la città non è semplicemente rappresentata, ma pensata come un organismo narrativo. Le immagini, i filmati, gli oggetti di scena restituiscono una geografia affettiva in cui le periferie dialogano con i salotti borghesi, le terrazze con i cortili, in un continuo slittamento tra pubblico e privato.
Roma diventa così il luogo in cui le storie individuali si fanno storia collettiva, e viceversa. Ciò che colpisce, attraversando questa sezione, è l’assenza di qualsiasi idealizzazione. La città appare nelle sue contraddizioni, nelle sue ferite, nelle sue trasformazioni spesso traumatiche. E tuttavia, proprio in questa rappresentazione non edulcorata, si coglie un gesto di profondo amore: la volontà di non sottrarre nulla alla verità dell’esperienza. È un amore che non consola, ma comprende. L’apparato documentario, arricchito da materiali inediti provenienti da archivi pubblici e privati, contribuisce a costruire una narrazione che è al tempo stesso intima e collettiva. Gli oggetti – la macchina da scrivere, le sedie da regista, i ciak – non sono feticci, ma tracce di un fare, indizi di un processo creativo che si è sempre nutrito di concretezza.
Persino il trench appartenuto a Federico Fellini, evocato come reliquia laica, funziona meno come elemento celebrativo e più come segno di una comunità artistica, di un dialogo continuo tra autori. In questo senso, la mostra riesce a restituire anche la dimensione relazionale di questo cinema: un cinema fatto di incontri, di collaborazioni, di scambi. Le testimonianze raccolte nel catalogo, così come i materiali audiovisivi, ampliano ulteriormente questo orizzonte, suggerendo come l’eredità dell’autore non risieda soltanto nelle opere, ma nelle tracce che esse hanno lasciato negli altri. Particolarmente rilevante è la scelta di rivolgersi a un pubblico ampio, senza rinunciare alla complessità. Le attività formative e gli approfondimenti non appaiono come elementi accessori, ma come parte integrante di un progetto che intende riaffermare il valore del cinema come strumento di accesso culturale.
In un’epoca in cui la fruizione audiovisiva tende alla frammentazione e alla velocità, questa mostra propone invece un tempo diverso: un tempo della visione che è anche tempo della riflessione. Si potrebbe obiettare che ogni operazione retrospettiva comporti inevitabilmente una selezione, e dunque una perdita. Ma qui la selezione appare guidata da un principio chiaro: non costruire un canone, bensì aprire un dialogo. Non fissare un’immagine definitiva, ma restituire una molteplicità di sguardi. Alla fine del percorso, ciò che resta non è tanto la celebrazione di una carriera, quanto la sensazione di aver attraversato un modo di guardare il mondo. Photocredit Marino Festuccia
Roma, Museo di Roma: “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”