Ferrara, Teatro Comunale: “La Cenerentola”

Ferrara, Teatro Comunale: “La Cenerentola”

Ferrara, Teatro Comunale, Stagione lirica 2014
“LA CENERENTOLA, ossia La bontà in trionfo
Melodramma giocoso in due atti
su libretto di Jacopo Ferretti
Musica di Gioachino Rossini
Don Ramiro LU YUAN
Dandini CLEMENTE DAILOTTI
Don Magnifico UMBERTO CHIUMMO
Clorinda CATERINA DI TONNO
Tisbe ELISA BARBERO
Angelina CHIARA AMARÙ
Alidoro FABRIZIO BEGGI
Un maggiordomo LORENZO REGAZZO
Orchestra Città di Ferrara
Voxonus Choir
Direttore Sergio Alapont
Maestro del coro Alessandro Toffolo
Regia Lorenzo Regazzo
Scene e costumi Guia Buzzi
Disegno luci Roberto Gritti
Coproduzione Teatri e Umanesimo Latino S.p.A. – Treviso e Fondazione Teatro Comunale di Ferrara
Ferrara, 9 Febbraio 2014

In attesa (si spera) di vederla completata nella prossima stagione con L’italiana in Algeri, la trilogia rossiniana al Comunale di Ferrara si arricchisce di un secondo tassello: dopo il convincente Barbiere di Siviglia con la regia di Italo Nunziata della scorsa stagione, La Cenerentola ha fatto registrare il sold out. La direzione del teatro, d’intesa con il Comunale di Treviso, col quale è coprodotto lo spettacolo, anziché affidarla alle cure di un regista di grido, ha incaricato Lorenzo Regazzo, certo molto più noto come cantante barocco e rossiniano, di condurre in porto l’operazione. Senza indugio, diciamo subito che la scoperta di questo nascosto lato del bravo basso veneziano ci piace e in larga parte ci entusiasma.
La sua regia è un vulcano esplosivo di idee allo stesso tempo esilaranti e garbate, operate nel rispetto di Rossini e nella salvaguardia della sana comicità del libretto. Con la complicità delle scene e dei costumi di Guia Buzzi
e dell’accurato disegno luci di Roberto Gritti, l’ambientazione viene spostata ai giorni nostri con le sorellastre voracemente ghiotte di musica e giornali di gossip l’una,  e biscotti del Mulino Bianco l’altra. Don Magnifico è invece un nostalgico degli anni ’60, adora Elvis (con tanto di gigantografia nel salone) al punto da emularne l’abbigliamento e la capigliatura. «Il cantone» di Cenerentola è invece, forse un po’ più forzatamente, un asse da stiro con una cesta di panni e una rella: la giovane reclusa svolge attività da tintoria. Don Ramiro (o Dandini, se preferite) è il bodyguard di un principe molto trendy che direttamente dalle favole eredita il colore dell’abito e del mantello: azzurro. A proposito di favola, anche sotto questo punto di vista Regazzo ha le idee chiare… e le chiarisce al pubblico. Sulle ultime battute della sinfonia Alidoro si prepara per svolgere la sua missione alla ricerca di un «cor sincero»: il suo maggiordomo (che altri non è se non lo stesso Regazzo) gli porta vari oggetti da mettere in valigia; fra questi giustappunto una zucca e soprattutto una scarpetta adagiata su di un morbido cuscino. Elementi che Alidoro rimanderà prontamente indietro, preferendovi ovviamente lo smaniglio. Proprio la scarpetta costituirà una sorta di fil rouge comico della rappresentazione, con il maggiordomo che testardamente proverà più vote a rifilarla ad Alidoro o alla stessa Cenerentola come soluzione ad ogni problema. Se una critica deve essere mossa al disegno registico, essa deve riguardare proprio il personaggio di Angelina, che viene privato della sua componente larmoyante e diviene una donna dal carattere e dai tratti spesso eccessivamente temperamentosi. Ne consegue che alcuni momenti perdano quel pizzico di pathos che dovrebbe caratterizzarli: il riferimento è ovviamente al quintetto «Signor, una parola» e soprattutto al duetto con Ramiro, che da coup de foudre viene declassato ad uno scambio di confidenze fra personaggi fisicamente troppo distanti.
Di contro Regazzo merita un plauso non solo per aver costruito per sé dal nulla e con un sano pizzico di inventiva il ruolo del maggiordomo tuttofare, ma soprattutto per non aver ceduto alla tentazione di accaparrarsi il ruolo di Alidoro (nel quale peraltro è assai esperto), cedendo lo scettro ad una giovane voce proveniente dal vivaio del Carlo Felice di Genova. Fabrizio Beggi, che peraltro si disimpegna assai bene nel ruolo del precettore. La sua prestazione si rivela infatti convincente del punto di vista interpretativo mentre la voce, da autentico basso cantante,  robusta sana e salda è maggiormente incline alla vocalità staccata della prima parte dell’opera (strepitoso il suo ingresso in «un tantin di carità») e ai recitativi (intonati sontuosamente) che al canto sostenuto e legato della grande aria «Là del ciel nell’arcano profondo»: qui qualche suono fisso (specie all’attacco del cantabile) non gli impedisce comunque di ricevere l’applauso convinto del pubblico. Ad ogni modo, le carte in regola per maturare ancora il ruolo ci sono davvero tutte, impazienti attendiamo poi Beggi al cimento con i ruoli principali dell’opera seria rossiniana. Riascolto dopo tanti anni (15 per la precisione, dai tempi di un Don Giovanni a Sassari, ndr) Umberto Chiummo. A dispetto degli anni, che passano per tutti ed anche per la sua voce che inizia a farsi leggermente velata, riconosco al suo Don Magnifico il carisma di un grande interprete in grado di mascherare alcune imperfezioni nella vocalità (non così marcatamente rossiniana) con una trascinante verve scenica. Ciò detto il suo patrigno convince in particolare per l’ammirevole tecnica di respirazione nel sillabato, che scivola chiarissimo con disinvoltura e facilità. Una volta scavalcati alcuni “incidenti di percorso” nella (difficilissima) cavatina di sortita, il Dandini di Clemente Daliotti, teatralmente efficace ed esilarante, è di bella e schietta vocalità baritonale. Il punto di forza della sua prestazione resta però, insieme ad un valido fraseggio, il canto di agilità, che a dispetto della giovane età già è padroneggiato con grande accortezza e gusto. Lu Yuan, alle prese con il temibile ruolo di Don Ramiro,
è un interprete assai spigliato, forte di una buona presenza scenica. La voce, che appartiene alla famiglia dei tenori contraltini (sullo stampo di William Matteuzzi), nella sua elegante leggerezza è preziosa nel registro centrale, dove il cantante è capace di attacchi morbidi (come quello del duetto, ad esempio), accattivante nel registro medio. Gli acuti però, inclini a sonorità nasalizzate o al falsettone, mancano di quel peso al quale altri interpreti ci hanno abituato; il canto di agilità poi è in più punti ancora spigoloso e gutturale. Yuan merita però un premio speciale: in questo nostrano proliferare indistinto di voci dell’est che intonano parole senza una piena consapevolezza del loro dire, Yuan lascia il segno proprio per la sensibile padronanza dell’italiano (che ha imparato così bene tanto da avere la “zeppola”), sicché il suo canto possiede una piena consapevolezza della parola e una gradevole e rispondenza fra gesto e linea melodica.
Sono invero piuttosto restio a consegnare frettolosamente palme della gloria a giovani stelle del firmamento lirico, anche perché spesso hanno poi tradito, in preda ai fumi del successo, gli iniziali entusiasmi, volgendo lo sguardo verso repertori inadatti al loro organo vocale. Tuttavia sono felicissimo, nell’occasione, di fare una piacevole eccezione alla regola: la Angelina di Chiara Amarù deve essere a pieno titolo inserita fra le migliori di questo secolo. E i motivi sono molteplici. Anzitutto vocali, poiché finalmente (dopo anni di magra e qualche astro) siamo in presenza di una voce di autentico mezzosoprano rossiniano e di un’artista intelligente e raffinata in grado di piegare il suo organo alle esigenze della parte. L’artista siciliana, che fortunatamente per noi pare abbia scelto Rossini come suo terreno d’elezione, sposa la causa del pieno recupero stilistico della vocalità di un personaggio troppo spesso bistrattato da belcantiste improvvisate o da colleghe che ne hanno affrontato la scrittura con la stessa mentalità e lo stesso stile con i quali hanno affrontato quella di altri compositori. Angelina ritrova così la sua giovanile freschezza, la luminosità di un canto sincero in cui le esigenze del belcanto si sposano a quelle di un personaggio che vive sulla scena una vita totalmente differente da quella degli altri protagonisti semplicemente perché, a differenza di loro, è così straordinariamente umano. Chiara Amarù trasmette questo (e molto altro ancora) con una voce che è tale perché alla consapevolezza del dono ha unito la serietà dello studio, la maturità della scelta del repertorio e la gioiosa determinazione della sua sana sicilianità. La cantante è quindi assolutamente maiuscola sotto tutti i punti di vista, dell’intonazione, del timbro, del colore sempre vario, della musicalità coerentemente raffinata, della varietà delle intenzioni nel fraseggio; accenti, inflessioni, smorzature sono già quelli della rossiniana di rango. Sbalordisce poi come le bellissime bruniture del suo timbro (con le quali conquista nella Canzone) si dissipino nei passi di coloratura, sciorinati garantendo un saldo appoggio ad ogni volatina, dedicando un amore particolare ad ogni singola nota; la precisione è quindi maniacale (e il suo rondò strappa giustamente l’ovazione), l’attenzione elevatissima, altrettanto il rispetto straordinario della scrittura, della quale sa bene di essere una umile interprete. Alla Amarù, che evidentemente possiede lo straordinario dono di far apparire estremamente semplici anche le volatine più impervie, auguriamo di cuore di preservare intatta quella sapienza con la quale ha intrapreso il suo cammino belcantistico e di continuare ad approfondire il dialogo con la musica rossiniana, dalla quale «più se ne cava, più ne resta a cavar».
Una volta segnalata la bravura straordinaria e la frizzante simpatia di Caterina Di Tonno
 ed Elisa Barbero nei ruoli Clorinda e Tisbe, nonché averle ringraziate per la sportività e la voglia di mettersi in gioco con le quali hanno accolto e fatto proprie le idee della regia, rimane da dire della direzione d’orchestra, che è stata l’anello debole dello spettacolo. Sergio Alapont,
alla guida dell’Orchestra Città di Ferrara,
conferma e in parte amplifica quelle perplessità già emerse lo scorso anno in occasione della sua lettura del Barbiere di Siviglia. Se allora la direzione fu viziata da una eccessiva e leziosa quadratura, questa volta, desideroso di imprimere alla partitura una nota pre-romantica, la sua bacchetta annoia non poco, fin dalla sinfonia, ridotta ad un mero esercizio di articolazione. I tempi vengono completamente fraintesi e mortalmente dilatati (salvo poi subire improvvisi accelerazioni) con una conseguente quanto evidente discrasia con la vorace rapidità delle trovate registiche; i rallentando, inseriti ad libitum, oltre a  sballare il rapporto fra palcoscenico e buca, destabilizzano i cantanti, che vorrebbero invece lasciarsi coinvolgere e persuadere dal ritmo della scrittura rossiniana. Convince poco anche la gestione dei crescendo, a cui mancano quelle accattivanti e seducenti vigoria e varietà, per le quali ogni nota dovrebbe essere, sul piano del volume, differente dalla precedente e dalla successiva. Da questa eccessiva intellettualizzazione del discorso musicale, la frizzante scrittura orchestrale esce svilita e privata di quell’istintiva malizia che la caratterizza. Perfino l’orchestra Città di Ferrara appare sottotono, sfibrata, avara di accenti e timbriche, monotona e monocroma, oltre che scollata dalle voci alle quali spesso è venuto meno il sostegno della strumentazione. Molto bene invece il Voxonus Choir 
diretto da Alessandro Toffolo. Successo sincero di pubblico con applausi convinti al cast e meritatissima ovazione alla protagonista dopo il suo accattivante rondò. Foto Marco Caselli Nirmal.

 

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