Il Jerusalem String Quartet a Madrid per tutto Bartók

Il Jerusalem String Quartet a Madrid per tutto Bartók

Madrid, Auditorio Nacional de Música, “Liceo de Cámara” XXI
Integrale dei quartetti di Béla Bartók
Jerusalem String Quartet
Violino I Alexander Pavlovsky
Violino II Sergei Bresler
Viola Ori Kam
Violoncello Kyrill Zlotnikov
Béla Bartók : Quartetti per archi n. 1, op. 7 Sz. 40 – n. 3, Sz. 85 – n. 5, Sz. 102
Madrid, 26 febbraio 2016
Béla Bartók : Quartetti per archi n. 2, op. 17 Sz. 67 – n. 4, Sz. 91 – n. 6, Sz. 114
Madrid, 27 febbraio 2016

Il Quartetto di Gerusalemme compie nel 2016 vent’anni di attività internazionale e di esplorazione del repertorio del quartetto per archi: dagli autori più classici (Mozart, Haydn, Schubert) fino a quelli del Novecento storico (Janáček e Bartók). Sin dalle sue prime esibizioni, il Jerusalem String Quartet si è distinto per la ricerca di un suono di costante e ferma omogeneità; si può immaginare a quali risultati straordinari sia giunto l’ensemble dopo vent’anni di intenso lavoro. A Madrid propone in due serate consecutive l’integrale dei quartetti di Béla Bartók, i numeri dispari nel primo concerto, i pari nel successivo: due appuntamenti che il pubblico dell’Auditorio Nacional segue con partecipazione ed entusiasmo così grandi da occupare tutti i posti disponibili della Sala da Cámara del complesso, in entrambe le occasioni. Ed è sempre successo clamoroso, grazie alla forza comunicativa e alla perizia tecnica degli esecutori.
I sei quartetti per archi di Bartók si dipanano tra 1908 e 1936, in pratica tutti gli anni della carriera europea del compositore prima della definitiva partenza per gli Stati Uniti. Questo significa che non è facile mantenere una linea interpretativa coerente e rintracciabile lungo tutti gli anni di elaborazione; il Quartetto di Gerusalemme resta fedele alle sue virtù più apprezzate, e si dedica alla presentazione di un suono compatto, rotondo, rifinito anche nei momenti di più stridente dissonanza. In tal modo, grazie cioè al suono puro, le progressive innovazioni e i ripensamenti di Bartók sono tutti offerti all’ascolto: le innovazioni consistono nell’abbandono della tonalità, nella scelta dei modi anziché dei toni, nella costruzione della “forma-ponte” (ossia di una precisa simmetria interna ai movimenti del quartetto, che nasce con il n. 2 e raggiunge l’attuazione completa nei nn. 4 e 5). I ripensamenti non sono da intendersi come cedimenti alla nostalgia per la melodia tardo-romantica, o in generale per i temi, ma come tentazioni di una sintassi musicale più discorsiva, in generale meno frammentaria.
Il quartetto n. 1 si articola nei quattro movimenti tradizionali (sebbene al posto dello scherzo in terza sede sia una Introduzione) ma non prevede la soluzione della continuità, e alterna un periodare nervoso a momenti più melodici, che l’ensemble collega o giustappone senza nascondere l’eterogeneità con cui le sezioni si susseguono. Se c’è qualcosa di stabile è la saldezza del suono di tutti e quattro gli strumentisti, derivante da un perfetto equilibrio di voci acute e gravi; sempre impeccabili l’intonazione e la tenuta del suono, due parametri su cui il Jerusalem Quartet ha costruito la propria fama, e che in Bartók si possono misurare costantemente.
Il n. 2 è segnato da un progressivo abbandono della tonalità; in più, la scrittura negli anni della Prima Guerra Mondiale si tramuta in nervosismo puro e collerico, del tutto svincolato da costrutti tematici. Quasi vent’anni separano la scrittura del quartetto n. 1 (1908-1909) dal n. 3 (1927), in cui occorre misurarsi con un’implacabile e dissonante frammentazione, spettacolare e terribile; anche i numerosi portamenti (eseguiti con evidente compiacimento) rendono un’atmosfera espressiva completamente diversa rispetto allo sperimentalismo del n. 1: felicità degli anni di ribellione! Il II movimento del n. 4 (Marcia) è una completa prefigurazione dello stile da camera di Heitor Hector Villa Lobos e dei suoi quartetti (lo stesso segnale promana anche dallo Scherzo alla bulgara del n. 5, eseguito nella sezione centrale con una discorsività spensierata); nel movimento successivo (III, Non troppo lento) gli esecutori rendono l’abbandono estenuato e inarrestabile con dissonanze calibrate. La Burletta (ossia il III movimento) dell’ultimo quartetto è nella prima parte una girandola di sberleffi, ma dopo si ripiega su se stessa e si chiude in quella mestizia che del quartetto n. 6 è la cifra programmatica (tutti i movimenti recano come indicazione principale Mesto). Se bisogna indicare un momento precisamente indimenticabile di tutta quanta l’esecuzione, l’Andante del n. 5, con l’affanno dei suoi tremuli, l’ostentata scomposizione della tonalità e gli archetti strascicati sulle corde si presta perfettamente: è il capolavoro virtuosistico del Jerusalem String Quartet, perché alla stentorea chiarezza del suono si associa anche una dose discreta di malizia.

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