Parigi, Palais Garnier:”La Cerisaie” (Il giardino dei ciliegi)

Parigi, Palais Garnier:”La Cerisaie” (Il giardino dei ciliegi)

Parigi, Palais Garnier, Stagione Lirica 2011/2012
“LA CERISAIE” (Il giardino dei ciliegi)
Opera in un prologo, due atti,  dodici scene e un epilogo di Alexei Parine da Checov.
Musica di Philippe Fénelon
Ljouba ELENA KELESSIDI
Lionia MARAT GALI
Gricha ALEXANDRA KADURINA
Ania ULYANA ALEKSYUK
Varia ANNA KRANIKOVA
Lopakhine IGOR GOLOVATENKO
Carlotta MISCHA SCHELOMIANSKI
Douniacha  SVETLANA LIFAR
Iacha ALEXEY TATARINTSEV
Firs KSENIA VYZNIKOYA
Un ospite THOMAS BETTINGER
Quattro fanciulle JULIE MATHEVET, ANDREEA SOARE, ANDREA HILL, ANNA PENNISI
Orchestra e Coro dell’ Opéra National de Paris
Direttore Tito Ceccherini
Maestro del Coro Patrick Marie Aubert
Regia e Luci Georges Lavaudant
Scene e costumi Jean-Pierre Verger
Coreografia Thomas Stache
Opera commissionata dall’Opéra National de Paris, in collaborazione con il Teatro Bolchoï  di Mosca
Parigi, 2 febbraio 2012

Prendendo come punto di partenza la scena del ballo che si trova alla fine del Giardino del ciliegi  di Cechov, il librettista  Alexei Parine scrive un libretto in lingua russa che esplora le motivazioni più profonde di ogni personaggio e sviluppa in modo onirico alcuni dei temi di fondo del lavoro originale. Uno dei temi principali del dramma è l’effetto che i cambiamenti sociali hanno sulle persone. Philippe Fénelon risponde a questo nuova visione  di Cechov con un lirismo senza soluzione di continuità e con un’orchestrazione che si colloca nella grande tradizione francese. Fénelon scrive splendidamente per il canto, con grandi arcate vocali e una grande attenzione alla parola drammatica. Il regista Georges Lavaudant, non estraneo a Checov avendone già allestito la pieces originale, ha posto una particolare cura ad ogni dettaglio. Il risultato lo possiamo definire come una sorta di trascrizione musicale di Cechov di “teatro dello stato d’animo”, in uno stile simile al “flusso di coscienza” di Virginia Woolf e James Joyce. Nel bel mezzo della danza e di momenti di allegria, i personaggi  creano dei piccoli gruppi che ricordano il passato e riflettono  sul futuro, quasi sospesi nel tempo. Dei 12 quadri, 3 sono dedicati a Lyuba, gli altri 9 a personaggi diversi. Il cast è stato eccellente. Ci ha offerto l’occasione per scoprire dei cantani di grande qualità: Ulyana Aleksyuk (Anya), pregevole soprano di coloratura, il tenore Alexey Tatarintsev (Iacha), voce di bel timbro e un bell’uso del legato  e il baritono Igor Golovatenko (Lopakhine), dalla voce nobile e potente. Questa produzione è stata sicuramente uno degli avvenimenti di punta della stagione.
Nel prologo, dominato dalla nostalgia, tutti i personaggi esprimono i sentimenti che li legano alla casa che  Lopakhin (Igor Golovatenko), un tempo umile contadino, ha ora acquistato. Una piccola orchestra suona sul palco e avvolge i protagonisti  tra  due flussi di musica. La scenografia di Jean-Pierre Vergier, è composta da enormi rami intrecciati di alberi secolari che rendono irreale l’ambientazione.
All’inizio dell’atto I troviamo quattro giovani donne e un coro femminile ( molto ben preparato dal maestro del coro Patrick Marie Aubert): sembrano rappresentare lo spirito della Madre Russia. Ritroviamo anche il soprano Elena Kelessidi che ci è parsa  perfetta come Ljouba Ranevskaya. Ha cantato con eleganza ed espressività.  Nella scena seguente, il tenore Marat Gali (Leonya) ha cantato con tono mellifluo e gestualità eccessiva. Momento di altissimo valore musicale, una ipnotica berceuse, dagli accenti straussiani, affidata a quattro voci femminili, un pianoforte e l’orchestra che segue l’apparizione di Grischa, il figlio morto annegato di Ljouba, bene interpretato dal mezzosoprano Alexandra Kadurina.
L’atto II si apre con un “rondò” di Varya cantato dalla ricca e squillante Anna Krainikova. Nella scena dell’asta, ( che coincide al terzo atto di Checov) trasformata in una festa, ascoltiamo la polka di Dunjaša, cantata dal  mezzosoprano Svetlana Lifar affrontata mediante una linea di canto ricca di ornamenti e morbidezza. La coreografia di Thomas Stache in questa scena è stata particolarmente divertente. Segue un “foxtrot” di Carlotta, comicamente interpretato e ben cantato dal basso Mischa Schelomianski. Il mezzosoprano Ksenia Vyaznikova (dal bel registro centrale, ma afflitta da un vibrato poco controllato) ha intereprtato un onirico Firs, il maggiordomo di casa che, nostalgicamente, ricorda il passato. Tutti i personaggi entrano in scena e qui si inserisce la scena più toccante dell’opera: una dolorosa aria di  Ljouba (“Oh, i miei peccati!”), preceduta da una turbolenta introduzione orchestrale. Seduta al proscenio, Elena Kelessidi ha cantato con passione e veemenza. L’Epilogo è un flashback. Tutti i personaggi giocano nel giardino dei ciliegi, ancora ignari che un giorno  questo mondo non sarà più il loro. Il direttore musicale Tito Ceccherini, non  estraneo alla musica contemporanea,  ha concertato  con estrema precisione e compostezza. L’orchestra dell’Opéra di Parigi ha dato una performance di altissimo livello nell’affrontare una partitura nuova e complessa.

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