Anna Netrebko: “Verismo”

Anna Netrebko: “Verismo”
Francesco Cilea: “Io son l’umile ancella” (Adriana Lecouvreur); Umberto Giordano: “La mamma morta” (Andrea Chénier); Giacomo Puccini: “Un bel dì vedremo” (Madama Butterfly), “Signore ascolta!, “Tu che di gel sei cinta (Turandot); Ruggero Leoncavallo: “Qual fiamma…Stridono lassù” (Pagliacci); Alfredo Catalani: “Ebben? Ne andrò lontana” (La Wally); Arrigo Boito: “L’altra notte in fondo al mare” (Mefistofele); Amilcare Ponchielli: “Suicidio!” (La Gioconda); Giacomo Puccini: “Vissi d’arte” (Tosca), “In questa reggia” (Turandot), “In quelle trine morbide”, Atto IV. Anna Netrebko (soprano), Yusif Eyvazov (tenore). Coro e orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Antonio Pappano (direttore): Registrazione: Roma, Auditorium Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, luglio-ottobre 2015 – giugno 2016. T.Time: 72.02. 1 CD Deutsche Grammophon 470 5013

Sono pochissimi gli artisti odierni capaci di attirare e dividere il pubblico a ogni nuova proposta come Anna Netrebko, in quanto non solo è una delle cantanti più significative dei nostri giorni ma è anche una delle pochissime autentiche personalità del teatro lirico contemporaneo.
Questa nuova produzione non delude le attese e non mancherà di far discutere gli appassionati anche per la scelta dei brani, tutti molto noti e quindi tutti suscettibili d’innumerevoli confronti. Il titolo “Verismo” è di per se sviante; di brani autenticamente veristi ne sono proposti pochi e forse in senso stretto uno soltanto, l’aria di Nedda da “I pagliacci” di Leoncavallo, dal momento che “Andrea Chenier” e “Adriana Lecouvreur” rappresentano i tentativi dei rispettivi autori di superare i limiti dell’estetica verista per aderire a forme più proprie del naturalismo francese. Non può certo essere definito verista Puccini, se pur anch’esso appartenente alla cosiddetta Giovane Scuola, e ancor meno il termine si adatta ai compositori della precedente generazione scapigliata come Ponchielli, Boito o Catalani. Ma fatte salve le riflessioni terminologiche e forse anche il desiderio di ascoltare qualche brano meno noto e scontato del ricco repertorio italiano a cavallo del secolo – e il sontuoso abbigliamento orientale sfoggiato in copertina dalla Netrebko avrebbe fatto pensare almeno a qualche estratto di “Sakuntala” di Alfano – i motivi di interesse non mancano.
In primo luogo ad accompagnare la Netrebko vi è Antonio Pappano alla guida dell’Orchestra di Santa Cecilia e subito si nota una direzione che non è per nulla di routine ma sempre perfettamente aderente alle ragioni drammatiche dei singoli brani – si senta la scossa tellurica che accompagna la morte di Liù o i colori cupi, misteriosi, opprimenti che immettono nel carcere di Margherita – che supera la semplice bellezza del velluto orchestrale. L’unico appunto che si può fare a Pappano è quello di allargare forse un po’ troppo certe agogiche ma si tratta di una scelta di gusto che non inficia la qualità complessiva.
Posta in apertura di programma “Io son l’umile ancella” introduce tanto il programma quanto l’artista; della Netrebko si apprezzano subito la pienezza e la rotondità della voce, la maliosa bellezza di un timbro tondo, morbido, vellutato ma capace d’improvvise illuminazioni, ma soprattutto la maturità di un’artista capace di sfruttare anche i propri limiti tecnici come l’emissione sempre un po’ di gola e la presenza del tipico vibrato delle voci slave a fini espressivi e di costruzione del personaggio. Tutti elementi che ritroviamo nella successiva “La mamma morta” dove con forza ancora maggiore emerge il talento di artista della Netrebko in una lettura vibrante e coinvolgente.
Sorprende in “Un bel dì vedremo” la capacità di piegare la propria voce alle esigenze del personaggio con la cantante che trova un timbro più chiaro, terso, giustamente giovanile senza però nulla perdere in fatto di robustezza così come gli acuti hanno non solo squillo ma una pienezza e un’omogeneità di suono in vero rilevanti. E in questa linea si pongono tanto le due arie di Liù tanto quella di Nedda dove il canto coniuga la leggerezza aerea degli uccelli evocati del testo con una sontuosità timbrica e un’intensità emotiva raramente ascoltate.
Seguono i tre brani della stagione scapigliata. “Ebben? Ne andrò lontana” non è solo benissimo cantato. Va riconosciuto, infatti, alla Netrebko il merito di interpretare e di non abbandonarsi solo alla bellezza della voce; la grande scena di Margherita da “Mefistofele” è uno dei momenti più riusciti della registrazione: nel cupo, allucinato carcere stagliato da Pappano la voce della Netrebko diviene essa stessa profonda, come affondata nello stesso baratro mentre le improvvise, illuminate volatine di “ma qual passero di bosco” trasmettono veramente il brivido di una speranza esistente solo nella follia. Ho forti dubbi che la Netrebko possa oggi sostenere integralmente il ruolo di Gioconda ma è innegabile che l’energia trasmessa nel declamato iniziale di “Suicidio!” non può non colpire e ancor più riuscito è il contrasto con l’abbandonarsi al canto nella sezione successiva.
Si torna a Puccini per la parte conclusiva del recital. “In questa reggia” da “Turandot” è forse il brano più sorprendente della registrazione: quella della Netrebko è una Turandot forse non così drammatica come tradizione vorrebbe ma comunque solida, dalla cavata ampia e dagli acuti ricchi e squillanti. Il soprano sa soprattutto essere un personaggio così che finalmente non si ascolta un automa ma una ragazza nel cui animo ribolle un magma di passioni soffocate e ancor per questo più devastanti che erompono in un canto dove l’austera freddezza non riesce a celare una sensualità repressa ma sempre più montante. Chiude un’ampia selezione di “Manon Lescaut” che comprende “In quelle trine mordide” e una parte significativa del IV atto. La Netrebko comincia aerea, leggera e giovanile e fa maturare il personaggio in un crescendo espressivo in cui la capacità di giocare con il timbro e con i colori è essenziale in una tensione drammatica sempre più crescente in cui tutta la passionalità della tradizione rivive riaggiornata con il gusto e la pulizia stilistica proprie dei nostri tempi. Al suo fianco il des Grieux di Yusif Eyvazov non può certo confrontarsi a lei per velluto vocale ma rispetto ad altre occasioni la voce è decisamente più centrata, il volume di suono importante e ben controllato, gli acuti sicuri e dal buono squillo. Inoltre– e la cosa ancor più importante – è palese l’intesa con la Netrebko così che le due voci si fondono splendidamente sia sul piano vocale – sia su quello interpretativo contribuendo alla riuscita  dei brani proposti. Dopo i meno esaltanti  tentativi belcantisti, la Netrebko sembra aver trovato la strada ideale da percorrere in questa fase della carriera e c’è solo da sperare che i bellissimi boccioli di questo recital possano definitivamente sbocciare sulla viva realtà del palcoscenico. L’album è pubblicato in varie edizioni. La Limited edition, contiene un DVD nel quale sono inseriti i 3 brani da “Adriana Lecouvreur”, “Madama Butterfly” e “Andrea Chénier” eseguiti in concerto dalla Netrebko alla Suntory Hall di Tokyo, il 18 marzo 2016. accompagnata dalla Tokyo Philharmonic Orchestra diretta da Jader Bignamini.

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1 comment

  1. Mario Fedrigo

    Anna Netrebko ha una voce molto bella, calda, pastosa e con un buon volume. Sempre intonata, mai calante anche nei passaggi più impervi (vedi Casta Diva e cabaletta). Trovo inutile qualsiasi tentativo, come fanno alcuni, di paragonarla a Maria Callas. La Callas è la Callas e basta.
    Tornando alla Netrebko invito a guardarla mentre canta. Non troverete mai un atteggiamento del viso che possa indicare sofferenza: è sempre molto composta e non torce mai la bocca. E’ sempre spontanea come se parlasse. Sul momento non ci si fa caso proprio perché il suo atteggiamento è naturale, spontaneo appunto. Brava!!! e poi è anche molto bella.

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