“Il turco in Italia” al Teatro Comunale di Ferrara

Teatro Comunale “Claudio Abbado” – Stagione d’opera 2015
“IL TURCO IN ITALIA”
Dramma buffo in due atti di Felice Romani
Musica di Gioachino Rossini
Selim MARKO MIMICA
Donna Fiorilla
CINZIA FORTE
Don Geronio
GIULIO MASTROTOTARO
Don Narciso
DAVID ALEGRET
Prosdocimo poeta
LORENZO REGAZZO
Zaida
CECILIA MOLINARI
Albazar
PIETRO ADAINI
Orchestra Città di Ferrara
Coro Lirico Amadeus
Direttore Francesco Ommassini
Maestro del Coro Giuliano Fracasso
Regia Federico Bertolani
Scene e costumi a cura della Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia
Scene Giulia Zucchetta
Costumi Federica Miani
Coproduzione Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Teatri e Umanesimo Latino Spa Treviso
Nuovo allestimento Opéra-Théâtre de Metz Métropole, Fondazione Teatri di Piacenza, Teatro Comunale di Ferrara, Teatri e Umanesimo Latino Spa Treviso
Ferrara, 8 febbraio 2015

Rossini anticipatore della Commedia all’italiana? Idea non nuova, ma può funzionare. “Il turco in Italia” che dopo un debutto trevigiano ha aperto la stagione di Ferrara imbrocca questa strada. Nei gustosi costumi di Federica Miani, i personaggi sembrano usciti dall’Italietta del dopoguerra: Selim rassomiglia all’Alberto Sordi de “Lo sceicco bianco”, Prosdocimo è un intellettuale radical chic non diverso dal Mastroianni de “La dolce vita” o di “8 ½” e il pacchiano completo verde di Geronio sbuca dal guardaroba del più recente Cetto La Qualunque. A questi aggiungiamo figuranti vestiti come marinaretti di Pierre et Gilles o vaporose ragazzotte che fumano e si danno lo smalto. Tutti si muovono sulla scena essenziale, funzionalissima, pensata da Giulia Zucchetta: un fondale che si accende di colori vivaci, pannelli su cui campeggiano toponimi napoletani o la scritta “hotel”, casse e tavolini sgargianti, lenzuola che svolazzano.
Fatta la cornice, bisogna recitare. E qui qualche nodo viene al pettine, perché libretto e musica del “Turco” presentano più di una tortuosità e perché i tempi di Rossini non sono quelli di un Monicelli. Il regista Federico Bertolani impronta tutto alla leggerezza (calzante quel finale in cui circolano il caffè e la Gazzetta dello Sport!), ma spinosa è la resa dei tanti momenti d’assieme, vero rompicapo in tanti allestimenti. Ecco allora che i cantanti vagano sulla scena senza saper bene che pesci prendere e si cimentano in ralenti già visti e rivisti. Non manca qualche felice sottolineatura del lato metateatrale dell’opera: la surreale macchina da scrivere che segue Prosdocimo come fosse un cagnolino desta più di una risata. Merito anche di Lorenzo Regazzo, che veste i panni dello stralunato poeta. Il basso veneto è più a suo agio nella tessitura di un Selim, ma anche a costo di qualche gigioneria sfoggia qui grande verve d’attore ed è sempre personaggio convincente. Un altro basso, il croato Marko Mimica, regala al turco voce grande, timbro vellutato e scuro, fraseggio forse un po’ generico ma raramente pesante. Accanto a lui Cinzia Forte, Fiorilla di coloratura non troppo fluida, in più punti affaticata, ma di tenuta scenica innegabile e a suo agio nella grande aria “Squallida veste, e bruna”. Giulio Mastrototaro è lo scornato Geronio: forse troppo irruento nei recitativi e non raffinatissimo per timbro, gioca la carta vincente di un sillabato di lusso, da vero rossiniano. David Alegret è tenore dagli acuti molto facili e voce chiara, timbrata da una naturale erre moscia che calza a pennello sul suo Don Narciso, svagato e vanesio damerino più che ardimentoso innamorato. Ma vera sorpresa è l’altro tenore del cast, il giovanissimo Pietro Adaini, che canta “Ah! Sarebbe troppo dolce” (aria di sorbetto composta, come del resto il finale secondo, da un collaboratore di Rossini) con timbro pieno e grande naturalezza. Senza intoppi nonostante un’annunciata indisposizione anche la performance di Cecilia Molinari, Zaida di voce brunita.
Resta da raccontare quel che succede in buca, elemento non da poco nella grande macchina rossiniana. Spedito, ribollente l’attacco della Sinfonia nelle mani del direttore Francesco Ommassini: qui come altrove la sua bacchetta cerca ritmo, ma tante sono le sfasature con il palcoscenico (soprattutto nelle strette dei concertati) e non pochi i malintesi con il Coro Lirico Amadeus, che ha dato comunque bella prova di sé. L’Orchestra Città di Ferrara è fatta di professionisti, eppure l’intonazione è talvolta ballerina e i fiati non sempre portano a casa la pelle a cimento con i diabolici soli disseminati in partitura. Ad onta di qualche fatica produttiva, resta però intatto il piacere assoluto del gioco teatrale e musicale rossiniano. Una riprova? Le scolaresche presenti in sala, attentissime durante l’opera, entusiaste al calar del sipario. Foto di Marco Caselli