La tradizionale modernità di “Tosca” al Teatro La Fenice (cast alternativo)

La tradizionale modernità di “Tosca” al Teatro La Fenice (cast alternativo)

Teatro La Fenice, Lirica e Balletto, Stagione  2013-14
“TOSCA”
Melodramma in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, dal dramma “La Tosca” di Victorien Sardou
Musica di Giacomo Puccini
Floria Tosca SUSANNA BRANCHINI
Mario Cavaradossi
LORENZO DECARO
Il barone Scarpia
ANGELO VECCIA
Cesare Angelotti
CHRISTIAN SAITTA
Il sagrestano
ENRIC MARTINEZ-CASTIGNANI
Spoletta
CRISTIANO OLIVIERI
Sciarrone
ARMANDO GABBA
Un carceriere CARLO AGOSTINI
Un pastore LAURA FRANCO
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Daniele Callegari
Maestro del Coro Ulisse Trabacchin
Piccoli Cantori Veneziani diretti da Diana D’Alessio
Regia Serena Sinigaglia
Scene Maria Spazzi
Costumi Federica Ponissi
Light designer Alessandro Verazzi
Nuovo allestimento
Venezia, 23 maggio 2014
Ci si aspettava una Tosca tutt’altro che tradizionale dalla regia di Serena Senigallia, diplomata alla Paolo Grassi di Milano nel 1996, direttrice artistica dell’Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca e del Teatro di Ringhiera di Milano.
Un’aspettativa influenzata dal suo percorso nella prosa in cui è riuscita a intersecare la ripresa dei grandi classici e la contemporaneità delle sperimentazioni con un focus attento all’importanza sociale del teatro. Difficile scorgere lo stesso impegno in un allestimento che cerca di mascherare una produzione povera, dove la creatività e l’opportunità di una personale rilettura non riescono né a rievocare né ad attualizzare il dramma amoroso Pucciniano.
Sul palco un pavimento sbilenco che si va mano a mano deteriorando, lo stesso nel primo atto con accorgimenti per ricordare la Cappella degli Attavanti, via via più cupo e sgretolato a rappresentare Palazzo Farnese per infine tramutarsi nello spiazzo di Castel Sant’angelo nel terzo atto. Il riferimento, comprensibile solo se letto sul libretto di sala, va all’incuria e all’abbandono in cui vertono i più celebri siti archeologici italiani, abbandonati al loro degrado a causa di istituzioni “impegnate a corrompersi a vicenda”. A colorare l’amore tra Cavaradossi e Scarpia alcune proiezioni turbinose che sembrano voler uscire dal fondale, in contrasto al cupo confronto tra il capo della polizia vaticana e la passionale Tosca illuminato dal fuoco delle candele nel secondo atto.
Quanto all’esecuzione musicale diretta dal maestro Daniele Callegari, la sensazione è che Susanna Branchini, prima elegante e disinvolta nel suo abito rosso di crescente gelosia, poi consumata dal dolore in una veste bianca macchiata dal vino gettato da Scarpia, passi troppo bruscamente al pur facile registro acuto. La gestualità interpretativa, lineare e tuttavia piacevole, viene interrotta da un poco credibile slancio saltellato nel finale suicida, a rivelare senza magia l’usuale espediente tecnico.  Lorenzo Decaro invece è un Cavaradossi un po’ sottotono, nonostante l’estetica propensione a personificare il ruolo del pittore, la prestazione in “E lucevan le stelle” fatica a trovare una dimensione brunita e a raggiungere con pienezza le ultime file. Nel primo atto egli è artefice di una tela contemporanea, dove la donna “troppo bella” è in realtà poco più che un abbozzo sproporzionato che fa riflettere sulla soggettività del giudizio di Tosca, accecata dalle lenti dell’amore, ma anche sul cambiamento e sulla relatività del concetto stesso di bellezza. La sua prigionia si svolge in una botola creata sulla destra del palcoscenico, mentre Angelo Veccia, uno Scarpia perentorio e risoluto nella parrucca ottocentesca, ne decreta la fine con timbro e fraseggio calibrati.
Il sacrestano Enric Martinez-Castignani incarna un discreto e misuratamente buffo personaggio, dalla vocalità distinta e accurata.Buona anche la prestazione di Cesare Angelotti interpretato da Christian Saitta, Spoletta alias Cristiano Olivieri e Armando Gabba nei panni di Sciarrone. La performance migliore è senza dubbio quella del direttore d’orchestra Daniele Callegari insieme a coro e orchestra, menzione speciale ai Piccoli Cantori Veneziani, impeccabili anche dal punto di vista attoriale. Nel complesso una Tosca fintamente tradizionale, dove i suggerimenti a un’attualizzazione sono timidi e difficilmente carpibili, con il risultato di evidenziare la povertà scenografica e focalizzare l’attenzione ancor più sulle voci degli interpreti, effetto che può anche rivelarsi svantaggioso. Foto Michele Crosera

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