Opera di Firenze: “Nabucco”

Opera di Firenze: “Nabucco”

Opera di Firenze – Stagione d’opera 2016/17
“NABUCCO”
Dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi
Nabucco, re di Babilonia DIMITRI PLATANIAS
Ismaele, nipote di Sedecia, re di Gerusalemme PAOLO ANTOGNETTI
Zaccaria, gran pontefice degli ebrei RICCARDO ZANELLATO
Abigaille, schiava, creduta figlia primogenita di Nabucco SUSANNA BRANCHINI
Fenena, figlia di Nabucco ANNA MALAVASI
Il gran sacerdote di Belo LUCIANO LEONI
Abdallo, vecchio ufficiale di Nabucco STEFANO CONSOLINI
Anna, sorella di Zaccaria ELENA BORIN
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Renato Palumbo
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Leo Muscato
Scene Tiziano Santi
Costumi Silvia Aymonino
Luci Alessandro Verazzi
Allestimento del Teatro Lirico di Cagliari
Firenze, 22 dicembre 2016
Calorosa accoglienza quella del pubblico fiorentino all’ultima opera prima del nuovo anno, la cui partecipazione approssima il “tutto esaurito” in ciascuna delle recite in programmazione.
Ad apertura di sipario, la scena dischiude un tempio di Salomone senza mura, un “luogo dell’anima” plasmato solamente attraverso il dinamismo cromatico delle luci, che ben trasmette il fotogramma di un popolo arroccato agli idoli della sua città, privo di altra difesa ad esclusione della fede, a cui le lamine luminescenti ed i bagliori del fuoco sembrano rimandare. Questa la potenza evocativa di una produzione tanto autentica quanto sobria, che con la radenza delle scelte illuminotecniche di Alessandro Verazzi restituisce l’illusione di un tempo indefinito e sacrale, ma non per questo distante, forgiando una rappresentazione che sa coinvolgere il pubblico, grazie anche a costumi che calano credibilmente i personaggi all’interno del contesto, ora facendone risaltare l’aspetto religioso, ora quello guerresco. La toga prevista da Silvia Aymonino per Zaccaria, ad esempio, è come clonata nelle vesti del popolo che lo attornia, quasi costituisse una metafora visiva dell’effondersi delle sue predicazioni, mentre le corazze che rafforzano i corpetti di Abigaille e Nabucco ben si confanno alla comune tempra dei due. Sebbene le scene di Tiziano Santi insistano su ambientazioni esterne, sottile cura è comunque riservata al tratteggio dei pochi scorci in interno. Ce ne rendiamo conto negli appartamenti della reggia, dove l’intimo taglio della stanza cinta da veli in cui Abigaille viene a conoscenza delle sue origini servili instaura un clima di raccoglimento ed anche quando lo stesso espediente viene utilizzato per circoscrivere la conversione di Fenena: simili soluzioni legano così gli animi delle due rivali, in due passi chiave dell’intreccio.
Di fronte all’allestimento che valse il “Premio Abbiati 2012”, ci saremmo forse aspettati di più dalla regia di Leo Muscato che, al di fuori di qualche spunto più originale, come l’idea di mostrare in scena un’Abigaille fanciulla sulle note del cantabile dell’aria, vive perlopiù all’interno di un progetto sorprendentemente statico per un dramma vorticoso come “Nabucco”. Per di più, maggiore risalto sarebbe dovuto spettare alla resa del sovrannaturale, presente a più riprese nell’opera. A questo proposito, se l’effetto sorpresa della folgorazione divina viene precluso dall’evidente calco di una saetta spenta sulla lapide retrostante al trono, il crollo dell’idolo, che pure dà il titolo alla quarta parte, passa quasi inosservato, riducendosi ad un semplicistico barlume sullo sfondo.
“Una parte che si fa da sola”, scrive Verdi a proposito di Nabucco, eppure con Dimitri Platanias non si è avuta questa impressione, dato che la dizione approssimativa e le frequenti inflessioni nasali delineavano un re monocorde, lontano dalla virile baldanza del condottiero o dal ridestarsi di un vecchio. Di certo la ricerca di colori non era agevolata da una vocalità modesta nel volume e tecnicamente perfettibile, ma al baritono greco è sfuggito più d’un appiglio per fare sue le caleidoscopiche gradazioni del ruolo, anche quando la voce si era ormai scaldata, riuscendo al più a bilanciare la durezza delle note più gravi e la poco nitida emissione degli acuti con qualche legato di centro più riuscito.
A poco è valsa pure la concitata affezione che si scorgeva nell’interpretazione di Susanna Branchini, in continua difficoltà con l’impervia scrittura di Abigaille. Le sciabolate sonore e l’uso della voce come un’arma letale, infatti, sono elementi che possono ritorcersi contro, quando non sostenuti da una corretta emissione a piena voce. Così, gli acuti risuonavano tesi e l’apprensione nella resa di volatine ed agilità prese di sbalzo costringeva il soprano ad anticipare i passi virtuosistici, eseguiti con frequenti sbavature ed omissioni, quando non interrotti da improvvise prese di fiato. Non sono il suo forte neppure le imperiose escursioni di registro, attenuate da note gravi ovattate e, all’uscita, anche alzate d’ottava, mentre la cantante sa farsi arguta nello scolpire un fraseggio volto ad irrobustire la proiezione in tessitura medio-grave. Passando per suoni fissi ed un vibrato tanto stretto da impedirle di essere persuasiva sui trilli, di Abigaille rimane solo la sobria linea del cantabile in cui rimembra il passato, dove con premesse simili era difficile pretendere particolari nuance, ma che tutto sommato ha costituito una parentesi di maggiore controllo emissivo.
Malgrado l’apprezzabile morbidezza di un timbro chiaro ed omogeneo, neppure lo Zaccaria di Riccardo Zanellato sfuggiva del tutto al sottodimensionamento di questo quadro interpretativo. Abile nel modellare sottili mezze voci, il basso tratteggia ancora un pontefice solenne, come si addice ad una guida spirituale mai rassegnata e severa nelle inserzioni gravi, ma è il limite nella cavata a renderlo poco incisivo nella restituzione del ruolo, che con i suoi acuti sommessi e la difficile dominazione nel canto a piena orchestra l’ha visto più volte sovrastato dal suo alter ego corale. L’equilibro si è parzialmente ristabilito con l’apporto delle rimanenti parti, a partire da Paolo Antognetti (Ismaele), che non sarà dotato di particolari mezzi vocali, ma che è riuscito a risolvere uno dei ruoli meno interessanti del repertorio verdiano, conciliando la sentita partecipazione scenica con voce ferma e sensibilità di fraseggio, mentre la suadente Fenena di Anna Malavasi risentiva di qualche incertezza sugli acuti della romanza, sebbene lo ricambiasse con un registro medio-grave caldo ed espressivo. Con teatrale arte nella recitazione, era poi l’Anna ben timbrata di Elena Borin a distinguersi tra i personaggi secondari, a fronte dell’autorevole apporto di Luciano Leoni (gran sacerdote) e dei tenui interventi di Stefano Consolini (Abdallo).
Differentemente dalla prova del 2014, qualche segnale di minore forma si trovava anche scorrendo le file del coro di Lorenzo Fratini, come nell’incerto attacco del “Maledetto” od in qualche punto di minor compattezza (“Immenso Jehovah”). Si può discutere sulla scelta di un “Va’, pensiero” intessuto quasi integralmente in pianissimo, senza dare particolare slancio alle commoventi frasi centrali, ma per lo meno questa lettura lo ha ricondotto a quello che in realtà è: una toccante pagina musicale, su cui si strugge un popolo in bilico, ad un passo dalla condanna.
Dalla buca, invece, la restituzione integrale dello spartito è parsa più esibizionistica che rispettosa del cast, più volte messo in affanno da accelerazioni ritmiche o subissato da intense sonorità. Al posto di strette rapidissime, finalizzate all’applauso, sarebbe stato preferibile un piano complessivo più attento all’agogica, in grado di combinare con fermezza i richiami ai temi dell’opera presenti nella sinfonia dove le variazioni ritmiche sembravano appena abbozzate, prima di disperdersi in un approccio dai pochi contrasti espressivi ed avaro di dinamiche, se non al momento dei delicati contrappunti dei violoncelli divisi, delle note celestiali di flauto ed arpa o dei motivi cullanti dei legni, con i quali la bacchetta di Renato Palumbo ha saputo evidenziare la componente interiore del dramma. Si chiude, infine, nel disorientamento generale, tra dissensi a scena aperta ed applausi, questa riproposizione della terza opera di Giuseppe Verdi, a cui si augura una più consona celebrazione nel “Don Carlo” previsto dall’Ottantesimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino.

 

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