“Strings” di Ivan Cavallari al Teatro Filarmonico di Verona

“Strings” di Ivan Cavallari al Teatro Filarmonico di Verona

Verona, Teatro Filarmonico, stagione d’Opera e Balletto 2015 – 2016
“STRINGS”
Coreografia Ivan Cavallari
Musica Fritz Kreisler, Béla Bartók, Johann Sebastian Bach, Niccolò Paganini, Samuel Barber e Ludwig van Beethoven
Direttore del Corpo di ballo Renato Zanella
Primi ballerini ospiti Dongting Xing, Dane Holland
Primi ballerini Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Amaya Ugarteche, Evghenij Kurtsev, Antonio Russo
Orchestra, Primi ballerini, Solisti, Corpo di Ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore d’orchestra Victor Hugo Toro
Violino solista Anna Tifu
Pianoforte Pietro Salvaggio
Verona, 18 febbraio 2016

È veramente uno spettacolo bellissimo quello in scena in questi giorni al Teatro Filarmonico di Verona. Uno spettacolo di danza che ci arriva da un coreografo italiano, Ivan Cavallari a capo del Ballet de L’Opéra National du Rhin dal 2013 dopo una prestigiosa carriera internazionale, al suo debutto in patria. Finalmente! Strings, questo il titolo della serata, si compone di due parti che si differenziano anche da punto di vista strettamente coreografico. Va subito precisato che il lavoro di Cavallari è di base classica: la prima parte sembra però occhieggiare i lavori “da camera” di Heinz Spoerli più che il concerto danzante di George Balanchine mentre la seconda predilige una forma più fastosa ma ironica, magari ascrivibile a certi balletti di Angelin Preljocaj come La Stravaganza e Le Parc. Andiamo nel dettaglio.
Strings, le corde. Questo il motivo del titolo secondo le parole dell’autore: «Diciamo che tutto il balletto è creato intorno a fili, sia astratti che concreti. Corde che possono unire gli esseri umani in modo visibile, ma anche invisibile. […]». Corde che hanno un ruolo anche all’interno delle scelte musicali (Fritz Kreisler, Béla Bartók, Johann Sebastian Bach, Niccolò Paganini, Samuel Barber e Ludwig van Beethoven) alla base della coreografia: «La scelta, infatti, si è rivolta prettamente alle partiture per strumenti a corda, soprattutto per violino come il celebre Adagio di Samuel Barber, presentate in un crescendo che parte da composizioni per violino e pianoforte, per passare a musiche per orchestra da camera, per poi sublimare con una delle composizioni più raffinate che siano mai state create per questo straordinario strumento a dialogo con la grande orchestra, che è appunto il Concerto per violino e orchestra di Beethoven».
Le corde di Cavallari sono quindi sia reali che fittizie. Sono corde che vengono tirate dai danzatori in scena quasi a creare una linea che corre parallela a quelle che disegnano i corpi nello spazio. Sono corde che si innestano su una partitura coreografica che fa fremere improvvisamente mani, piedi e braccia, ora in modo più puro e astratto ora in modo ironico e soggiogante. Cavallari ama costruire duetti sofisticati ed elaborati, con prese bellissime e ardite come nel duetto sulle Variazioni di bravura sul tema di Mosè in Egitto di Nicolò Paganini (magnifici gli artisti ospiti Dongting Xing, Dane Holland). È un coreografo che nella miniatura calligrafica o, più semplicemente, nella forma breve trova sempre qualcosa con cui solleticare l’occhio dello spettatore: un danzatore che sembra scrivere nell’aria, altri che prendono un pennello per tracciare disegni su un fondale, ballerini che smussano la propria fisicità fino a sparire inghiottiti dalle silhouette in controluce.
La seconda parte, come già accennato, predilige il corpo di ballo in una formazione più ampia e anziché essere una rielaborazione di una creazione precedente, come la prima parte, è invece costruita in prima assoluta per il Balletto dell’Arena. Cavallari gioca fin da subito sul tema dell’amore cortese come già Preljocaj (si veda l’utilizzo di costumi rossi, ampi, sfarzosi nella foggia per i solisti principali) inframezzato a quadri più estesi. C’è un ricorso insistito su una componente surreale, divertita e divertente. I ballerini muovono enormi scatoloni bianchi, li fanno strisciare, ci si infilano dentro, li aprono e estraggono fogli di plastica per farseli piovere addosso. Il percorso coreografico è perfettamente lineare: il lavoro nella sua interezza non avverte cedimenti musicali ma anzi si fa sempre più ghiotto, vivo… semplicemente bello. Il corpo di ballo è stato davvero molto bravo nell’allinearsi a questo stile che dal neoclassico che stempera in forme sempre più inusuali. Applausi doppi, quindi, considerato il difficilissimo momento che attraversa l’organico. Un lusso poi poter contare su Anna Tifu al violino e Pietro Salvaggio al pianoforte; così come buona è stata la conduzione di Victor Hugo Toro a capo dei complessi areniani.
Chi ancora non l’ha fatto, vada a vedere Strings: sabato 20 e domenica 21 sono in scena le ultime due repliche. Foto Ennevi – Fondazione Arena di Verona

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1 comment

  1. m. faccioli

    22 febbraio 2016 at 11:59

    Emozionante discorso sull’interiore con luci e ombre. La seconda parte mi è giunta come una metafora della vita con espressione pittorica dei vari caratteri, dei vari aspetti della vita.
    Gli scatoloni a simboleggiare difficoltà, condizionamenti della vita sociale e vari atteggiamenti verso di essi. Poi il coraggio di guardare dentro e in faccia le avversità e scoprire che sono affrontabili e impalpabili come trucioli evanescenti di scorie dalle quali possiamo liberarci e sulle quali possiamo ancora muoverci … e volare con la forza e la serenità dell’anima interiore ( duetto bianco). Ma la vita ha tante sfaccettature: così qualcuno si richiude in se stesso e nella sua individualità, nel suo piccolo orizzonte (scatolone), qualcuno riesce a riemergere, qualcuno vive scioccamente e inconsapevolmente, qualcuno torna alla pienezza dei sentimenti… ma tutto è vita…ma poi è gioia di vivere.

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