Bari, Teatro Petruzzelli:”Carmen”

Bari, Teatro Petruzzelli:”Carmen”

Bari, Teatro Petruzzelli, Stagione Lirica 2012
“CARMEN
Dramma lirico in quattro atti di Henri Meilhac e Ludovic Halévy,  dalla novella omonima di Prosper Mérimée
Musica di GEORGES BIZET
Carmen EKATERINA METLOVA
Micaëla SASHA DJIHANIAN
Don José  RICHARD TROXELL
Escamillo  COREY CRIDER
Frasquita MARTA CALCATERRA
Mercedes ANTONELLA COLAIANNI
Il dancairo ALESSANDRO BATTIATO
Il remendado GIANLUCA FLORIS
Zuniga GIANLUCA BREDA
Morales MICHAEL ANTHONY McGEE
Uno zingaro ALDO ORLANDO
Una venditrice OLGA PODGORNAYA
Orchestra, Coro della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari
Coro di voci bianche “Juvenes Cantores
Direttore Lorin Maazel
Maestro del coro Franco Sebastiani
Maestro del coro di voci bianche Luigi Leo
Regia William Kerley
Scene e Costumi Tom Rogers
Coreografie Domenico Iannone
Nuovo allestimento in  coproduzione con il Festival di Castleton (Virginia)
Bari, 30 gennaio 2012
L’importazione della Carmen di Maazel sulle scene del Petruzzelli da quelle del Castleton Festival (inaugurato nell’estate 2009) non s’è rivelata un’operazione pienamente riuscita. Per quanto il giudizio critico qui formulato si basi sull’ascolto dell’ultima delle cinque recite in programma, sembra che la mancata comunicazione dell’erotismo e dello spirito tragico di cui è intrisa l’opera di Bizet non sia da imputare a un calo adrenalinico degli interpreti. Di fatto ciò che aveva funzionato in Virginia, all’interno di uno spazio scenico informale è collassato nel politeama barese. L’invadenza delle scene di Tom Rogers – di qualità ottima, beninteso, degna dei grandi studios americani – ha ingolfato i movimenti di cori e comparse sottraendo il gioco dialettico (squisitamente tragico) tra sfondo e primo piano, tra coralità e solista, tra le passioni e loro rifrazioni. Da questa scelta scenografica (che tra l’altro modificava in peggio alcuni dettagli dell’allestimento americano relativi alla taverna del II atto) poco attenta a sfruttare appieno le potenzialità del nuovo Petruzzelli, sono derivati una regia ingessata nonché forti problemi di sincronia e intonazione per il Coro della Fondazione Petruzzelli (in genere sempre impeccabile sotto la guida di Franco Sebastiani) e per il gruppo di voci bianche Juvenes Cantores, diretto da Luigi Leo. La scelta del regista William Kerley di collocare la vicenda all’inizio dell’infausta stagione franchista si è posta senza alcun clamore in linea con l’odierna tendenza a postdatare le ambientazioni dei melodrammi (fabbrica di sigari o di munizioni, traje de faralaes o salopette da operaie poco cambia); non è certo qui il problema (anzi, il quadro finale con le bandiere spagnole scolorite e consunte possedeva una carica simbolica di grande suggestione) bensì nell’inadeguatezza gestuale, nell’assenza di un codice mimico chiaro (sia esso realistico o astratto). Se è impossibile riproporre l’intensità attoriale della Tragédie de Carmen di Peter Brook (che è pur sempre un film), è tuttavia auspicabile che un cast così giovane sappia innescare un’adeguata fascinazione corporea. Questo inefficace utilizzo della corporeità si è riscontrato anche nella coreografia di Domenico Iannone quasi impaurita di sconfinare in un esotismo di maniera messo al bando dal regista. A compensare la maldestra espressione gestuale dello spettacolo è però giunta la solida preparazione vocale della triade principale: il mezzosoprano moscovita Ekaterina Metlova ha dato vita a una Carmen dal timbro scuro e, a tratti, intenzionalmente ruvido, volgare, in perfetta sintonia con la parte; il tenore americano Richard Troxell, vocalmente generoso fino a sconfinare talora nella scompostezza, è stato capace di variare sottilmente le modalità di emissione nel IV atto per adeguarle alla degenerazione morale di Don José; il soprano canadese Sasha Djihanian, ha dato sfoggio di una voce di limpidezza cristallina, perfetta metafora dell’animo di Micaela. Ancora in fase di maturazione son parsi, al contrario, i due baritoni statunitensi Corey Crider (un Escamillo poco convincente) e Michael Anthony McGee (Morales), peraltro già diretti in altre occasioni da Maazel. Più che dignitosa la prova degli artisti italiani Gianluca Breda (Zuniga), Marta Calcaterra (Frasquita, in tandem con Laura Macrì) e Antonella Colaianni (Mercedes), sebbene ancora acerbi nella gestione dei pezzi d’assieme e abborracciati nella pronuncia francese (come pure i tenori comprimari Gianluca Floris, Remendado, e Alessandro Battiato, Dancairo). L’Orchestra della Fondazione Petruzzelli (in continua crescita; una risorsa preziosa per la qualità di vita a Bari e dintorni, preziosa come l’acqua) si è mostrata all’altezza della prestigiosa bacchetta di Maazel (il sodalizio, nato a Washington nell’estate 2011, continuerà di nuovo a Bari e in Virginia) che per la gioia dei pugliesi si è concesso a dibattiti e interviste televisive parlando in un italiano fluente. Forse proprio perché assorbito da tanto sforzo ‘pubblicitario’ l’ottantunenne Maazel ha declinato con stanchezza non pochi passaggi dell’opera – in particolare, nel terzo atto (il più critico), l’ensemble III.3, l’air di Micaela III.5 e lo sfilacciato Final – che in tal modo non s’è sottratta al rischio della monocromia e dell’eccessiva dilatazione agogica complessiva. Ma questo non ha avuto troppa importanza perché, in fondo, il pubblico voleva Maazel più che Carmen; a lui, presente in carne e ossa a Bari, sono andati gli applausi. L’interprete ha sovrastato l’opera. Foto Carlo Cofano – Teatro Petruzzelli di Bari

 

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