Opera di Firenze: “Rosmonda d’Inghilterra”

Opera di Firenze: “Rosmonda d’Inghilterra”

Opera di Firenze – Stagione d’opera 2016/17  
“ROSMONDA D’INGHILTERRA”  
Melodramma in due atti su libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti  
Enrico II, re d’Inghilterra  MICHAEL SPYRES
Leonora di Gujenna, sua consorte
EVA MEI
Clifford, isititutore del re NICOLA ULIVIERI
Rosmonda, sua figlia e amante del re
JESSICA PRATT
Arturo, paggio  RAFFAELLA LUPINACCI 
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Sebastiano Rolli    
Maestro del coro Lorenzo Fratini  
Esecuzione in forma di concerto
Firenze, 9 ottobre 2016 
Di gran lunga meno fortunata rispetto al più noto “ciclo delle regine”, la “Rosmonda d’Inghilterra” andava in scena per la prima volta al Teatro della Pergola di Firenze nel lontano 1834, con tredici anni di anticipo sul “Macbeth” di Verdi. Come quest’ultimo capolavoro, se si trascura la ripresa livornese del 1845 e la nuova versione per Napoli a pochi anni dalla prima assoluta, l’opera viene dimenticata, con la differenza che, ancora in tempi odierni, rimane distante dall’ingresso in repertorio. Eppure, nel corso del tempo, qualcuno ha avvertito il potenziale introspettivo dalle cifre stilistiche donizettiane della composizione. Questo è avvenuto, per lo meno, nella seconda parte del Novecento, quando viene eseguita alla “Queen Elizabeth Hall” di Londra. Si trattava, come in questa serata, di una versione in forma di concerto, con un’altra interprete australiana nel ruolo del titolo (il soprano Yvonne Kenny). Da quel momento, fatta eccezione per qualche edizione discografica, l’intrigo d’amore tra Rosamund Clifford ed Enrico II riprende a far parte della storia. È dunque un punto a favore dell’Opera di Firenze quello di aver permesso il ritorno della “Rosmonda” anche se, a onor del vero, si tratta di un ritorno “solo per metà”, dal momento che rimanda alla produzione bergamasca del mese prossimo l’onere di un completamento scenico. Indubbiamente un peccato che, a voler esaminare la situazione con la lente, declassa la riscoperta fiorentina ad una sorta di prova preliminare in vista della produzione al Teatro Donizetti di Bergamo, considerando che le locandine delle due città differiscono soltanto per il tenore. Assistendo all’opera in forma di concerto, l’attenzione converge sulla scrittura ed emergono i motivi della controversia legata a questo titolo, dove lo scarso dinamismo d’azione spinge i flussi lirici verso una costellazione di impegnativi abbellimenti virtuosistici, ma in cui i moti interiori dei protagonisti, seppure sigillati sotto la regale pompa degli alti ceti sociali, rimangono ancora oggi saldati al palpito di quegli impulsi contrastanti che da sempre sono legati al sentimento d’amore e che, pertanto, riecheggiano in tutta la loro attualità. Non sfugge, questo, a Sebastiano Rolli, la cui ripresa integrale dell’autografo fluisce con scioltezza per esaltare la vivacità dei cambi ritmici e la freschezza delle inserzioni degli archi, precisissime nei pizzicati. Il taglio sa essere solenne e riesce a coordinare l’organico verso progressioni di rinforzo, raggiungendo un dignitoso risultato d’insieme. Più che il risultato di un vero e proprio piano dinamico, però, le variazioni d’intensità sembrano essenzialmente dovute agli alleggerimenti dell’organico previsti in partitura, sebbene la bacchetta mostri una netta propensione a saggiare gli accompagnamenti designati al personaggio di Rosmonda che, come nella più celebre “Lucia di Lammermoor”, prevedono le fioriture eteree del flauto. La forma di concerto non agevola poi l’incostante attenzione alla sintonia con l’apparato vocale, giacché numerose sono state le prevaricazioni da parte del sostrato strumentale, evidenti già nel primo duetto tra le due voci maschili. Al contrario, ben ponderato è stato l’approccio con cui il coro del Maggio Musicale Fiorentino, guidato dal maestro Lorenzo Fratini, si è fatto portavoce compatta del popolo inglese. Dal canto suo, Eva Mei fa sfoggio di un sontuoso abito di raso blu (quasi un abito da scena) su cui brilla un vistoso gioiello. Si può dire che per una volta “l’abito faccia il monaco”, perché il portamento è autorevole e il registro acuto della Mei ben si sposa con la scrittura di Leonora. Le rivalse della regina, puntualmente rese dall’approfondito fraseggio dell’interprete, la espongono però al sostanziale depauperamento della fascia medio-grave, in cui la nitida impostazione vocale stenta a mantenere i bagliori vellutati dei centri, senza trovare quel corpo e volume che renderebbero più completo la resa  ruolo. Del resto, la voce della Mei rimane pur sempre quella di un soprano più leggero che lirico e si fa maggiormente apprezzare nella sicura esecuzione dei passaggi più tecnici, a fronte d’intensità sonore piuttosto stabili e non esenti da qualche momento di maggiore fissità, specialmente nell’approssimare l’area sovracuta. Pare ancora sotto rodaggio l’Enrico di Michael Spyres, la cui propensione ad abbandonare il mezzo forte è così modesta da limitare i contrasti che legano il re agli altri personaggi. Nell’aria, emerge un buon slancio lirico, un discreto volume ed un’emissione tendenzialmente a fuoco, fatta eccezione per qualche lieve inflessione nasale. È comunque nel corso dell’opera che la voce acquista maggiore colore e calore, abbozzando sfumature più sensibili, a dispetto di una piuttosto  sbrigativa gestione dei recitativi. Qualche passaggio di registro potrebbe essere più curato, così come di  tanto in tanto, le vocali si aprono e gli acuti suonano pallidi, sicuramente la sua performance presenta un buon margine di miglioramento, in virtù della sostanziale solidità vocale e tecnica di Spyres. Jessica Pratt,   reduce dai non comodissimi accenti di “Semiramide”, ritrova nella scrittura donizettiana il suo terreno ideale. Visto anche il recente debutto nella “Linda di Chamounix”, si può dire che l’interprete sembri determinata ad approfondire le partiture più inedite del compositore bergamasco ed, ancora una volta, lo fa con estremo controllo nell’emissione, una linea  di canto morbida, varietà di colori, oltre al suo ben  noto bagaglio di virtuosa. Dotata di un timbro tanto più voluminoso quanto più acuto, non sorprende che affronti l’autografo in tonalità originale (alle volte un tono sopra rispetto alle registrazioni del Novecento), con guizzi fino al mi naturale sovracuto tanto penetranti quanto puri, mentre la zona medio bassa della parte risente di un lieve stemperamento del peso vocale. Raffaella Lupinacci  mostra  un fraseggio rivolto a valorizzare gli spunti offerti dal ruolo. Passionale nell’evocare il suo sentimento d’amore per Rosmonda, quanto accigliato nel misurarsi con la possanza del grande rivale, il suo Arturo rimane maggiormente in ombra nell’emissione di centro, dove le limitazioni di volume si uniscono ad una marcata ovattatura timbrica. Il giovane mezzosoprano (non lontano dal timbro contraltile) trova, comunque, l’occasione per dare risalto vocale al personaggio nell’applaudita aria del secondo atto, che si distingue per la maggiore nitidezza dei suoni agli estremi del registro e la perizia delle vocalizzazioni. Altrettanto non si può dire della prova di Nicola Ulivieri, a cui sarebbe stato richiesto un ben altro affinamento della parte di Clifford che, già per composizione, appare in secondo piano. Le premesse vocali ci sarebbero anche state, poiché il basso mostra austerità di fraseggio e degno volume, ma è la sostanza opaca e piuttosto povera di colori del suo strumento a non incoraggiare i tentativi al servizio della drammaturgia, arrivando perfino ad affievolire la fibra delle note più gravi. Foto Simone Donati

 

 

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