Roma, Spazio Diamante: ” Le vacanze dei signori Lagonìa”

Roma, Spazio Diamante
“LE VACANZE DEI SIGNORI LAGONÌA”
Drammaturgia Francesco Colella e Francesco Lagi
Regia Francesco Lagi
con Francesco Colella e Giovanni Ludeno
Scenografia Salvo Ingala

Costumi Sara Fanelli
Disegno Suono Giuseppe D’Amato
Disegno luci Martin Emanuel Palma
Organizzazione Regina Piperno
Produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi
Uno spettacolo di Teatrodilina
Roma, 06 maggio 2026
C’è una frase di Roland Barthes, nei Frammenti di un discorso amoroso, che ritorna con una precisione quasi crudele davanti a questo spettacolo: «L’amore è un linguaggio che si consuma nel suo stesso uso». È esattamente questo consumo — lento, invisibile, inesorabile — che Le vacanze dei signori Lagonìa porta in scena con una radicalità che non chiede permesso. Non accade nulla. Ed è qui che accade tutto. Una spiaggia indistinta, due sedie a sdraio, un ombrellone che potrebbe appartenere a qualsiasi estate italiana sedimentata nella memoria. Marisa e Ferdinando Lagonìa sono lì, immobili e insieme attraversati da un movimento sotterraneo: lei parla, senza tregua, come se la parola fosse l’ultimo baluardo contro la dissoluzione; lui tace, o meglio, risponde per sottrazione, per minimi slittamenti del volto, per una grammatica corporea che sostituisce il linguaggio. Non dialogano: persistono. La regia di Francesco Lagi costruisce un dispositivo apparentemente elementare, in realtà calibrato con precisione quasi entomologica. Qui il teatro non rappresenta, ma osserva, isola, disseziona. Non c’è scenografia che protegga, non c’è azione che distragga: lo spettatore è costretto a sostare dentro una relazione che non evolve, ma si consuma. E allora si ride. Si ride davvero, spesso. Ma è una risata instabile, che scivola rapidamente verso il disagio. Perché quei due — Marisa logorroica, Ferdinando chiuso in un mutismo solo apparente — non sono mai maschere: sono figure riconoscibili, troppo riconoscibili. Non caricature, ma residui di realtà. Francesco Colella e Giovanni Ludeno costruiscono una partitura attoriale di impressionante precisione. Colella dà vita a una Marisa debordante, ossessiva, la cui parola non è mai semplice comunicazione ma necessità vitale, flusso continuo che riempie il vuoto e lo nega. Ludeno, al contrario, lavora per sottrazione: il suo Ferdinando sembra arretrare, ma in realtà occupa lo spazio con una presenza muta e densissima, dove ogni gesto minimo diventa significato. Tra i due non c’è conflitto nel senso tradizionale, ma una forma di coesistenza sedimentata, quasi biologica. È qui che lo spettacolo compie il suo gesto più radicale: sottrae all’amore ogni retorica, ogni illusione narrativa, restituendolo come abitudine, come dipendenza, come residuo. Non si resta insieme per scelta. Si resta perché si è rimasti. La trama è ridotta all’essenziale: una giornata di mare in Calabria, scandita da battibecchi, lamentele, ricordi confusi e piccole ossessioni quotidiane. Ma in questa apparente insignificanza si condensa un’intera vita condivisa. Ogni parola, ogni silenzio, ogni gesto contiene decenni di convivenza, di attrito, di sopravvivenza reciproca. Il mare, mai davvero visibile, incombe come una presenza mentale. Non è paesaggio, ma possibilità: fuga, fine, o forse semplice indifferenza. I Lagonìa non lo guardano mai davvero. Sono chiusi in un microcosmo autoreferenziale, incapaci di aprirsi a qualsiasi orizzonte che non sia quello, ristretto, della propria ripetizione. Ed è proprio nella ripetizione che il tempo si manifesta. Non come scorrimento, ma come accumulo. Ogni frase, ogni gesto, ogni pausa è un deposito. Non c’è sviluppo, non c’è climax: c’è solo una lenta stratificazione, come sabbia che si deposita senza che ce ne si accorga. In questo senso, Le vacanze dei signori Lagonìa si colloca in quella linea del teatro contemporaneo che rifiuta la narrazione per lavorare sulla durata. Ma qui non c’è compiacimento formale. C’è, piuttosto, una brutalità quieta, una lucidità che non concede vie di fuga. Lo spettatore è messo alla prova. Non tanto nella comprensione, quanto nella resistenza. Quanto tempo siamo disposti a restare dentro una relazione che non cambia? Quanto siamo disposti a riconoscere noi stessi in quella immobilità? Non tutti reggono. Ed è giusto così. Perché questo non è teatro che cerca consenso. È teatro che espone. Che insiste. Che scava. E quando le luci si abbassano, non c’è un vero finale. Non potrebbe esserci. I Lagonìa restano lì, sospesi in una vacanza che non è pausa, ma condizione permanente. Non tornano, non partono: restano. Come restano le cose che non abbiamo mai davvero concluso. È un teatro che non racconta, ma consuma. E, nel consumarsi, lascia una traccia sottile, difficile da rimuovere. Forse proprio perché non offre nulla da ricordare — se non una sensazione precisa: quella di aver assistito non a una storia, ma a un tempo.