Torino, Auditorium Toscanini: “Quartetto Itaca” dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI

Auditorium RAI “Arturo Toscanini”, di Torino – Le Domeniche dell’Auditorium
QUARTETTO ITACA” dell’OSN RAI
Violini Alice Costamagna, Antonella D’Andrea
Viola Giorgia Cervini
Violoncello Michelangiolo Mafucci
Alfred Schnittke: Quartetto per archi n.3 (1983);  Giya Kancheli:”Night prayers” (da Life without Christmas) per quartetto d’archi e nastro magnetico (1992 arr.1994); Béla Bartók: Quartetto per archi n.3, BB93, SZ85 (1927)
Torino, 3 maggio 2026
La Domenica dell’Auditorium RAI torna a sorprenderci assai positivamente sia con l’eccezionalità del programma presentato che per l’eccellenza delle esecuzioni. Alfred Schnittke e soprattutto il georgiano Giya Kancheli, pur facendo parte di quella nutritissima galassia di compositori sovietico-russi post Šostakovič, vissuti a cavallo della caduta del muro di Berlino, (9 novembre 1989), non hanno ancora raggiunto, almeno in Italia, una notorietà che gli consenta un sicuro inserimento nei cartelloni concertistici. Di quel nutrito gruppo d’artisti il solo Arvo Pärt, e forse più per pigrizia dei programmatori che per meriti dell’interessato, conta presenze sufficientemente costanti. Schnittke, quantunque russo di nascita è, viste le origini famigliari, sostanzialmente un ebreo tedesco, inviso al regime staliniano, trattenuto nella terra dei vincitori. Amico e allievo di Šostakovič, non ne condivide appieno i legami ancestrali con la terra che forzatamente lo ospita e che lui si affretterà ad abbandonare appena gli sarà concesso. Lo struggimento per la libertà, la cultura e la musica d’oltre Cortina si rinfocola continuamente con l’approccio, cercato o casuale, con gli spartiti, che si ritrova tra le mani, dei musicisti delle avanguardie europee. Su di essi fantastica e cerca instancabilmente di svelarne i meccanismi; si costruisce così un suo mondo fatto di eclettismo e di un personale Barocco intessuto con fantasiosi e contrastanti collages di varie epoche e stili. Pezzi alla maniera di, costruiti come concerti grossi arricchiti da forme e da strutture che finalmente lo consacrano tra i musicisti più decisivi e sinceri dell’ultima metà del ‘900. Significativo è l’esempio del Quartetto n.3, in esecuzione odierna, l’inizio è con tre brevi citazioni consecutive: 4 battute dello Stabat Mater di Orlando di Lasso, seguite da altre 3 dal 16° quartetto di Beethoven e dal DSCH, monogramma del nome di Šostakovič, riferimento e nume tutelare. Le tre parti della composizione, andante – agitato – pesante, seguono gli incipit nel clima raccolto e quasi religioso dell’avvio. Il Quartetto Itaca della RAI adotta una visione intima e concentratissima, sono esclusi gli approcci clamorosi e disturbanti. I quattro musicisti rendono il pezzo con scorrevole spontaneità come risultasse loro assolutamente abituale e non vi trovassero difficoltà di sorta, né nelle concordanze ritmiche né nelle combinazioni armoniche. L’esecuzione, seguita con molta attenzione dal pubblico, suscita apprezzamenti e applausi. Seguono, precedute da una (troppo) essenziale presentazione di Alice Costamagna, primo violino del quartetto, le misteriose Night Prayers di Giya Kancheli. Molte e prolungate frasi in pianissimo, al limite dell’udibile, sono pausate, incalzate e cozzate da fulminanti interventi in fortissimo. La presentatrice sottolinea lo sforzo che il Quartetto deve sostenere per paragonarsi all’effetto che si avrebbe se fossero affidate, come forse nella mente del compositore, alla piena orchestra. Il finale, affidato alle distorsioni di un nastro magnetico, porta un mugugnante canto di un coro monastico che chiude comunque con una limpida voce infantile che intona il salmo Domine, exaudi orazionem meam. Gli strumenti del Quartetto rimangono fissi e flebilmente sospiranti in sottofondo: quasi fossero alle prese con una suggestiva aureola di un santo. Oltre ai preziosi intrecci dei due violini di Alice Costamagna e di Antonella D’Andrea, si fanno lodare le sonorità ora soffuse ora dirompenti, ora sul ponticello ed ora sui tasti, come gli staccati e i pizzicati, della viola di Giorgia Cervini e del violoncello di Michelangiolo Mafucci. Dopo la pausa dell’intervallo, una rapida retromarcia di più di mezzo secolo e un approdo nell’Ungheria degli anni 20 del ‘900. Il grande impero asburgico si è sfasciato e, in solido con esso, il mondo musicale che si è trovato impreparato ad affrontare tempi cupi. I generi sono rimasti intatti, come quando Haydn inventava il Quartetto d’archi o la Sinfonia ad Eszterháza, ma i contenuti, almeno nelle opere di Bartok, hanno subito tragiche metamorfosi. Dall’eccitazione nazionalista e folk della giovinezza, carica dei ritmi e dei giri armonici delle campagne transilvane e magiare, che lui, musicista e avventuroso etnomusicologo, raccoglieva in registrazioni primordiali, alle altrettanto eccitanti innovazioni delle opere fauve alla Stravinskij. La Grande Guerra con le sue trincee e i guasti e gli odi residuali, aveva chiusi i sentieri di ricerca del professore di Budapest che cercava ormai suggerimenti e ispirazione dalle partiture delle musiche nuove che percorrevano l’Europa. Rifiutato l’apparentamento con la tradizione austro-tedesca, a Bartok pare naturale volgere il suo sguardo verso i cugini slavi. Il Quartetto n.3 si colloca in questo spazio di transizione. Il Quartetti Itaca della RAI ne fornisce una prospettiva moderata e classica. Un educato, corretto e forse anche eccessivamente accademico confronto tra le parti che coscientemente evitano scosse eccessive ed effetti troppo marcati. Il pubblico, come in tutte queste occasioni, è quantitativamente contenuto; felicemente non risultano altrettanto moderati gli applausi e le approvazioni di una platea prevalentemente giovanile. La RAI fatica a promuovere queste manifestazioni mattutine della domenica, nessun foglio di sala, in questo caso sarebbe stato utilissimo, nessuna fotografia e niente streaming video. La registrazione audio c’è stata e verrà diffusa da RAIRADIO3 la prossima domenica, 10 maggio alle 10,30. Soprattutto per questi concerti, l’ascolto dal vivo è tutt’altra cosa, ma quando non si abbia alternativa, attaccarsi alla radio è un’opportunità da cogliere comunque.