Opera di Firenze, Cortile di Palazzo Pitti: “La Traviata” (cast alternativo)

Opera di Firenze, Cortile di Palazzo Pitti: “La Traviata” (cast alternativo)

Opera di Firenze, Cortile di Palazzo Pitti – Stagione estiva 2016
“LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi  
Violetta Valery MARIA MUDRYAK  
Flora Bervoix ANA VICTÓRIA PITTS
Annina EUNHEE KIM
Alfredo Germont FRANCESCO MARSIGLIA
Giorgio Germont FRANCESCO LANDOLFI
Gastone PATRICK KABONGO MUBENGA
Barone Douphol DARIO SHIKHMIRI  
Marchese d’Obigny QIANMING DOU
Dottor Grenvil PAVLO BALAKIN
Giuseppe LEONARDO SGROI
Un domestico di Flora MASSIMO NACCARATO
Un commissionario ANTONIO CORBISIERO
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Alfredo Corno
Scene Angelo Sala
Costumi Alfredo Corno, Angelo Sala  
Luci Alessandro Tutini
Nuovo allestimento
Firenze, 22 luglio 2016
Nel cortile dell’Ammannati, l’unico titolo verdiano della stagione estiva del Maggio è anche il solo a presentare un’alternativa al cast della prima, probabilmente dovuta al maggior numero di rappresentazioni del dramma parigino (“romano”, per l’occasione) rispetto alle altre due opere in programma. Brochure alla mano, se l’attenzione del teatro a proporre con costanza questo titolo è del tutto rispettabile, la scelta di relegarlo alle ristrettezze di riproposizioni all’aperto, anche per l’estate del 2017, appare assai più discutibile, tenendo anche presente che le ultime produzioni de “La traviata” ne hanno puntualmente privilegiato l’aspetto visivo. Da questo non si discosta la recita del 22, che srotola la sua pellicola sulle fascinose atmosfere felliniane, recuperando con sapienza (atto primo) l’universo del grande regista di Rimini, in cui non poteva mancare l’esplicito riferimento alla celebre scena della Ekberg ne “La dolce vita”. La marcata libertà registica produce, però, anche i suoi effetti collaterali. È questo il caso del carnevale del secondo atto, dove le citazioni cinematografiche si fanno sovrabbondanti e maggiormente forzate, per proseguire nel finale, in cui al posto del sempre più inflazionato lettino asettico da ambulatorio (la cui funzione di centrare l’obiettivo sulla protagonista sarebbe stata anche possibile, almeno atteggiando in modo più convincente i personaggi di contorno), il prosieguo della finzione scenica sarebbe forse apparso più coerente ed originale. Rimandando alla recensione di Filippo Bozzi col primo cast per approfondimenti relativi all’allestimento, alla direzione d’orchestra ed alla prova del coro, veniamo adesso all’aspetto vocale della rappresentazione. Con Maria Mudryak si ha come l’impressione di assistere ad una delle tante recite areniane in cui una sola voce ha l’impostazione necessaria a superare il sostrato orchestrale. Il soprano, infatti, non esita ad esibire grande disinvoltura scenica e di fraseggio, costruendo una Violetta dal timbro intrigante ed omogeneo. Per questo ruolo, però, in grado di centrare con almeno un’inflessione ciascuna delle possibili sfumature del più autentico subconscio femminile, lo spettro interno a ciascun registro è ancora limitato. Un punto, questo, di cui il soprano sembra essere a conoscenza, data la netta tendenza ad anticipare i passi maggiormente tecnici del primo atto, dove le strette oscillazioni del vibrato sono l’espediente per celare agilità e trilli solamente approssimativi. L’interprete evita con sagacia l’esecuzione degli staccati finali, mentre l’attenzione ad un’interpretazione globalmente sentita la porta a comprendere la puntatura al mi sovracuto, calante e dal sostegno a tratti fisso. Al diminuire dei passi più prettamente tecnici, la resa della Mudryak acquista progressivamente spessore, vantando un buon controllo dei legati e passando da affievolimenti dove la proiezione del suono si fa ancora più raccolta, fino al suo culmine in un “Addio del passato” di convincente scavo introspettivo. Per lei, una performance a cui va il merito di aver scelto dinamiche poco convenzionali e che costituisce, vista anche la giovanissima età, un discreto punto di partenza. Il costante disinteresse attoriale con cui Francesco Marsiglia tratteggia Alfredo, che non si ridesta neanche al momento dell’invettiva a casa di Flora, non ha suscitato altro effetto se non quello di aver dato ancora più risalto alla purezza della protagonista. Il timbro leggero, morbido in basso ma debole e di scarsa attrattiva, trova il suo provvisorio equilibrio soltanto a patto di sacrificare gli abbellimenti della parte, confinare il canto al mezzo-forte, e di non avvicinarsi troppo all’area acuta. In questo contesto, a poco gli è valsa la sostanziale fissità di alcuni suoni nel tentativo di stabilizzarne l’emissione, mentre le numerose inflessioni nasali sono divenute decisamente marcate alla prova con i la della cabaletta, dove anche il sostegno si è dimostrato insufficiente, causando una drastica interruzione della linea di canto sulla progressione ascendente (misolla) in preparazione all’impreciso si acuto. La situazione riesce addirittura a peggiorare con l’ingresso di Germont padre (Francesco Landolfi), che calca la scena ponderando le movenze ma non l’emissione vocale, continuamente periclitante e dalle frequenti ricadute gutturali o nasali. Intere frasi liriche vengono inficiate da irregolari aperture dei suoni, tanto quanto la sommaria gestione del fraseggio e delle intensità conduce ad una cabaletta “Di Provenza” che non si discosta dalle stucchevolezze esecutive della tradizione. Come conseguenza, il ruolo rimane lontano dalla sua persuasiva autorevolezza, riscattando la poca cura esibita su alcuni passaggi virtuosistici soltanto con le fioriture di “Un dì quando le veneri”. Ad eccezione di Pavlo Balakin (dottore Grenvil), per il quale si avverte un certo sforzo nell’emissione, e di Qianming Dou (marchese d’Obigny), che a questo aggiunge un clamoroso errore d’attacco iniziando a cantare addirittura prima della protagonista, nessuno degli interpreti secondari si lascia cogliere impreparato nel susseguirsi delle riprese al Teatro 5 di Cinecittà, esibendo grande aderenza al piano registico. Prima fra tutti, l’inedita Flora di Ana Victória Pitts, che si è distinta per verve scenica e messa a punto della resa vocale, seguita a stretto giro dalle prove di Dario Shikhmiri (barone nitido e dal fare gagliardo) e di Eunhee Kim (sicura e partecipativa Annina). Più generico è, invece, apparso l’approccio adottato da Patrick Kabongo Mubenga come Gastone, mentre Leonardo Sgroi, Massimo Naccarato e Antonio Corbisiero hanno collocato con convinzione i brevi interventi destinati rispettivamente alle parti di Giuseppe, domestico di Flora e commissionario. Al termine della serata, l’eterogeneo pubblico dei presenti riserva un equilibrato applauso, giocando così il suo ruolo in questo “spettacolo nello spettacolo”. Foto Simone Donati

 

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