New York, Metropolitan Opera:”Carmen”

New York, Metropolitan Opera:”Carmen”

New York, Metropolitan Opera, Stagione lirica 2010-011
“CARMEN”
Opéra-Comique in quattro atti su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, dalla novella omonima di Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet
Carmen ELINA GARANCA
Micaela NICOLE CABELL
Don José BRANDON JOVANOVICH
Escamillo JOHN RELYEA
Frasquita JOYCE EL-KHOURY
Mercédès EVE GIGLIOTTI
Le Remendado SCOTT SCULLY
Le Dancaire MALCOM McKENZIE
Moralèse MICHAEL  TODD SIMPSON
Zuniga KEITH MILLER
Ballerini solisti MARIE KOWROSKI, MARTIN HARVEY
Voci bianch, Coro e Orchetra del Metropolitan Opera di New York
Direttore Edward Gardner
Regia Richard Eyre
Scene e Costumi Rob Howell
Luci Peter Mumford
Coreografia Christopher Wheeldon
New York, 16 novembre 2010
La riproposta del Met della sua produzione del 2009 di Carmen, diretta da Richard Eyre, aggiorna la storia trasportandola dal 1830 di Prosper Mérimée ai tempi della Guerra Civile spagnola. Questo concept non è nuovo: Frank Corsaro lo impose alla produzione low-budget del 1984 del New York City, che fu ripresa diverse volte. Ho assistito a tale produzione verso la fine degli anni 90 e uno spiacevole paragone è inevitabile: si ha l’impressione che gli aggiornamenti siano una trovata solo per risparmiare denaro, utilizzando costumi e scenografie scialbe, laddove invece ci sarebbe da allestire un ricco spettacolo visuale. Il pubblico “ascolta con gli occhi” oltre che con le orecchie, come si suol dire, e in questo caso l’elemento visivo cala una cappa sull’intera opera, con alcune eccezioni che verrano fatte presenti di seguito.
Un’eccezione alla monotonia cromatica di questa produzione è stata l’impressionante squarcio rosso sangue che screziava dall’alto in basso il sipario antincendio che si notava entrando nella platea e che crea un’ammirevole simmetria con l’abito in cui Carmen va incontro al suo destino alla fine dell’opera: un vestito  di pizzo nero (trajes de faraleas) con un’identica screziatura rossa sul davanti, quasi simile ad un fulmine.
Per l’ascoltatore, la performance è risultata vanificata sul nascere dai tempi troppo veloci scelti dal direttore d’orchestra, Edward Gardner, qui al suo debutto al Met. L’overture è stata talmente spinta all’estremo che solo la meravigliosa orchestra del Met poteva tenere il passo. Il risultato è stata una deprimente mancanza di energia ritmica, assenza di fraseggio, perdita di chiarezza della strumentazione e un insieme discontinuo. Ciò è stato tanto più evidente nel terzo atto, e il fallimento del coordinamento ha quasi sconfinato nel disastro completo. Forse è stato detto a Gardner dal management di  guardare l’orologio, dato che lo “straordinario” parte dalla mezzanotte. Stando relativamente vicino al palco, non  si riusciva a scorgere un suggeritore, e senza di esso, e nonostante i monitor, il cast ha fatto sfoggio di una capacità quasi telepatica, si potrebbe dire, per poter mantenere un minimo di coordinamento con la buca.  E’ da credere  che questa sia una delle maledizioni dei nostri tempi, la confusione fra energia e velocità.
L’ammirevole coro del Met è sembrato sottotono in questa esibizione, fatta eccezione per alcuni passaggi lirici cantati con grande bellezza ed equilibrio. Il coro dei bambini è stato brillantemente energico e potente. C’è spesso da meravigliarsi della capacità della voce di un bambino di impartire lezioni a cantanti adulti e maestri di canto in un teatro delle dimensioni del Met.
Anche in questo caso si è registrata la presenza dell’onnipresente piattaforma girevole del Met; c’erano rulli rotanti verticali che servivano, nelle loro varie mutazioni, a creare una manifattura di sigarette, una taverna, un accampamento gitano e un’arena. Le luci di Peter Mumford hanno calato il palco in una velata foschia per tutta la serata. Il sole spagnolo, penetrante e brillante, era del tutto assente, anche nell’atto finale, eccetto quando José uccide Carmen, quando il cielo per un momento si tinge di rosso sangue.
Il mezzosoprano lettone Elina Garanča possiede una voce di grande bellezza, sostenuta da una tecnica sicura e da acuti potenti. E’ anche benedetta da una presenza fisica molto attraente e dall’abilità di muoversi bene sul palco. Tuttavia fa desiderare allo spettatore una dose maggiore di rischio e di sostanza. La sue performance sminuisce la sessualità bramosa di Carmen sostituendo una vocalità forgiata elegantemente alla potenza drammatica. Sembrava che o non avesse o non volesse attingere al registro di petto quando la musica e il dramma lo richiedono. Questa è una grande sfida per una brava cantante: come oltrepassare i confini della tecnica senza rischiare la salute della voce.  Sarà sicuramente  ascoltare questa cantante in altri repertori quali Mozart, Strauss o Mahler, in cui il suo freddo temperamento baltico e il suo dono vocale sarebbero meglio utilizzati.
Il Don José del tenore Brandon Jovanovich è stato vocalmente gratificante e visivamente appagante. Possiede una voce sufficientemente “tagliente” (com’era solito dire Colin Davis) con cui riempie il grande auditorio del Met e finisce la sua Romanza del Fiore con un bel Si bemolle  in emissione mista, petto-testa. Ha superato un’iniziale impressione di rigidità fisica e disagio e ha costruito la sua performance fino a raggiungere un fine effetto drammatico nell’ultimo atto. Per trovare un difetto, non è stato ben assistito dal costumista alla fine dell’opera, quando appare in un costume che sembra il saio di un frate con una grossa croce che ciondola sul petto – un’interpretazione troppo letterale del verso che canta a Carmen: “laisse moi te sauver.” Quello che è un bell’esempio di messinscena, quando José sbatte Carmen contro un muro, stordendola mentre la implora di non abbandonarlo, è stato rovinato da un pezzo di scenografia non propriamente supportato che ha traballato comicamente a seguito dell’impatto.
Quanto al resto del cast, l’Escamillo di John Relyea è stato  una delusione sotto tutti i punti di vista, eccetto uno, la sua presenza fisica. Ho molto ammirato questo cantante in altri ruoli, specie nel Faust de La Dannazione di Faust di Berlioz. In questo caso, tuttavia, il suo ampio registro da basso-baritono è stato ostacolato da una emissione ingolata e da acuti deboli. Nicole Cabell nel ruolo di Micaëla, benché dotata di una voce gradevole, è sembrata sottotono nell’auditorio del Met, nonostante abbia interpretato il ruolo con sincerità. A rischio di ripetersi, bisogna di nuovo biasimare il direttore d’orchestra che ha costretto la Cabell in una morsa ritmica proprio nella sua aria più rappresentativa, “Je dis que rien ne m’épouvante.” Il suo ritmo dittatoriale e metronomico ha impedito alla cantante di impiegare al meglio la propria emissione. Saggiamente, lei ha emesso un Re acuto centrato e frontale, strappando metaforicamente di mano la bacchetta da Gardner e regalandosi una possibilità di emergere e impressionare il pubblico. Michael Todd Simpson nel ruolo di Moralès e Keith Miller nel ruolo di Zuniga sono stati efficaci. Joyce El-Khoury (al suo debutto al Met) nel ruolo di  Frasquita, Eve Gigliotti in quello di Mercédès e la loro schiera di gitani non riescono ad essere vocalmente all’altezza a causa dei tempi rapidissimi imposti da Gardner, benché abbiano adempiuto ai loro doveri coreografici e drammatici con maestria. Una menzione speciale va alla danza bella ed espressiva di  Maria Kowroski e Martin Harvey, e alla bella esecuzione dell’Entr’acte del terzo atto da parte dei maestri dell’orchestra del Met.

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