Firenze, Teatro Goldoni: “Didone Abbandonata”

Firenze, Teatro Goldoni: “Didone Abbandonata”

Teatro Goldoni – Stagione 2016-2017
“DIDONE ABBANDONATA”
Dramma per musica in tre atti
Libretto di Pietro Metastasio
Musica di Leonardo Vinci
Edizione a cura di Auser Musici
Didone ROBERTA MAMELI
Enea CARLO ALLEMANO
Iarba RAFFAELE PE
Selene GABRIELLA COSTA
Araspe MARTA PLUDA
Osmida GIADA FRASCONI
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Carlo Ipata
Clavicembalo Alessandra Artifoni
Regia Deda Cristina Colonna
Scene Gabriele Vanzini
Costumi Monica Iacuzzo
Luci Vincenzo Raponi
Impianto d’ombre Compagnia Altretracce

Firenze, 10 gennaio 2017

Ha riscosso un grande, forse inaspettato successo di pubblico questa prima rappresentazione in epoca moderna della “Didone abbandonata” di Leonardo Vinci.
Il delizioso ottocentesco Teatro Goldoni, perfettamente restaurato circa vent’anni fa e finalmente restituito all’Opera lirica, ha visto la sua sala, da poco meno di quattrocento posti, esaurita per ogni replica.
Non sempre è sufficiente usare ingredienti di qualità perché il piatto riesca; in questo caso la bontà degli ingredienti e la sapienza della combinazione è riuscita in pieno a rendere golosa e invitante una pietanza di per sé non delle più appetibili e di facile digestione.
Uno specialista di lungo corso come Carlo Ipata – fondatore dell’Ensemble Auser Musici, formazione di grande esperienza nella riscoperta e riproposizione in chiave filologica di lavori barocchi – in veste di direttore, una compagnia di giovani solisti di notevole bravura come vocalisti e come attori, una messa in scena di grande eleganza e semplicità, basata su pochissimi elementi d’arredo, e soprattutto sulle luci di Vincenzo Raponi e sulle ombre della Compagnia Altretracce, la bellezza della cornice, una sala di teatro all’italiana dal sapore antico, di piccola dimensione, ideale per ospitare produzioni di opera barocca – indimenticate le rappresentazioni al Goldoni dell’Orfeo di Monteverdi messo in scena da Ronconi nel ’98 – hanno contribuito al felicissimo esito di questa riproposizione di un lavoro di grande dimensione e impegno, di quasi tre ore di durata, con più di venti arie, contenente molta bella musica, con momenti di particolare altezza espressiva, andato in scena nel 1726 e rimasto dormiente per quasi trecento anni.
La “Didone abbandonata” fa parte del nutrito corpus, tra opere serie e comiche, di Leonardo Vinci, musicista di origine calabrese, fiorito in quella fucina straordinaria che è stata la scuola napoletana, coetaneo di Porpora, Leo e di Francesco Durante, il quale, al di là della fama di musicista, si è acquistato gloria imperitura come didatta, avendo avuto tra i suoi allievi praticamente tutti i più importanti compositori di area napoletana della generazione successiva: Traetta, Jommelli, Sacchini, Paisiello, Piccinni e quel Pergolesi, geniale fuoriclasse, tanto dotato quanto sfortunato, capace di consegnare alla storia in soli ventisei anni di vita, capolavori come La serva padrona e lo Stabat Mater.
Alla formazione del giovane Pergolesi pare abbia messo mano anche Leonardo Vinci, tenendo per breve tempo la cattedra al Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo che poi sarebbe passata a Durante; a questo riconoscimento va aggiunto un certo successo riscosso all’apparire dei suoi lavori, sia seri che comici; ciò nonostante Vinci morì in povertà, quarantenne, per un avvelenamento avvolto dal mistero, forse colpito dalla vendetta di un amante geloso come il suo collega Alessandro Stradella, o forse tradito da un eccessivo amore per il cibo e per il vino.
La “Didone abbandonata” di Vinci è un’opera scritta sull’omonimo, fortunatissimo libretto di Metastasio, che ha il record di sessanta, o giù di lì, messe in musica, da parte di altrettanti musicisti, tra i quali figurano anche nomi illustri come Scarlatti, Haendel, Cherubini, Mercadante; è un’opera seria di tradizionale impianto metastasiano, senza cori, con una breve introduzione orchestrale e sviluppata in una successione di recitativi e arie con da capo, in grande numero come si è detto, quasi trenta; un lavoro convenzionale quindi, che però si segnala per una particolare felicità nell’invenzione melodica e per una cura del recitativo accompagnato che ha il suo culmine nel finale, il lungo monologo che conduce al suicidio di Didone, concepito non come aria, ma come recitativo, appunto.
La messa in scena, di notevole bellezza visiva, opera di Gabriele Vanzini, è costituita da due elementi, uno statico: una gradinata ornata da una sfinge, a suggerire una realtà materiale, il palazzo di Didone, il suo regno africano, e uno dinamico: una struttura costituita da ‘tubi Innocenti’, via via modificata, svelata o racchiusa da teli, entro i quali si suggeriscono, per mezzo di azioni coreografiche e proiezioni, stati d’animo, turbamenti amorosi, inquietudini.
Altre ombre, di gusto cinematografico, vengono proiettate sul fondale e suggeriscono in modo molto concreto, ma insieme fiabesco, evocativo, uno spazio oltre la scena.
In una tale concezione assumono ovviamente un valore fondamentale le luci sempre efficaci di Vincenzo Raponi.
Trovo molto interessanti i costumi di Monica Iacuzzo capaci di fondere antichità e gusto settecentesco, con grande cura per i particolari, i tessuti preziosi, le acconciature.
La regia di Deda Cristina Colonna, alle prese con una vicenda costituita in minima parte da fatti, eventi drammatici, e nella quasi totalità da sentimenti e affetti, si dedica a questi ultimi, curando, mediante le sfumature gestuali, la caratterizzazione psicologica, e ci riesce, con l’apporto fondamentale di una compagnia di solisti formata da ottimi attori, dotati di grande padronanza della scena, con punte di notevole personalità.
L’italianità dell’intero cast garantisce una pronuncia chiarissima, perfettamente intellegibile.
Di grande impatto scenico è la Didone di Roberta Mameli, sempre autorevole ed eloquente sia nella fierezza della regina che nella prostrazione della donna ferita, abbandonata, in preda allo sconforto, ma mai remissiva; vinta ma non domata. Possiede una voce molto personale, dalle screziature metalliche, con un registro acuto tagliente e dal vibrato stretto pronunciato, capace di piegarsi a pianissimi impalpabili, con agilità sciolte e nitide e notevole espressività, ad esempio nella grande aria “Se vuoi ch’io mora” nella quale la dolce e triste melodia è enunciata con grande pulizia e delicatezza.
Al suo fianco Carlo Allemano è un Enea vocalmente solido e potente, più eroico che amoroso, ha buona padronanza delle agilità e notevole sicurezza scenica. Il suo timbro è caratterizzato da una certa opacità e alcune puntature acute inserite nelle variazioni sono risolte di fibra, in modo non molto convincente; ha qualche problema di memoria, anticipa un’entrata e cambia delle parole, tuttavia il personaggio è nel complesso efficace e credibile.
Il controtenore Raffaele Pe nei panni del re africano Iarba, carattere negativo senza sfumature, è bravissimo scenicamente nel delineare un personaggio nervoso, inquieto, dominato dall’ambizione e dalla collera, del tutto sgradevole anche fisicamente; ha un bel timbro tondo e sonoro, specialmente nel settore centrale, esibisce nelle sue arie ‘di furore’ agilità nitidissime e fiati interminabili.
Personaggio diametralmente opposto è il suo confidente Araspe, giusto e generoso, interpretato da Marta Pluda con una voce gradevole, non grande, che acquista rotondità in zona acuta.
Lo strumento vocale più notevole, per volume e timbro è quello del soprano Gabriella Costa nei panni di Selene, sorella di Didone, anch’ella innamorata di Enea. Dell’intero cast è l’unica non ‘specialista’, essendo una cantante che affronta abitualmente anche il repertorio ottocentesco e verista, tuttavia ha un ottimo controllo nelle agilità e nei passaggi vocalizzati; tra le sue diverse arie esegue ad esempio “Ardi per me fedele” con grande eleganza e voce piena e carezzevole.
Bel timbro di contralto, particolarmente felice nei gravi possiede Giada Frasconi, che interpreta con sicurezza scenica e canto corretto il personaggio di Osmida.
Carlo Ipata dirige l’Orchestra del Maggio ottenendo un risultato di grande nitore formale, ma anche ricco di vita teatrale, per quanto possibile; particolarmente notevoli sono l’introduzione e il finale, ma si ricordano anche certi accompagnamenti al canto pieni di potenza e di energia come nell’aria di Iarba “Cadrà fra poco in cenere”.
In finale d’atto e alla fine dell’Opera, il pubblico che riempie la sala, nonostante la gelida temperatura esterna che certo non invita alle passeggiate notturne, festeggia tutti, con particolare calore nei confronti del direttore e della protagonista Roberta Mameli.

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