Francesco Cilea (1866 – 1950): “L’Arlesiana” (1897)

Francesco Cilea (1866 – 1950): “L’Arlesiana” (1897)
Dramma lirico in tre atti su testo di Leopoldo Marenco. Annunziata Vestri (Rosa Mamai), Dmitry Golovnin (Federico), Mariangela Sicilia (Vivetta), Stefano Antonucci (Baldassarre), Valeriu Caradjan (Metifio), Cristian Saitta (Marco), Riccardo Angelo Strano (L’innocente). Coro Lirico marchigiano “V. Bellini”, Carlo Morganti (Maestro del coro), Orchestra Filarmonica Marchigiana, Francesco Cilluffo (direttore), Rosetta Cucchi (regia), Sarah Bacon (scene), Claudia Pernigotti (costumi). T.Time: 105′.Registrazione: Jesi, Teatro G.B.Pergolesi, settembre 2013. 1 DVD Dymamic 37688

 L’Arlesiana” fu un tempo popolarissima per poi scomparire dai palcoscenici teatrali limitandosi a sopravvivere il celebre “Lamento di Federico” rimasto come un classico nel repertorio di tutti i grandi tenori. Una certa attenzione si è riaccesa nel 2011 con la riscoperta da parte del tenore Giuseppe Filianoti di un’aria inedita per il ruolo di Federico dallo stesso incisa in una registrazione discografica già qui presentata e in seguito eseguita in scena in una produzione del Festival di Wexford.
Ed è proprio questa produzione irlandese ripresa a Jesi nel 2013 ad essere oggetto di questo nuovo DVD. La parte più interessante è sicuramente quella scenica affidata a Rosetta Cucchi per la regia con le scene di Sarah Bacon e i costumi di Claudia Pernigotti. Spettacolo forse non sempre condivisibile ma di sicuro impatto. L’opera è vissuta come una proiezione della mente malata di Federico che all’inizio del preludio vediamo prigioniero di una claustrofobica cella le cui pareti si animano di mani spettrali, i fantasmi che agitano la mente del protagonista. Segue poi una sequenza di flash-back che, forzando il libretto, mostra l’uccisione dell’Arlesiana fra le stesse braccia di Federico come a rimarcare l’impossibilita assoluta di un compimento felice della vicenda e la causa profonda dei traumi psichici del giovane. Il primo atto si apre su una masseria di taglio tradizionale e i costumi anni 20-30 non cambiano l’inquadramento generale ma nei due atti successivi la casa cede il campo ad una clinica psichiatrica sempre più opprimente ed espressionista con il progressivo aumento del delirio di Federico fino al suicidio conclusivo. Spettacolo di certo non canonico ma di grande forza e realizzato con estrema cura come si apprezza da una recitazione quasi cinematografica. Destano qualche perplessità alcune scelte registiche – un po’ fuori luogo lo spogliarsi di Vivetta per attirare l’attenzione di Federico e soprattutto il suicidio finale di quest’ultimo che si taglia la gola nella sua cella specie all’interno del taglio fortemente simbolico e psicologico dello spettacolo – così come certi eccessi di simbolismo non sempre di chiarissima lettura – il terrario che Vivetta porta sempre con sé, forse simbolo del mondo chiuso del villaggio la cui interpretazione non è chiarissima. Resta comunque uno spettacolo che merita di essere conosciuto.
La parte musicale è retta con grande abilità e mestiere da Francesco Cilluffo che dall’Orchestra Filarmonica Marchigiana ottiene una prestazione di alta professionalità mentre decisamente sotto tono appare il Coro Lirico marchigiano “V. Bellini” fortunatamente non troppo impegnato. Sul versante vocale emerge la parte femminile: Annunziata Vestri non solo canta molto bene e  senza cedere a facili effetti ma riesce a dare una certa credibilità ad un personaggio difficile da centrare nella sua psicologia spesso estrema. Al suo fianco si apprezza la Vivetta di Mariangela Sicilia, luminosa, musicalissima, pienamente coinvolta nel personaggio e già capace – nonostante la giovane età – di mostrare maturità interpretativa anche in un repertorio lontano da quello rossiniano in cui si è rivelata al grande pubblico. Il Federico di Dmitry Golovnin può contare su una voce robusta e sonora ed è attore straordinario benchè il timbro è anonimo e con un registro acuto piuttosto povero  di squillo e duro che penalizza  la pulizia della linea vocale. Stefano Antonucci è un Baldassare un po’ logoro sul piano vocale ma di una sincerità espressività e autentica commozione. Solido ed efficacie il Marco di Cristian Saitta e da rimarcare il Metifio di Valeriu Caradja, voce importante e ancor più notevole controllo in una parte in cui fin troppo facile è farsi prendere la mano. Resta l’Innocente di Riccardo Angelo Strano il quale canta anche alquanto bene ma resta l’illogicità della scelta di affidare ad un controtenore un ruolo espressamente pensato per un soprano en travesti.
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