“Carmen” all’Opera di Roma

“Carmen” all’Opera di Roma

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione Lirica 2013/2014
“CARMEN”
Opera in quattro atti dal romanzo di Prosper Mérimée libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halevy
Musica di Georges Bizet
Carmen CLEMENTINE MARGAINE
Don José  DMYTRO POPOV
Escamillo KYLE KETELSEN
Micaela ELEONORA BURATTO
Frasquita HANNAH BRADBURY
Mercédès THERESA HOLZHAUSER
Le Dancaire MARCO NISTICO’
Le Remendado PIETRO PICONE
Zuniga GIANFRANCO MONTRESOR
Moralès ALEXEY BOGDANCHIKOV
Coro e Orchestra del Teatro dell’Opera
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera diretta da Josè Maria Sciutto
Direttore Emmanuel Villaume
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Regia Emilio Sagi
Scene Daniel Bianco
Costumi Renata Schussheim
Coreografia Nuria Castejòn
Luci Eduardo Bravo
Produzione in collaborazione con il Teatro Municipal di Santiago del Cile
Roma , 25 giugno 2014

Spettacolo del Teatro dell’Opera di Roma andato in scena prima della pausa estiva per la stagione di Caracalla, questa Carmen di Bizet prodotta il collaborazione con il Teatro Municipal di Santiago del Cile ed affidata alla direzione di Emmanuel Villaume. L’opera viene eseguita con i recitativi musicati e con alcuni brevi tagli. Fin dall’incipit il maestro ha evidentemente inteso imprimere a tutta l’esecuzione un ritmo sostenuto ed incalzante cercando sonorità asciutte e a tratti quasi violente, accentuando più il carattere percussivo della musica che non quello lirico e cantabile, sia pure con una varia ricerca di dinamiche che però alla fine non ha fugato la sensazione se non di monotonia, che con una simile partitura è davvero difficile da raggiungere, certamente di unidirezionalità di lettura. Buone la prove dell’orchestra e del coro diretto da Roberto Gabbiani sia sotto il profilo musicale nel seguire i tempi e le intenzioni del direttore, che scenico.
Nel ruolo eponimo Clémentine Margaine ha offerto una interpretazione del proprio personaggio un po’ a senso unico, molto impostata sul lato cupo, aggressivo e volitivo probabilmente per indicazione di regia ma con alcuni evidenti limiti vocali specie nel registro grave, nell’uso della mezza voce e qualche imprecisione di intonazione. Il risultato complessivo però è stato riscattato ampiamente da una notevole presenza scenica e da una recitazione curatissima nei particolari e priva di manierismi ed artefazioni. Molto interessante scenicamente e musicalmente il Don Josè del tenore ucraino Dmytro Popov. La sua fisicità chiara ed apollinea in evidente contrasto con quella scura ed oscura di Escamillo, unita ad un canto molto preciso, ricco di colori e sfumature ma energico al bisogno, ha delineato in maniera convincente il ritratto di un uomo sopraffatto da istinti e pulsioni che è evidentemente impreparato ad accogliere e travolto dagli eventi al di là delle sue intenzioni. Escamillo era impersonato da Kyle Ketelsen con voce dal bel timbro ma monocorde nel fraseggio e la complessiva resa del personaggio è apparsa ricercata e nella sostanza trovata anche con una certa efficacia più sul versante scenico che musicale. Incantevole la Micaela tratteggiata da Eleonora Buratto per bellezza e varietà timbrica ed intenzioni interpretative, realizzate sempre con buon gusto e misura ed in modo che l’espressività scaturisca dall’interno o insieme alla musica, senza posticce o incongrue sovrapposizioni. Dalla sua interpretazione emerge l’immagine di una ragazza timida ma determinata, immersa dagli eventi in un contesto a lei evidentemente estraneo sul quale si eleva con forza e dignità a dispetto dell’apparente fragilità. Peccato per l’incomprensibile taglio del recitativo dell’aria del terzo atto. Del pari eccellente lo Zuniga di Gianfranco Montresor per autorevolezza vocale, musicalità e presenza scenica. Corrette ma senza particolare caratterizzazione la Frasquita di Hannah Bradbury e la Mercédès di Theresa Holzhauser, buoni il Dancairo di Marco Nisticò, il Remendado di Pietro Picone ed il Moralès di Alexey Bogdanchokov.
Il regista Emilio Sagi ambienta la vicenda in una Spagna probabilmente franchista caratterizzata in maniera chiara e riconoscibile ma priva degli abusati elementi folklorici. Dire cose nuove su un opera come Carmen così tanto rappresentata, conosciuta e oggetto di così numerose ed autorevoli riflessioni non è una operazione facile e i percorsi di lettura in un testo sì ricco di spunti possono a ragione essere molteplici. In questo caso sembra essere stato privilegiato il tema della libertà incarnato dalla protagonista e anche la passione amorosa e la sensualità paiono essere inscritte in questa ottica, come opposizione all’ordine costituito ed alle regole della società. Il conflitto insanabile che condurrà ad una morte da eroina la protagonista ed alla frantumazione ed all’annientamento Don Josè nasce proprio dall’incapacità a conciliare le pulsioni e gli istinti con la sfera razionale e da questo conflitto nascono rabbia, violenza, insoddisfazione, incomunicabilità. Se don Josè crolla e soccombe alla forza dirompente di pulsioni ed emozioni inesperite anche Carmen con il suo assoluto, ossessivo ed inconciliabile desiderio di libertà non sembra poter trovare altra via di uscita che nella morte in una sorta di corrida nella corrida. La scenografia infatti consiste in una struttura architettonica in opus latericium che a colpo d’occhio a noi romani ricorda un po’ le Terme di Caracalla ma che invece ad una più attenta riflessione richiama alla memoria gli ordini più bassi di una ideale plaza de toros dove gli animali attendono di entrare nell’arena o poi vengono squartati dopo la corrida. Anche il telo rosso che appare all’inizio dell’opera può apparire ad un primo impatto il colore della passione amorosa ma al termine dello spettacolo può essere riletto come rievocazione di violenza e del colore e degli odori della morte alla fine di una corrida. Gli ambienti e lo spazio dei vari atti sono delineati e costruiti con opportuni elementi mobili in modo funzionale a seconda delle esigenze narrative. Molto belli i costumi, armonici e appropriati i movimenti delle masse ed efficace l’uso delle luci. In sintesi uno spettacolo curato, visivamente anche bello e ricco di stimolanti elementi di riflessione ma evidentemente, in linea con la tendenza di questi anni, più pensato per essere visto che non per essere ascoltato. L’applauso a scena aperta più caloroso della serata è stato tributato al ballerino che ha vivacizzato l’introduzione dell’ultimo atto. Infine un po’ faticosa per il pubblico e riteniamo anche per gli interpreti la scelta di effettuare un solo intervallo tra il secondo ed il terzo atto. Forse la ottocentesca ripartizione in quattro atti era calibrata su altre capacità di attenzione e di resistenza fisica, probabilmente differenti da quelle odierne. Interessanti i saggi proposti nel programma di sala come sempre ben curato. Al temine cortesi applausi per tutti. Foto ©Luciano Romano e ©Francesco Squeglia

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