Napoli, Teatro di San Carlo: “Un ballo in maschera”

Napoli, Teatro di San Carlo: “Un ballo in maschera”

Napoli, Teatro di San Carlo, Stagione d’opera e danza 2018/19
UN BALLO IN MASCHERA”
Melodramma in tre atti su libretto di Antonio Somma, da Gustave III, ou Le Bal masqué (1833) di Eugène Scribe.
Musica di Giuseppe Verdi
Gustavo III (Riccardo) ROBERTO ARONICA
Carlo, duca di Ankastrom (Renato) LUCA SALSI
Amelia CARMEN GIANNATTASIO
Ulrica AGOSTINA SMIMMERO
Oscar MARINA MONZÓ
Conte di Horn (Sam) LAURENCE MEIKLE
Conte di Ribbïng (Tom) CRISTIAN SAITTA
Christian (Silvano) NICOLA EBAU
Un giudice GIANLUCA SORRENTINO
Un servo di Amelia LORENZO IZZO
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Donato Renzetti
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini
Regia Leo Muscato ripresa da Alessandra De Angelis
Scene Federica Parolini
Costumi Silvia Aymonino
Luci Alessandro Verazzi riprese da Marco Alba
Movimenti coreografici Alessandra De Angelis
Napoli, 24 febbraio 2019
Ritorna, al Teatro di San Carlo di Napoli, Un ballo in maschera, melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma. I napoletani avrebbero potuto festeggiare il 160º anniversario della prima rappresentazione del melodramma al San Carlo, cui l’opera era destinata, se l’asfissiante censura borbonica non avesse “nauseato” Verdi tanto da costringerlo a togliere l’opera dal Teatro napoletano e portarla all’Apollo di Roma, dove ebbe battesimo il 17 febbraio 1859. Compare, in questa produzione al San Carlo, la Svezia settecentesca, soffocata dalla censura, governata dal sovrano Gustavo III che i censori vollero che venisse retrocesso a Conte di Warwick e governatore di Boston, affinché non s’inscenasse un regicidio. Sul podio, Donato Renzetti. Egli propone un clima sonoro tratteggiato da una costante purezza strumentale. Tale impronta interpretativa viene egregiamente snodata tra la corposa e ritmicamente marcata sottolineatura delle complicazioni scolastiche del contrappunto e la compostezza dell’armonia, finemente regolata. La languida cura posta alla fluida plasticità dei profili melodici, accoppiatasi all’intensità del canto strumentale, mai svenevole o lezioso, produce un autentico poema amoroso, fattosi calore ed infuocata passione, quest’ultima inquadrata sempre entro schemi interpretativi mai incalzanti. Foga prorompente,  abdicano a favore del gemebondo languore, anch’esso ben controllato. L’abbandono ad una casta mitezza, sintomo d’un ineluttabile fatalismo passivo, lo si percepisce anche nelle parti strumentali più nere o terrificanti come, per esempio, nell’Introduzione orchestrale del «Re dell’abisso, affrettati» della maga Ulrica (Atto I, Scena VI). Un suono, dunque, quello dell’Orchestra del San Carlo, brillante,  luminoso, ma  anche soggiogato da una giovanile vena amorosa. Impronta interpretativa che si sposa perfettamente con la regia curata da Leo Muscato (ripresa da Alessandra De Angelis, curatrice anche dei movimenti coreografici), con scene progettate da Federica Parolini, con costumi ideati da Silvia Aymonino e luci create da Alessandro Verazzi, riprese da Marco Alba. Una teatralità paga della sua bellezza, del suo edonismo scenico e rappresentativo, poiché propone una lettura di grande impatto. Entro scene sontuose ed elegantemente mondane, storicamente stereotipi della  della vita cortese settecentesca, toccate da intimistiche ma espressioniste luci, la teatralità proposta adempie a malapena alla sua funzionalità drammatica.  Una briosa piacevolezza galante e una  vaghezza mondana  rappresentano l’aureola necessaria alla verità del fuoco amoroso e, proprio per tale motivo, non è questo a costituire l’elemento di rilievo, ma è il dramma dell’amore vietato resta l’unica verità. E la scelta, da parte del regista, della trasformazione del dramma in una fiaba archetipica quasi parossistica cozza con la realtà del fuoco di questo amore. E l’amore fiabesco non rende l’idea della guerra amorosa combattuta dai due amanti. Potremmo ora, dunque, comprendere la ragione della sonnambolica vaporosità sonora dell’orchestra. In questo poema amoroso, non c’è una “bella addormentata”, ma una donna vera e, l’incipit “C’era una volta… un Re… il suo migliore amico… e una donna”, proiettato sul tabellone durante l’esecuzione del preludio dell’Atto I, resta una titubante trovata teatrale, anche perché sulle note staccate del preludio si è consumata l’intromissione d’una scena inventata dal regista: il re si batte col suo fido amico, producendo anche un rumoroso cozzare d’armi, mentre la donna bramata dal re, e consorte dell’amico, s’occupa della prole. Un siparietto che distrae dalla musica. Proprio come nella Scena VII dell’Atto III: mentre i congiurati parlano sommessamente, distrae anche tutta quell’esagerata massa dondolante e danzante, in bilico tra invitati ad una festa da ballo in una corte settecentesca e pensionati d’una balera romagnola, ma intabarrati in costumi raffinatissimi con rigorose fantasie geometriche, caratterizzati da una contrastante bicromia. Ogni intromissione, nella drammaturgia  verdiana, quasi sempre produce  controsensi teatrali. Ottima prova per la compagnia di canto. Il tenore Roberto Aronica (Gustavo III/Riccardo) risolve scenicamente il suo ruolo con naturalezza teatrale. Voce calda, omogenea e sempre stilisticamente centrata, appare fresca e densa in proiezione. Il profilo vocale, assai elegante e caratterizzato da una da un fraseggio intelligente che non cade mai in un manierismi o in eccessi stilisticamente fuorvianti. Notevole prova anche quella del baritono Luca Salsi (Ankastrom/Renato). Ne conosciamo le qualità: voce, rotonda e salda, unita a un  temperamento teatrale, spontaneo e, a tratti, valoroso. Anche del soprano soprano Carmen Giannattasio (Amelia) conosciamo il notevole temperamento teatrale unito a una altrettanto generosità vocale per bellezza timbrica  e sicurezza di emissione. Notevole prova quella del contralto Agostina Smimmero (Ulrica). Con voce omogenea, profonda, “spettrale”, proiettata senza forzature nel grave, risolve con destrezza il ruolo della maga in costante relazione con le forze demoniache. Bene anche il soprano Marina Monzó che, con un canto luminoso  s’immerge  senza eccessi di leziosità nella leggera e brillante figura di Oscar. Notevole anche la prova vocale e teatrale di Laurence Maikle (Horn/Sam) e Cristian Saitta (Ribbïng/Tom),  Nicola Ebau (Christian/Silvano), del tenore Gianluca Sorrentino (un giudice) e del tenore Lorenzo Izzo (un servo di Amelia). Notevolissimo anche l’apporto del Coro, sempre brillante e vocalmente colto, magistralmente preparato da Gea Garatti Ansini. Pieno successo di pubblico per questa produzione che ha destato approvazione soprattutto per le scenografie tradizionaliste. Foto Francesco Squeglia

Share This

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *