“Orfeo ed Euridice” al Teatro alla Pergola di Firenze

“Orfeo ed Euridice” al Teatro alla Pergola di Firenze

Teatro della Pergola – 77° Festival del Maggio Musicale Fiorentino 2014
“ORFEO ED EURIDICE”
Azione teatrale per musica in tre atti. Libretto di Ranieri de’ Calzabigi
Musica di Cristoph Willibald Gluck
Orfeo ANNA BONITATIBUS
Euridice HELENE GUILMETTE
Amore SILVIA FRIGATO
Danzatori Margherita Mana, Gaia Mazzeranghi, Leone Barilli, Duccio Brinati, Fabrizio Pezzoni, Pierangelo Preziosa
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore d’orchestra Federico Maria Sardelli
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Maestro al Cembalo Giulia Nuti
Arpa Barocca Ann Fierens
Regia, scene, costumi e luci Denis Krief
Elaborazioni video Nicola Calocero
Coreografia Cristina Rizzo
Mag.Da. Compagnia ospite Fondazione Maggio Musicale
Nuovo allestimento
Firenze, 8 Giugno 2014

Molti ricorderanno l’ultima volta di Orfeo ed Euridice a Firenze nel 2007 in un’intensa versione da concerto diretta da Riccardo Muti con Daniela Barcellona nel ruolo di Orfeo, a 31 anni di distanza dall’ultimo allestimento scenico diretto dallo stesso Muti e firmato da Luca Ronconi. Dopo soli 5 anni il capolavoro gluckiano torna nella città di Dante come ultimo titolo operistico in programma al 77° Maggio Musicale nella deliziosa cornice del Teatro della Pergola.
La direzione è affidata stavolta al toscanissimo e poliedrico Federico Maria Sardelli che analizza l’Orfeo sotto al microscopio del filologo per scrostare i ridondanti orpelli interpretativi acquisiti nel corso dei secoli e “cercare di ricreare il più possibile quell’incanto e quell’emozione che generò al suo apparire”.
Fra le sei versioni storiche pervenuteci (quattro versioni teatrali e due edizioni stampate) Sardelli sceglie infatti quella della prima rappresentazione assoluta a Vienna nel 1762, il cui manoscritto è conservato alla Bibliothèque National de Paris. Questa prima edizione é senz’altro la più in linea con la ricerca della “bella semplicità” cui era improntata la riforma gluckiana. La sottile orchestrazione è calibrata alle piccole dimensioni del Burgtheater e modellata sull’organico dell’orchestra di corte composta in parte da strumenti rapidamente caduti in disuso – ma presenti in questa produzione fiorentina – come lo chalumeau contralto (al posto del clarinetto) ed il cornetto rinascimentale (al posto dell’oboe). Oltre ai citati strumenti, è possibile ammirare nel golfo mistico della Pergola un’autentica arpa barocca con la quale Ann Fierens evoca il canto della lira di Orfeo e concorre alla realizzazione del basso continuo assieme alla collega Giulia Nuti che al clavicembalo impreziosisce la trasparente trama orchestrale con tocchi argentei.
I professori dell’Orchestra del Maggio in maniche di camicia per l’improvvisa ondata di calura fiorentina, rispondonopuntualmente al gesto flessuoso ed ampio di Sardelli, mostrando grandeversatilità nel passaggio repentino dal sinfonismo wagneriano del Tristano al merletto neoclassico di Gluck. Fin dalle primissime note dell’ouverture si gode di una ricchezza di dinamiche e colori di tale vitalità da avere da soli efficacia narrativa.
Il regista Denis Krief dichiara il proprio intento poetico fin dalle primissime battute dell’opera, proiettando sul tulle che racchiude la scena la frase estrapolata dal libretto del Calzabigi “Ho con me l’inferno mio”. Non stiamo dunque assistendo alla narrazione di un mito greco, dimentichiamoci le suggestioni silvane presenti del libretto (esclusa la fugace proiezione di un verdeggiante cimitero) e della partitura, non esploreremo neanche le profondità di un Averno dantesco perché l’inferno che Krief ci racconta è puramente interiore: è rovello, tormento dell’anima, angoscia, e come tale è assoluto e prescinde da un topos.
Questo giustifica l’essenzialità della scena (opera di Krief così come costumi e luci): un cubo prospettico bianco con a destra la tomba di Euridice e a sinistra un divano in broccato che costituisce uno fra i rarissimi elementi che occhieggiano al rococò e creano un trait d’union con l’epoca di composizione dell’opera dando un contentino agli amanti degli allestimenti in costume.
La spedizione agli inferi è resa con elaborazioni video di Nicola Calocero che mostrano una corsa notturna fra le vie illuminate di una città seguite dalla discesa in un lungo sottopassaggio che ricorda il famigerato tunnel de l’Alma a Parigi, mentre le bolge infernali sono raffigurate da scene di movida degne del premio oscar “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Orfeo si ritrova a cercare Euridice in un lunghissimo corridoio metafisico formato da pannelli bianchi sospesi che si aprono moltiplicando le fughe prospettiche.
I rimproveri di Euridice rediviva ad Orfeo nell’ambientazione di un salotto post moderno fanno pensare ad una comune lite domestica in stile Trouble in Tahiti, facendo apparire il personaggio quale moglie petulante ed incontentabile.
Le quattro danze che precedono il finale sono interpretate dai ballerini Margherita Mana, Gaia Mazzeranghi, Leone Barilli, Duccio Brinati, Fabrizio Pezzoni e Pierangelo Preziosa in abiti grigi atemporali, su coreografia contemporanea di Cristina Rizzo chenon appare averun preciso nesso con le vicende dell’opera se non per l’improvvisa comparsa di due marsine riccamente bordate.
Costituisce un’importante deroga al rigore filologico voluto da Sardelli la presenza di un mezzosoprano nei panni di Orfeo, ruolo che fu affidato a voce femminile solo nella versione postuma dell’opera curata da Berlioz e Saint-Saëns del 1859. D’altra parte la scelta era piuttosto obbligata, come spiega il direttore d’orchestra stesso in conferenza stampa, non essendo più reperibili i castrati. Anna Bonitatibus ha indubbiamente la physique du rôle per essere credibile in questo ruolo en travesti. In particolare nel primo atto l’artista trasmette tuttavia un certo disagio nella tessitura centro grave (purtroppo ampiamente diffusa nel ruolo), con qualche difficoltà di proiezione nonostante l’acustica ottimale della Pergola e la sottilissima orchestrazione. La voce ha un forte vibrato nei centri che ne rende ambigua l’intonazione, mentre tende a stabilizzarsi invece il passaggio. La prestazione dell’artista migliora notevolmente nei due atti seguenti e se ne apprezzano l’espressività e sentita compartecipazione culminanti nella celeberrima aria “Che farò senza Euridice” che nella sobria edizione 1762 ha una chiosa più evanescente in quanto priva del climax strappa applausi dei due fa finali.
Euridice, esangue e spettrale, è Hélène Guilmette che affronta con facilità il ruolo ma senza troppa personalità.
Silvia Frigato è un Amore con voce limpida e fanciullesca cui si addice moltissimo la mise da strillone anni 50’ in calzoncini corti e berretto. L’artista pone tutta la cura che si richiede ad una specialista del barocco nel fraseggio, negli accenti e nell’articolazione della parola. La voce è garbata e seppur esile riesce a trovare una buona proiezione.
Risulta invece un po’ sottotono, rispetto alle precedenti apparizioni nell’ambito del Festival, la prestazione del Coro del Maggio (preparato da Lorenzo Fratini), che forse per la formazione ridotta non riesce ad ottenere la consueta compattezza sonora e soffre di qualche sprecisione negli attacchi. E’ comunque decisivo il sostegno sonoro e visivo apportato dal coro in ricchi costumi settecenteschi al brano conclusivo dell’opera “Trionfi Amore” che Sardelli emenda e arricchisce inserendo trombe e timpani con effetto di magnifica pompa barocca.
Si replica il 14 e 15 giugno.

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