“Le quattro stagioni” di Fredy Franzutti: eleganza e introspezione sotto la luna rossa di Paestum

“Le quattro stagioni” di Fredy Franzutti: eleganza e introspezione sotto la luna rossa di Paestum

Paestum, Heraia Musica ai Templi, stagione 2017
“LE QUATTRO STAGIONI”
Performance di teatro, musica e danza in due atti
Musica Antonio Vivaldi, John Cage
Coreografia Fredy Franzutti
Poesie di Wystan Hugh Auden
Attore Andrea Sirianni
Danzatori Nuria Salado Fusté, Carlos Montalvan, Beatrice Bartolomei, Letizia Cirri, Alexander Yakovlev, Lucia Colosio, Alice Leoncini, Federica Scolla, Gabriele Togni, Lucio Mautone, Valerio Torelli, Ovidiu Chitanu, Bianca Cortese, Carolina Sangalli, Paolo Ciofini, Salvador Chocolatl Duran, Giuseppe Stancanelli, Letizia Rossetti, Giorgia Bergamasco.
Paestum, 27 luglio 2018 

Anche quest’anno il teatro dei templi del Parco Archeologico di Paestum offre al suo pubblico la grande danza, nell’ambito della stagione musicale estiva “Heraia Musica ai Templi” che ha visto impegnato lo stesso direttore Gabriel Zuchtriegel (la cui nomina ha segnato un vero e proprio spartiacque nella gestione e  valorizzazione della preziosa area) come pianista jazz, e conquista il sold out con Il Balletto del Sud.
Diretta da Fredy Franzutti, la Compagnia è una realtà italiana di spicco e grande valore artistico, composta da circa venti giovani solisti di alto livello tecnico, in grado di alternarsi nei ruoli primari. Fondata nel 1995 a Lecce da Franzutti, vanta un repertorio di trentaquattro produzioni. “Le quattro stagioni” si inserisce nel repertorio come op. n° 30 (2012) ed è presentata nella nuova versione de 2017.
La metafora tradizionale dell’alternarsi dei cicli naturali si ispira alla poesia di Wystan Hugh Auden, poeta inglese che, come sottolinea lo stesso Franzutti riprendendo la prefazione di Sandro Veronesi alla raccolta di versi di Auden Un altro tempo, scrisse «la poesia più illuminante sull’arte americana del XX secolo. La sua Ode al cittadino ignoto, infatti, pur in una macabra luce orwelliana, ha finito per mettere a fuoco il segreto della straordinaria creatività statunitense del Novecento: l’epica dell’anonimato». Lo studio sui testi ha ispirato la visione coreografica che lo stesso Franzutti ha premura di spiegare al pubblico, com’è solito fare prima dell’inizio dei suoi spettacoli: una sorta di libretto vivente che prepara il pubblico alla riflessione sulla danza. Cosa particolarmente apprezzabile e inconsueta perché, se il senso artistico del movimento non è del tutto riproducibile, la guida a una visione consapevole è un fatto non scontato che permette di incrementare il livello di partecipazione da parte di chi di danza non si intende (ma spesso anche degli esperti), anticipando quei collegamenti fra idea, testo e coreografia non immediatamente intellegibili a tutti e dimostrando, ancora una volta, come la danza non sia un semplice intrattenimento o sfoggio tecnico, ma codice comunicativo pari alle altre espressioni umane.
Amore, Apatia, Ansia e Morte sono le quattro macro-categorie che Franzutti associa alle  stagioni dell’anno, dell’uomo, ma ancor più della società, in un flusso continuo che si dipana dal lato destro a quello sinistro del palcoscenico, senza possibilità di ritorno, in cui è necessario cogliere l’attimo prima della fine di tutto. Dall’analisi introspettiva degli esiti della apparente libertà americana, alle attualissime migrazioni, dall’amore omosessuale fino alla decadenza delle icone americane dal fine esclusivamente commerciale (a stessa coppia Mickey mouse e Minnie, che irrompono in scena quali simboli di degenerazione), alla mancata capacità di provare pietà per le disgrazie dell’altro – per cui arriva in scena il dipinto di Pieter Bruegel “La caduta di Icaro”. La primavera dell’individuo è il rapporto con l’amore, il calore dell’estate è invece «allegoria dell’immobilità, intesa come inabilità e incapacità di cambiamento o come disinteresse delle disgrazie altrui. L’autunnale caduta delle foglie e l’arrivo della pioggia insistente ci riporta alla routine dei pendolari, al modo pratico e consueto di procedere nell’attività quotidiana. Il rumore dei tuoni ci rinnova la paura delle persecuzioni, l’ingiallimento della natura rimanda alla consapevolezza d’appartenenza ad una società incline al marcire e spaventata dall’oscurità delle nubi, perché non vediamo dove stiamo, ci sentiamo (come scrive Auden) persi in un mondo stregato, bambini spaventati dalla notte. Il gelo invernale cala con la morte: la fine del rapporto, la morte del compagno di viaggio, la morte della persona amata».
Coreografo impegnato, Franzutti sa attualizzare visioni universali con l’eleganza che gli è consueta, non tralasciando di stupire il pubblico con un linguaggio articolato e complesso, ma scorrevole e vario poiché fonde bene la tecnica accademica più pura col movimento libero. Uno stile che ha ormai un suo chiaro segno di riconoscimento ma  non stanca. La cosa più interessante, però, è la lettura in chiave meridionale cólta dei fatti che narra, così come dei classici del balletto, in una visione verista che, nella danza, è sua prerogativa da sottolineare.
Un plauso particolare va ai danzatori, che hanno saputo governare una situazione logistica non semplice, da momento che il palcoscenico, di dimensioni ancor più ridotte a causa della compresenza dell’orchestra (graditissima e poco usuale nelle trasferte) sullo stesso palco.

Ma non solo: le tavole della pavimentazione, visibilmente oscillanti, e il tappeto grondante acqua a causa dell’umidità notoriamente altissima della zona, senza alcuna copertura per il palco – come invece sarebbe stato opportuno, ma confidiamo in bene per le prossime stagioni, vista l’attenzione nel voler migliorare costantemente – hanno messo a dura prova i danzatori, che hanno ugualmente brillato per virtuosismi ed espressività. Ben calato nella parte del poeta e perfettamente integrato con i movimenti coreografici l’attore Andrea Sirianni, che è stato l’anello di congiunzione tra le diverse scene. Le musiche di Vivaldi (Il cimento dell’armonia e dell’inventiione, 1723 e Magnificat RV611 del 1717 ca) e sono state ben eseguite dall’Hungarian International Orchestra, guidata dal primo violino Andrea Chuster, in alternanza con i ritmi di John  Cage (The Season), ma l’amplificazione montata per l’occasione non ha particolarmente giovato, poiché i microfoni disposti in basso hanno amplificato ancor più il rumore sordo prodotto dai passi e i danzatori sui legni sottostanti non ben incastrati.
I primi solisti sono quelli il cui talento è apparso più evidente, come la prima ballerina Nuria Salado Fustè, che ha interpretato la deportata ebrea Erika Mann, la solista Alice Leoncini che ha interpretato il passo a due di Mickey Mouse, i solisti Ovidio Chitanu e Gabriele Togni, ma il plauso merita di essere collettivo.
Scroscianti applausi hanno ricompensato il lavoro di questi artisti, che rappresentano una delle poche realtà stabili del panorama tersicoreo italiano, in un momento così difficile per la danza. (foto Carmine Aquino)
L’estate al Parco Archeologico di Paestum prosegue con i prossimi appuntamenti di “Heraia Musica ai Templi”, consultabili al seguente link. 

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