Teatro Massimo di Palermo: “Nabucco”

Teatro Massimo di Palermo: “Nabucco”

Palermo, Teatro Massimo, Stagione Lirica 2013
“NABUCCO”
Dramma lirico in quattro parti, libretto di Temistocle Solera dal dramma Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu e dal ballo Nabuccodonosor di Antonio Cortesi 
Musica di Giuseppe Verdi
Nabucco GEORGE GAGNIDZE
Ismaele GASTON RIVERO
Zaccaria LUIZ OTTAVIO FARIA
Abigaille ANNA PIROZZI
Fenena ANNALISA STROPPA
Anna STEFANIA ABBONDI
Gran Sacerdote di Belo MANRICO SIGNORINI
Abdallo MARIO BOLOGNESI
Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Renato Palumbo
Maestro del Coro Piero Monti
Regia Saverio Marconi ripresa da Alberto Cavallotti
Scene Alessandro Camera
Costumi Carla Ricotti
Luci Roberto Venturi
Allestimento del Teatro Massimo
Palermo, 22 marzo 2013

Con l’inaugurazione della mostra “Verdi al Massimo” – alla presenza, fra gli altri, del sindaco di Palermo Leoluca Orlando e del commissario straordinario Fabio Carapezza Guttuso – ha avuto inizio la serie di manifestazioni ideate dal Teatro Massimo di Palermo in onore del bicentenario dalla nascita di Giuseppe Verdi, giusto pendant a quelle attuate (e ancora non concluse) per la medesima ricorrenza di Richard Wagner. Il manifesto dell’esposizione – curata da Sergio Troisi – riporta un vivido ritratto del compositore di Busseto ad opera di Renato Guttuso, esposto fino al 23 giugno nella Sala Pompeiana del Massimo. Accanto ad esso molti materiali del ricchissimo Archivio del Teatro Massimo, bozzetti di scena, figurini, programmi di sala, locandine e fotografie, che testimoniano la storia prestigiosa degli allestimenti verdiani nel capoluogo siciliano. L’evento si colloca in un programma corredato di molteplici iniziative, con un occhio di riguardo per scuole e famiglie. Oltre alla mostra, il ri-percorso della presenza a Palermo di Giuseppe Verdi trova l’apice nelle tre opere previste dal cartellone 2013, appartenenti a tre diversi periodi della carriera del compositore. E si inizia proprio con Nabucco, la cui prima è andata in scena subito dopo l’apertura della mostra. In un periodo di ristrettezze economiche, il Massimo ha deciso di recuperare un allestimento risalente al gennaio 2010, con la regia di Saverio Marconi, ripresa e riadattata da Alberto Cavallotti, e la riconferma di scene (ideate da Alessandro Camera) e costumi (realizzati da Carla Ricotti).
La concertazione musicale è stata invece affidata a Renato Palumbo, direttore specializzato nel repertorio verdiano. La sua lettura di Nabucco si è rivelata non tradizionale sotto alcuni punti di vista, a partire dai tempi incalzanti che ha staccato sin dall’Ouverture, trascinando con sé le sezioni orchestrali. Saltellando sul podio lungo tutta l’opera, il direttore veneto ha impresso alla musica quell’energia dinamica, senza cali di tensione, che Verdi aveva già in mente e che in quest’opera egli attuò con impetuosa freschezza. La concisione del “dramma lirico” è stata, dunque, ben sorretta dalla gestualità enfatica di Palumbo, forse però a scapito dei momenti di ripiegamento di cui la partitura non è priva e che apparivano meno curati nei dettagli. L’attenzione all’effetto generale non ha perso di vista la costruzione dei singoli personaggi, che soprattutto i fiati hanno saputo accompagnare con il giusto equilibrio (basti per tutti l’esempio dell’aria di Abigaille, “Anch’io dischiuso un giorno”). Un po’ impacciata la regia di Marconi, che alla staticità di molte situazioni ha affiancato movimenti delle masse poco incisivi, talvolta di ostacolo ad una piena fruizione della componente musicale. Dalle prime battute si è però subito apprezzato il distacco visivo fra le due opposte fazioni: da una parte azzurro e bianco per gli Ebrei oppressi, dall’altra rosso infuocato per i Babilonesi, opposizione riproposta con coerenza nei costumi della Ricotti ed esaltata dalle buone luci di Roberto Venturi. Distanza culturale, esemplificata anche nelle differenti scritture: i pannelli con le parole della Torah contro i segni cuneiformi incisi sulla grande struttura cilindrica (una sorta di torre di Babele) che ha dominato quasi sempre la scena.
La concezione scenica di Marconi e Camera si è rivelata funzionale alla diversificazione degli spazi, in particolare nell’ultima parte, dove la rotazione della struttura ad anfiteatro ha permesso di assistere all’andata al martirio di Fenena. Tuttavia la presenza della torre e la configurazione geometrica hanno riproposto gli stessi problemi di tre anni fa, allontanando il suono nei momenti cruciali, ogniqualvolta i personaggi si trovavano a cantare al centro del palcoscenico (come ad esempio è accaduto alla protagonista femminile nel Cantabile della seconda parte). La struttura cilindrica ha avuto, però, il compito di contenere e pian piano liberare le masse corali subito prima dell’esecuzione di “Va’ pensiero”, acuendo inizialmente il senso di oppressione ed esprimendo visivamente quel barlume di speranza che si espande poi nella pagina musicale più celebre dell’opera. È appunto la sensazione di apertura, di luminosità, a prevalere, in opposizione ad un’atmosfera cupa che troppo spesso domina, con effetti eccessivi, i moderni allestimenti. Nel complesso l’apporto registico, per quanto privo di incisività, ha avuto il merito di focalizzare l’attenzione sui tre protagonisti dell’opera. Il primo è Nabucco, posto in primo piano sin dall’inizio e scenicamente proiettato in avanti, in corrispondenza delle prime parole da lui pronunciate (“Si finga e l’ira mia / più forte scoppierà”). George Gagnidze risponde bene alle intenzioni, impegnandosi nella resa scenica del personaggio e mantenendo nel corso dell’opera un profilo vocale alto e rotondo (sebbene con qualche errore nel testo). Pure nei momenti che dovrebbero condurre a maggiore commozione, il baritono georgiano conferisce al re una dimensione torva e egoisticamente concentrata, apparentemente priva di evoluzione psicologica. Egualmente lontana da un’operazione del genere è l’Abigaille di Anna Pirozzi. Il soprano non è propriamente quella furia della natura che ci aspetteremmo, ma si spinge negli acuti senza indecisione, esibendo un timbro abbastanza “sporco”, poco belcantistico, ma adeguato al personaggio. Il suo isolamento è ancor più spinto, allorché viene lasciata davanti alla tela che funge da separazione con il resto del palcoscenico, durante il recitativo che ne rende presente l’incontenibile furore (“Ben io t’invenni, o fatal scritto!”).
Il terzo protagonista è il coro – preparato dal nuovo maestro, Piero Monti – quasi sempre presente sul palcoscenico e principale garante della notorietà musicale dell’opera. A differenza degli altri due personaggi, la compagine del Massimo non è stata granché favorita dalla regia e all’inizio ha profuso poca convinzione nella resa musicale. Maggiormente affiatate le sezioni femminili, a partire dal primo intervento (“Gran Nume, che voli sull’ale dei venti”) così come negli altri pezzi di insieme. Il momento corale più riuscito è “Immenso Jehovah”, ma pure in “Va’ pensiero” la dose di emozione è elevata, grazie anche alla conduzione di Palumbo che pone cura certosina nell’articolazione di dinamiche non del tutto consuete. Sembra intrappolato nel ruolo di guida spirituale il basso Luiz Ottavio Faria, come già in The Greek Passion del 2011. I suoi interventi sono accorati, modulati con lentezza ieratica, ma efficaci anche nelle cabalette, quando il fraseggio richiede movimenti più snelli e incalzanti. Di vocalità interessante la Fenena di Annalisa Stroppa, dal volume non eccessivo e un po’ stridula in taluni passaggi, ma magistrale nel suo unico intervento solistico (“Oh, dischiuso è il firmamento!”). Pochi gli elementi per giudicare Gaston Rivero nel ruolo di Ismaele, ma sufficienti per dare merito alla  valenza nella mobile resa del recitativo verdiano. Dopo un inizio non del tutto esaltante, il tenore recupera in un secondo momento, schiarendo il registro medio e acquisendo maggiore sicurezza di emissione. Comprimari non del tutto all’altezza, ad eccezione del Gran Sacerdote di Belo, interpretato da Manrico Signorini. Successo discreto per tutti i protagonisti e applausi sentiti in seguito a “Va’ pensiero” che Palumbo ha voluto concedere come bis al folto pubblico presente in sala. Repliche fino al 28 marzo. Foto Franco Lannino/Studio Camera

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1 comment

  1. Giuliano

    Ah! Se solo fosse stata nel cast l’Abigaille che dico io… Furia della natura… O Furia cavallo del west?

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