Venezia, Teatro Malibran, Stagione Sinfonica 2025-2026 della Fondazione Teatro La Fenice
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Ton Koopman
Maestro del Coro Alfonso Caiani
Soprano Giulia Semenzato
Mezzosoprano Margherita Maria Sala
Tenore Kieran White
Basso Adolfo Corrado
Wolfgang Amadeus Mozart: “Ave verum corpus” mottetto per orchestra in re maggiore KV 618; Messa dell’incoronazione per soli, coro e orchestra in do maggiore KV 317; Sinfonia n. 40 in sol minore KV 550
Venezia, 2 maggio 2026
Tre titoli della produzione del Grande Salisburghese costituivano il programma del presente concerto, che vedeva sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro La Fenice un grande interprete di riferimento per quanto riguarda il repertorio settecentesco e barocco: Ton Koopman. Ancora una volta graditissimo ospite presso il tempio della musica veneziano, il celebrato direttore olandese è, non a caso, il vincitore del Premio “Una vita nella musica 2026” – creato nel 1979 da Bruno Tosi –, giunto quest’anno alla trentottesima edizione. In apertura e chiusura di serata due composizioni dell’ultimo Mozart – il mottetto “Ave verum” e, rispettivamente, la Sinfonia KV 550 –, inframezzate dalla Krönungsmesse (Messa dell’Incoronazione), risalente al 1779. Sacro e profano convivevano nel corso di questa serata in cui il classico dominio delle forme non escludeva – nel primo e nell’ultimo brano – l’espressione, già preromantica, del mondo interiore del sommo musicista o – nella Messa – il ricorso a tipici stilemi del melodramma. Ma può essere utile, a questo proposito, richiamare alcune riflessioni di Wittgenstein sulla musica. Il filosofo viennese considera l’Arte dei Suoni una forma di comunicazione diretta, che non può essere tradotta efficacemente in parole. Proprio come l’aroma del caffè, che tutti conoscono per esperienza diretta, ma che nessuno potrebbe far conoscere come cosa in sé – cioè senza paragonarlo a qualcosa d’altro – a chi non l’avesse mai assaggiato. Dunque, rapportarsi alla musica di Mozart, mettendone in risalto questo o quel sottinteso biografico oppure il prevalere, qua e là, della componente classica o di quella preromantica, finisce per essere un esercizio non proprio indispensabile. Ne era consapevole, a quanto pare, un musicista come Ton Koopman, che – come altri grandi direttori di ieri e di oggi – ha affrontato i tre titoli mozartiani, di cui sopra, con l’esperienza profonda di un eccellente artigiano, disposto a confrontarsi con questo repertorio confidando nel proprio senso estetico, nella propria intuizione, e quindi guardando dentro la partitura, senza sovrastrutture preconcette. La lettura – senza dubbio storicamente informata – proposta dal maestro olandese ha rivelato soprattutto il suo piacere di fare musica, di immergersi in questi capolavori, che secondo Massimo Mila “non sono che armonia e bellezza”. Superlativa la prova offerta dall’Orchestra e dal Coro – istruito da maestro Caiani – nell’intonare, tra eleganza nel fraseggio e rigore stilistico, il delicato mottetto eucaristico “Ave verum corpus”, l’ultimo lavoro sacro portato a termine da Mozart poco prima della morte, una delle sue pagine di più nobile afflato religioso, quasi che sia stata ispirata da una visione celeste. Gioiello musicale, meraviglioso ed enigmatico, dalla scrittura trasparente e lineare, ma anche carica di dolce mestizia, il mottetto si è confermato una sublime espressione – al pari delle parti compiute del Requiem – dell’intima religiosità dell’autore. Quanto alla Messa KV 317, essa inaugura la nuova serie di composizioni sacre del periodo salisburghese, iniziato nel gennaio 1779, dopo l’ultimo, fallimentare viaggio, compiuto da Mozart insieme alla madre. La Krönungsmesse – una Missa brevis come prescriveva l’arcivescovo Colloredo – è prevalentemente corale, ma prevede interventi solistici rilevanti dal sapore melodrammatico. Indimenticabile il gesto direttoriale di Koopman, volto a sottolineare con scrupolo ogni dettaglio di carattere dinamico o agogico a beneficio dell’imponente organico vocale e strumentale, che gli stava di fronte. Davvero encomiabili, per fraseggio e adeguatezza stilistica, le voci: squillante Giulia Semenzato, morbidamente pastosa Margherita Maria Sala, vocalmente omogeneo Kieran White, timbratissimo Adolfo Corrado. Nel brevissimo, solenne Kyrie, si segnalava il Coro, la cui perentoria entrata era subito seguita da un piano. Quindi i solisti si alternavano intonando “Kyrie eleison” su un nuovo tema più cantabile, per poi intrecciarsi nel “Christe eleison”. Il Gloria, dopo la prima parte corale, vedeva intervenire, nella sezione centrale (“Benedicimus te”), i solisti, in alternanza con il coro o impegnati in brevi passaggi contrappuntistici, fino alla ripresa della prima sezione. Il Credo, dopo un’introduzione orchestrale, basata su un tema marziale – poi ricorrente – procedeva in un modo tumultuoso, che si interrompeva nella parte centrale, dove le voci dei solisti – nell’“Et incarnatus est” – rievocavano la Crocifissione con accentuata tensione, placatasi su “et sepultus est”, prima della ripresa del trascinante tempo iniziale (“Et resurrexit”) e del lungo “amen” finale. Al solenne Sanctus, dai ritmi puntati, si contrapponeva il delicato, cantabile Benedictus, affidato ai solisti, che si intrecciavano nell’Osanna corale, veloce e danzante. Nell’Agnus Dei l’iniziale, struggente aria del soprano solista (simile a “Dove sono i bei momenti” nelle Nozze di Figaro) si animava nel “dona nobis pacem”, per prolungarsi e svilupparsi variamente, portando alla solenne conclusione della Messa.Chiudeva la serata la Sinfonia n. 40 in sol minore, dove convivono – a detta della critica – stilemi apollinei e aspetti già preromantici o stürmisch, una prorompente potenza espressiva e una straordinaria padronanza delle tecniche compositive, ravvisabile, quest’ultima, nell’uso ricorrente del doppio contrappunto. Assolutamente convincente è risultata l’interpretazione del maestro Koopman, sorretto da un’Orchestra sensibile e partecipe. Il Molto allegro iniziale, si apriva con il palpitante tema anapestico in sol minore – poi rielaborato contrappuntisticamente –, percorso, come tutto il movimento, da un’inquietudine sotterranea, che il secondo tema in tonalità maggiore, dal carattere più aggraziato, non riusciva a fugare. Una magistrale tecnica contrappuntistica si è pienamente apprezzata anche nell’Andante, velato da una tenue malinconia, così come nel successivo Menuetto, che con il suo ostinato contrappunto esprimeva un’ansia sottile, interrotta dal Trio, unico squarcio sereno dell’intera sinfonia. Un’agogica concitata connotava il conclusivo Allegro assai, da cui traspariva quella sotterranea inquietudine, già notata in precedenza. Intensamente espressivo, lo sviluppo – uno dei più drammatici scritti da Mozart – procedeva, tra ardite modulazioni, arresti, ripartenze, passaggi fugati –, fino alla repentina conclusione della sinfonia. Una serata costellata da pieno successo per tutti.
Venezia, Teatro Malibran: Serata mozartiana con Ton Koopman