Gregory Kunde in “Otello” di Verdi al Teatro Real di Madrid

Gregory Kunde in “Otello” di Verdi al Teatro Real di Madrid

Madrid, Teatro Real, Temporada 2016-2017
“OTELLO”
Dramma lirico in quattro atti di Arrigo Boito, basato sulla tragedia
Othello or the Moor of Venice di William Shakespeare
Musica Giuseppe Verdi
Otello  GREGORY KUNDE
Iago  GEORGE PETEAN
Cassio  ALEXEY DOLGOV
Roderigo  VICENÇ ESTEVE
Ludovico  FERNANDO RADÓ
Montano, Un araldo  ISAAC GALÁN
Desdemona  ERMONELA JAHO
Emilia  GEMMA COMA-ALABERT
Orquesta y Coro Titulares del Teatro Real
Direttore Renato Palumbo
Maestro del coro Andrés Máspero
Maestro del coro di voci bianche Ana González
Regia David Alden
Scene e costumi Jon Morrell
Luci Adam Silvermann
Coreografia Maxine Braham
Nuova produzione del Teatro Real di Madri, in coproduzione con English National Opera e Kungliga Operan di Stoccolma
Madrid, 24 settembre 2016

madrid-teatro-real-24-ix-2016-otello-5Ci sono anche la famosa Disposizione scenica di Giulio Ricordi e le fotografie di Verdi a Sant’Agata con Boito, e poi quella del 1899 di Verdi, dall’aria di mitissimo vecchiettino, con il rubizzo Francesco Tamagno. Tutti legati all’Otello, e tutti cimeli dell’Archivio Storico Ricordi, che dalla sede della Biblioteca Braidense di Milano sono stati portati a Madrid per la mostra “El nacimiento del Otello de Verdi”, allestita a margine dell’opera inaugurale della stagione 2016-2017 del Teatro Real. È la prima volta che materiale di Casa Ricordi giunge in Spagna, grazie alla multinazionale dell’arte Bertelsmann, molto nota a Madrid per la sponsorizzazione di numerosi eventi artistici (primo tra tutti l’annuale Festival del Cinema Tedesco). Al sesto piano del Teatro, accanto al Café de Palacio, durante l’intervallo di Otello il pubblico può salire a leggere la corrispondenza tra compositore e librettista o le indicazioni autografe di Verdi sulla partitura, o ancora gli appunti a matita che Giulio Ricordi vergava sul proprio esemplare del libretto, la sera del 5 febbraio 1887: nell’ultima pagina sotto la nota «Applausi frenetici!» è registrata tutta la sequenza delle chiamate alla ribalta dopo la storica prima, che culmina naturalmente con l’uscita di «Verdi solo». Da quella notte passarono tre anni e mezzo perché Otello giungesse al Teatro Real di Madrid, il 9 ottobre 1890; il titolo non poteva mancare ora, nel periodo di celebrazioni del bicentenario del teatro, tanto da meritarsi il compito di aprire la nuova stagione con una produzione altrettanto nuova.
madrid-teatro-real-24-ix-2016-otello-2Sul podio c’è Renato Palumbo, ormai di casa al Teatro Real, e sempre soddisfacente: della sua direzione si apprezzano l’attenzione alle voci, mai abbandonate in mezzo alle sonorità dell’orchestra, e l’ambizione di esporre calligraficamente motivi e costruzioni musicali di Verdi. Compito molto difficile, in particolare per Otello, e per scene come quella dell’ubriacatura di Cassio e della sommossa del I atto, o del lungo concertato del III, in cui il rischio di dispersione del ritmo e degli accenti è altissimo. Con molta professionalità – cioè con uno studio attento della partitura – Palumbo affronta ogni scena con grande sicurezza, e supera benissimo tutti gli ostacoli. L’accorpamento degli atti I-II e poi del III con il IV favorisce il respiro sinfonico e ininterrotto della sua lettura di Otello. E il pubblico di Madrid, che tra un atto e l’altro non è mai generoso negli apprezzamenti, festeggia però con calore la direzione di Palumbo al termine. La regia è invece affidata al newyorkese David Alden, che un anno fa presentava qui a Madrid una bislacca Alcina haendeliana. Questa volta, per fortuna, il lavoro compiuto è molto più chiaro, coerente, meditato. La scena è unica, una sorta di piazzetta o di scalcinato cortile interno, in una città del vicino oriente; ma non vi è alcun calore mediterraneo; anzi, le luci fredde proiettano riflessi e ombre glaciali, e le stesse tinte algide o spente di scenografia e costumi suggeriscono la terribile solitudine del protagonista, isolato perfino nella scena iniziale del trionfo. Lo sviluppo della tragedia è insito nella gestualità quotidiana e apparentemente banale, che Alden studia accuratamente per farle sprigionare crescente violenza e brutalità: di Otello contro Desdemona, ma anche di Jago contro Emilia, con una sottolineatura delle due coppie in conflitto coniugale che spesso i registi dimenticano di rendere (peccato che Emilia sia vestita come una madrid-teatro-real-24-ix-2016-otello-3impacciata governante inglese Anni Venti, con risultato un po’ ridicolo). Aleggia però anche un afflato più epico, come quando alla metà dell’opera Otello e Jago stringono il loro patto abominevole incidendosi una ferita nel polso e imbrattandosi l’uno con il sangue dell’altro: il melomane pensa immediatamente alla Götterdämmerung, e in affetti il finale II costituisce il momento musicalmente più maestoso di tutta la partitura verdiana. A mano a mano che il dramma si fa più violento, la scena si libera di qualunque oggetto, fino all’ultimo atto, in cui non c’è alcun segno della camera da letto coniugale. Ma non se ne sente il bisogno, poiché la forza della rappresentazione è tutta nella corporeità degli interpreti. Anche il Coro del Teatro Real è indotto a interagire con movimenti complessi; e recita molto bene, specialmente nella scena della tempesta, sebbene sia talmente coinvolto che gli sfugge qualche grido di troppo. È l’enfasi del momento, evidentemente, provocata anche dall’orchestra grandiosa di Palumbo. Maxine Braham inserisce una coreografia sperimentale ma calzante nel corso del brindisi del I atto: un gruppo di militari risponde agli inviti di Jago con un balletto nervoso e a scatti, che poi si tramuta in ridda convulsa di ubriachi (in ossequio al «ditirambo spavaldo e strambo» con cui il perfido alfiere provoca la zuffa).
madrid-teatro-real-24-ix-2016-otello-4«E dïane squillanti in sul mattin!» – La voce di Gregory Kunde lascia stupefatti per più motivi, e si ritaglia uno spazio davvero luminoso nella storia dell’interpretazione di Otello (di Rossini come di Verdi, ovviamente). Sin dalla metà del Novecento il pubblico è infatti abituato a una ben precisa impostazione vocale di questo personaggio, pretendendo una voce squillante, virile e brunita, anche con inflessioni baritonaleggianti, soprattutto potente nel volume. Si identifica con il personaggio vocale di Otello il tenore lirico-spinto, meglio ancora il tenore drammatico, che canta anche la coppia Cavalleria rusticana e Pagliacci, Tosca, Turandot e Guglielmo Ratcliff quando guarda al futuro, oppure Il trovatore e Un ballo in maschera quando si rivolge al passato. Si è insomma abituati a intendere l’Otello verdiano come un anticipatore della vocalità verista, “di fibra”, dall’emissione muscolare. Su questa traiettoria si collocano certamente gli Otelli di Mario Del Monaco, John Vickers, fino a quello di Placido Domingo o, precipitando la china dell’imitazione deteriore, di José Cura. Esattamente al contrario, Gregory Kunde giunge all’Otello di Verdi a partire da quello di Rossini (caso unico nella storia del tenorismo) e in generale dalla vocalità belcantistica di tutto il Rossini serio e di Donizetti. Il suo Otello persuade fin dall’«Esultate!» iniziale, e rimane vocalmente coerente fino al IV atto; la voce di Kunde è squillante e potente negli acuti (miracolo di longevità), un po’ meno granitica nel registro centrale, ma perfettamente omogenea nella delicata zona del “passaggio”. Il carattere che però impressiona di più, e che costituisce il tratto dominante della sua personalità vocale, è l’emissione di testa dei suoni acuti, che appaiono così meno voluminosi rispetto a quelli emessi con piena cavata, ma risultano in realtà più fermi, di timbro autentico e naturale (non brunito, come da tradizione novecentesca, ma chiaro). E, considerata anche l’età attuale di Kunde, risalta il confronto con le famigerate, pionieristiche, affascinanti incisioni d’inizio Novecento del primo interprete di Otello, il torinese Francesco Tamagno. Quando realizza i dischi del 1905 egli ha ormai cinquantacinque anni, e soffre di enfisema polmonare; ma il carattere che s’impone all’attenzione dell’ascoltatore è la tecnica con cui realizza i suoni acuti, emessi appunto con la posizione “di testa”, secondo un’antica scuola vocale italica testimoniata soltanto dalle registrazioni fonografiche più arcaiche (si riascoltino, a titolo di esempio significativo, i dischi di Francesco Signorini. Viceversa, in quelli di Enrico Caruso – che non cantò mai Otello dal vivo – prende piede quell’impostazione vocale dal colore più scuro, che sia in teatro sia in studio d’incisione sarebbe diventata in pochi anni vincente). Oltre alla voce, la recitazione di Kunde è sempre plausibile, aiutata questa volta anche dalla regia attenta di Alden. Il trascorrere del tempo si fa sentire – occorre pure ammetterlo – nel registro basso: a volte quelle note risuonano spoggiate o deboli rispetto al resto della linea di canto. Viceversa il baritono romeno George Petean difetta di note acute che garantiscano una buona copertura del suono; per il resto il suo Iago, trucibaldo e rozzo come personaggio, è vocalmente abbastanza corretto, anche se la voce di per sé non è dotata di quella ‘personalità vocale’ che la rende originale o riconoscibile. E sicuramente deve ancora lavorare sul versante stilistico, perché fraseggio e interpretazione non risaltano madrid-teatro-real-24-ix-2016-otello-6abbastanza. Ermonela Jaho propone una Desdemona suadente nel duetto del I atto, porgendo una voce uniformemente attraversata da un suggestivo vibrato largo: è capace di pianissimi e filature molto precisi, anche nella “Canzone del salice” e nella preghiera del IV atto, ma nei momenti drammatici degli atti centrali indulge al parlato e accusa difficoltà nell’emissione degli acuti. La Jaho, sia detto senza ambagi, non ha voce verdiana, ma pucciniana; e nell’impostazione della sua Desdemona come se si trattasse di Mimì o Tosca è il sostanziale fallimento della sua interpretazione. Decisamente mediocre l’intervento del tenore russo Alexey Dolgov come Cassio, sia per la linea di canto infelice e povera di acuti sia per la goffaggine della recitazione (forse esasperata dal regista?) e della pronuncia dell’italiano. Sempre autorevole Fernando Radò, basso molto valido nel sostenere ruoli verdiani comprimari, qui nelle vesti di Ludovico. Corretti gli altri interpreti vocali. Il pubblico del Teatro Real festeggia tutti quanti, con acclamazioni crescenti per Petean, Jaho, Kunde, Palumbo: grande e unanime successo. E mentre si esce sulla Plaza de la Ópera affollatissima si ripensa ancora agli autografi verdiani, lassù dentro il Teatro ormai rabbuiato: con gioia tornano in mente la luce delle vecchie fotografie, il sorriso appena accennato di Verdi a braccetto con Tamagno.    Foto Javier del Real © Teatro Real de Madrid

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