Palermo, Teatro Massimo: “Turandot”

Palermo, Teatro Massimo: “Turandot”

Palermo, Teatro Massimo, Stagione d’opera 2019
TURANDOT
Drama Lirico in 3 atti e 5 quadri, Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni.
Musica di Giacomo Puccini
Turandot TATIANA MELNYCHENKO
Imperatore Altoum/Principe di Persia ANTONELLO CERON
Timur SIMON ORFILA
Calaf  BRIAN JAGDE
Liù VALERIA SEPE
Ping VINCENZO TAORMINA
Pang FRANCESCO MARSIGLIA
Pong MANUEL PIERATTELLI
Mandarino LUCIANO ROBERTI
Orchestra, Coro e Coro di Voci bianche del Teatro Massimo
Direttore Gabriele Ferro
Maestro del Coro Piero M0nti
Maestro del Coro di Voci bianche Salvatore Punturo
Concept Fabio Cherstich e AES+F
Regia Fabio Cherstich
Video, scene, costumi AES+F
Luci Marco Giusti
Videomaker Georgy Arzamasov
Coach movimenti Alessio Maria Romano
Nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna, il Badisches Staatstheater Karlsruhe e in partnership con il Lakhta Center di San Pietroburgo
Palermo, 19 Gennaio, 2019 (Prima rappresentazione)
Una Turandot dal grande impatto scenico ed emozionale quella che ha aperto la stagione operistica 2019 del Teatro Massimo di Palermo. Una produzione ad alto contenuto tecnologico e multimediale pensata per stupire, e forse anche per creare straniamento. Per attirare applausi e perplessità. Così è stato in effetti. Il nuovo allestimento  è nato da  un concept di Fabio Cherstich, che ha curato la regia, e del collettivo russo AES+F, che ha costruito il progetto visivo realizzando video, scene e costumi. Interessanti  risultano le parole di Fabio Cherstich per interpretare lo spettacolo:”Nella nostra lettura la principessa Turandot è a capo di un impero gigantesco e multietnico in cui Pechino è una megalopoli organizzatissima dove convivono uomini, macchine e androidi. (…) Turandot esercita un cyber-matriarcato radicale, servendosi di immagini video, schermi e proiezioni per incantare i suoi sudditi”. Una Pechino del futuro, megalopoli globale senza orizzonte, fra il sommerso e il fluttuante, campeggia nelle video scene che avvolgono l’azione drammatica. Elementi di architettura contemporanea e citazioni di Escher creano un’ambientazione futuribile, tridimensionale, in cui le macchine volano su spazi urbani coloratissimi, infiniti, identici a sé stessi. Insieme ai grandi pannelli video, pochissimi gli elementi in scena. Il principale, una tribuna separabile, sede di incontri, processi, prove.
Nei video, col procedere dell’azione drammatica, all’ambientazione urbana si affianca il tema della rappresentazione del rapporto conflittuale uomo-donna. Il potere fascinoso di Turandot, principessa che viaggia su un dragone dal ventre seducente, è simboleggiato da forme vagamente gonadiche, lattiginose, tentacolari e da una sequenza di figure maschili nude, malinconiche, irretite. Decapitabili.
Interessante la scelta dei costumi. Se Calaf e Timur vestono da militari, simbolo del loro passato bellicoso di regnanti spodestati, Liù veste i panni di una purissima infermiera. I tre ministri, in rosso, sono intercambiabili meccanismi dell’apparato; Altoum, l’imperatore, è costretto in un macchinario per l’ibernazione e Turandot scintilla, algida come la luna. Tanti i colori degli abiti di scena e anche qualche leziosismo: le guardie della regina con le spade laser da Guerre Stellari lasciano più di qualche perplessità. Molto oculata la scelta delle luci, curate da Marco Giusti. In generale la resa drammatica, in contrasto con il forte dinamismo dei video, sconta una notevole staticità. Dal punto di vista musicale segnaliamo la prova di direzione del Maestro Gabriele Ferro che ha condotto, con impeto e dolcezza, l’Orchestra del Teatro Massimo nelle cangianti sonorità della partitura pucciniana. Precisa e di grande effetto anche la prova del Coro, condotto da Piero Monti, e del Coro delle Voci Bianche del Teatro Massimo, condotto da Salvatore Punturo. Tatiana Melnychenko è stata una corretta Turandot: sicura nel registro acuto, efficace  nel fraseggio, esternato tanto la crudeltà quanto l’ardore insiti nel personaggio. Un po’ stentoreo, ma complessivamnete efficace Brian Jagde – Calaf: appassionato, ha cantato con voce dal volume potente, con omogeneità e qualità di canto. Successo personale per  la Liù di Valeria Sepe: dolcissima, con una voce densa di dramma e di passione, un suono caldo che sembra acquisire corpo e colore insieme al pathos tragico che incalza. Lo straziante addio prima del suicidio è stato un momento musicalmente ineffabile. Coordinati fra loro e precisi ciascuno per la propria parte, i tre ministri dell’impero: Vincenzo Taormina,  è stato un Ping preciso e convincente; molto delicato il suo incipit “Ho una casa nell’Honan”; commendevole è stata anche la prova di Francesco Marsiglia, Pang, e Manuel Piettarelli, Pong, che hanno cantato restituendo la grottesca ironia dei personaggi interpretati. Fra i comprimari, intensa la prova di canto del Timur di Simon Orfila, che ha restituito un suono che si esalta nelle sonorità basse. Anche Luciano Roberti ha dato efficacemente vita a un Mandarino inflessibile banditore della Legge crudele. Doppio ruolo, Principe di Persia e Imperatore Altoum, per Antonello Ceron chiamato, per il ruolo di padre di Turandot, a un canto colmo di afflizione e turbamento. La Turandot rappresentata a Palermo, accolta da applausi ma anche dissensi, è una proposta complessa, da meditare, forse anche da digerire. Forse è fin troppo carica di sovrastrutture simboliche e di rese estetiche discutibili, ma di certo è uno spettacolo in cui si percepisce una linea interpretativa chiara e con una sua logica. Foto Rosellina Garbo

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