“Der Rosenkavalier” al Teatro alla Scala di Milano

“Der Rosenkavalier” al Teatro alla Scala di Milano

Milano, Teatro alla Scala, Stagione Lirica 2015/2016
“DER ROSENKAVALIER”
Commedia musicale in tre atti  su libretto di Hugo von Hofmannsthal
Musica di Richard Strauss
Die Feldmarschallin KRASSIMIRA STOYANOVA
Der Baron Ochs GÜNTER GROISSBÖCK
Octavian SOPHIE KOCH
Herr von Faninal ADRIAN ERÖD
Sophie CHRISTIANE KARG
Jungfer Marianne Leitmetzerin SILVANA DUSSMANN
Valzacchi KRESIMIR SPICER
Annina JANINA BAECHLE
Ein Polizeikommissär THOMAS E. BAUER
Der Haushofmeister bei der Feldmarschallin FRANZ SUPPER
Der Haushofmeister bei Faninal MICHELE MAURO
Ein Notar DENNIS WILGENHOF
Ein Wirt ROMAN SADNIK
Ein Sänger BENJAMIN BERNHEIM
Eine Modistin CECILIA LEE
Ein Tierhandler SACHA EMANUEL KRAMER
Drei Adelige Waisen THERESA ZISSER, KRISTIN SVEINSDOTTIR, MAREIKE JANKOWSKI
Leopold DAVID MEDEN
Mohammed YANNICK LOBOTO
Orchestra e Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala
Direttore Zubin Mehta
Maestro del Coro e del Coro di Voci Bianche Bruno Casoni
Regia Harry Kupfer
Scene Hans Schavernoch
Costumi Yan Tax
Luci Jürgen Hoffman
Video Thomas Reimer
Milano, 14 giugno 2016    
Acclamato da critica e pubblico come uno dei migliori spettacoli prodotti dal Festpiele nell’ultimo decennio, il più recente “Der Rosenkavalier” salisburghese approda a Milano e si porta a casa un nuovo straordinario successo. La raffinatissima regia del Maestro tedesco Harry Kupfer coglie la vera natura dell’opera per darne un’interpretazione essenziale ed elegante, ripulendola da cipria, parrucche e merletti cui ci hanno abituati gli allestimenti tradizionali, ma rimanendo assolutamente fedele al soggetto e alla musica. I grandi temi del tempo e del cambiamento trovano perfetto riscontro nel contesto proposto dal regista berlinese, che sposta l’azione da fine Settecento al Novecento di Strauss e Hofmannstahl, che all’epoca della composizione vivono e raccontano – collocando la vicenda nel primo regno di Maria Teresa – tutta la malinconia e l’incertezza della finis Austriae. Vienna, intoccabile in quanto non mera ambientazione ma grande protagonista del Rosenkavalier, è descritta con gigantografie in bianco e nero della città, elemento centrale della scenografia firmata da Hans Schavernoch: esterni ed interni della capitale austriaca che ripropongono nel primo atto la reggia imperiale Hofburg, nel secondo i palazzi dell’ottocentesca Ringstraße, nel terzo le strutture moderne e metalliche del Prater. Tutti questi scorci vengono proposti con un linguaggio fotografico definito, con prospettive esasperate e aperture grandangolari spesso dal basso verso l’altro, quasi a voler comunicare l’impotenza dei personaggi di fronte allo scorrere impietoso degli eventi e della storia. A queste suggestioni architettoniche si alternano insistentemente elementi naturali – sempre rigorosamente nella cornice viennese – con il verde, le serre, i parchi e gli alberi ora spogli ora rigogliosi, a simboleggiare la vita e le stagioni dell’uomo. Ad esempio metafora efficacissima ed esteticamente perfetta è il lungo viale nebbioso contemplato malinconicamente dalla Marschallin durante il monologo del finale primo, commovente riflesso di un sunset boulevard esistenziale. Alle suggestioni fotografiche si avvicendano sulla scena tramite nastri trasportatori pochi ma essenziali elementi scenici, di grandi dimensioni e rigorosamente monocromatici, funzionali all’azione ma – specialmente nel primo atto, nel “regno” della Marschallin – fortemente simbolici: un letto (le relazioni amorose), uno specchio (la consapevolezza e la coscienza di sé), una candela ormai consumata (il tempo), una grande porta (la transizione, il cambiamento). La semplicità è anche nei curatissimi costumi di Yan Tax, mentre le belle luci di Jürgen Hoffman danno quell’ulteriore tocco in più a un allestimento esemplare per classe ed eleganza.
La magia di questo Rosenkavalier sta nell’abbraccio indissolubile di continue poesie visive con gli impareggiabili versi di Hofmannsthal, a loro volta legati a doppio filo ad una delle più sublimi e sfaccettate opere straussiane, affidata alla sapiente bacchetta di Zubin Mehta che guida con estrema sintonia un’ispirata Orchestra del Teatro alla Scala. L’eterogeneità della partitura – qui eseguita nella sua versione integrale scevra dai tagli di tradizione – è resa con letture sempre originali, in oltre tre ore di musica imprevedibili e coinvolgenti. Il Maestro si destreggia con naturalezza tra tenute ritmiche energiche e frizzanti e tempi dilatati che diano respiro alle ampie parentesi liriche, con una melodiosità che riesce tuttavia a non sconfinare nel sentimentalismo. Di pregio sono infine i numerosi valzer che costellano l’opera, cui Mehta riesce a dare un taglio sempre fantasioso e incisivo: sembrano volteggiare a mezz’aria, freschi e brillanti, accompagnando lo svolgersi dell’intreccio ora con una nota nostalgica, ora con ironia.  Anche il nutrito cast vocale – in gran parte corrispondente alla locandina salisburghese – regala grandi soddisfazioni, a partire dall’impareggiabile Krassimira Stoyanova. Il soprano bulgaro impersona una Feldmarschallin di gran classe, offrendo un’interpretazione efficace focalizzata non sullo status aristocratico ma sul lato umano di Marie Theres, grazie alla quale riesce a stabilire con il pubblico un’empatia particolare. Sul piano vocale la Stoyanova è pressoché ineccepibile: a suo agio sull’intero registro, spazia da note in pianissimo ad acuti vibranti con grande facilità. Risoluta e insieme malinconica, sorprende nel monologo “Da Geht Er Hin” per delicatezza, precisione e cura nel fraseggio, nonché nel meraviglioso finale III (“Marie Theres! Hab’ mir’s gelobt”) con pregevolissimi filati.
Alla saggezza e alle tinte nostalgiche della Marschallin si contrappone il Barone, che drammaturgicamente si porta sulle spalle gran parte – se non la totalità – del taglio burlesco dell’opera. Günter Groissböck è l’Ochs che non ti aspetti: il basso austriaco vanta una fisicità più da Don Giovanni che da vecchio tarchiato e goffo come descritto da Hofmannsthal, ma non è affatto un difetto. Scenicamente il personaggio regge e incarna altrettanto efficacemente lo sgradevolissimo nobile di periferia grossolano e borioso, interpretato perfettamente da Groissböck con carisma e verve comica. Le qualità vocali non sono da meno: forte di una bella voce, di considerevole estensione e duttilità, il basso risulta convincente sia nei passaggi più melodici sia nei serrati recitativi in dialetto viennese.
Convince meno l’Octavian di Sophie Koch, che nonostante l’esperienza in questo ruolo pare un po’ sottotono rispetto ai colleghi. Il mezzosoprano francese vanta un timbro caldo e pastoso con centri rotondi, ma le incursioni nella parte più alta della tessitura spesso sfociano in suoni fissi. Tuttavia, onore al merito, il gusto e la musicalità della Koch sono ben percepibili nei duetti, dall’apertura “Wie du Warst” – in cui rivela grande intesa con la Stoyanova – al duetto d’amore finale “Ist ein Traum”, in un suggestivo intreccio di colori. Christiane Karg è una delicatissima Sophie, fresca e disinvolta scenicamente, dolce ma al tempo stesso determinata, energica, di gran personalità. La voce è cristallina, non di immenso volume ma molto ben proiettata, con puntature sempre a fuoco in grado di sovrastare con facilità il nutrito corpo orchestrale. Soddisfa lo squillante Benjamin Bernheim nel cammeo del cantante italiano. Salvo alcune note eccessivamente strozzate in acuto (con un’evidente scivolone d’intonazione verso il finale), il tenore esegue complessivamente la celebre aria “Di rigori armato il seno” con efficacia, strappando calorosi applausi. Adrian Eröd veste i panni di Faninal con una vocalità piuttosto esile ma buone intenzioni interpretative. Chiudono il cast due divertenti Valzacchi e Annina (Kresimir Spicer e Janina Baechle), una Marianne (Silvana Dussmann) a volte vocalmente scomposta ma funzionale al ruolo, il prezioso intervento di Thomas E. Bauer come Commissario di Polizia e le tre orfanelle molto ben cantate da Theresa Zisser, Kristin Sveinsdóttir, Mareike Jankowski. Convincente anche il resto del comprimariato. Bruno Casoni prepara come di consueto un Coro in stato di grazia, con menzione d’onore alle Voci Bianche che interviene nel terzo atto con assoluta perfezione. Il calare del sipario sul finale da brivido che chiude l’opera dà il via ad oltre un quarto d’ora di fragorosi applausi, con standing ovation per Stoyanova, Groissböck e per il Maestro Mehta, che saluta commosso e abbraccia uno per uno gli artisti sul palco. Ancora quattro le recite di questo imperdibile Der Rosenkavalier alla Scala: si replica il 21, 24, 29 giugno e il 2 luglio.

 

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