Teatro Regio di Torino: “Otello” (cast alternativo)

Teatro Regio di Torino: “Otello” (cast alternativo)

Teatro Regio di Torino – Stagione d’Opera e Balletto 2014/2015
“OTELLO”
Dramma lirico in quattro atti su libretto di Arrigo Boito dall’omonima tragedia di William Shakespeare
Musica di Giuseppe Verdi
Otello FRANCESCO ANILE
Jago ROBERTO FRONTALI
Desdemona MARIA JOSÉ SIRI
Cassio FRANCESCO MARSIGLIA
Roderigo LUCA CASALIN
Lodovico SEUNG PIL CHOI
Montano EMILIO MARCUCCI
Un araldo LORENZO BATTAGION
Emilia SAMANTHA KORBEY
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Coro di voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio “G. Verdi”
Direttore Gianandrea Noseda
Maestro del Coro Claudio Fenoglio
Maestro del Coro di voci bianche Paolo Grosa
Regia Walter Sutcliffe
Scene Saverio Santoliquido
Costumi Elena Cicorella
Coreografia Hervé Chaussard
Luci Rainer Casper
Nuovo allestimento
Torino, 15 ottobre 2014

Otello mancava a Torino dal 1997, quando il palcoscenico del Regio ospitò due recite di una tournée dei Berliner, diretti da Claudio Abbado. Ma il numero limitato di repliche e il costo elevato dei biglietti fecero sì che per molti melomani torinesi l’ultimo Otello rimanesse quello del 1981, e che l’odierno ritorno sia atteso da più di trent’anni. Per l’occasione si è pensato di fare le cose in grande, con un nuovo allestimento, firmato da Walter Sutcliffe, e la scrittura del tenore che, per primo nella storia, ha interpretato nella stessa stagione il moro di Shakespeare nell’intonazione di Verdi e in quella di Rossini. Quanto a Gregory Kunde, lascio la parola al collega che si prende cura di recensire il cast della “prima compagnia”. Quanto all’allestimento, mi limito ad osservare come si potesse anche pensare di ripetere la scelta del 2013, quando, per il Simon Boccanegra inaugurale, si decise di restaurare una produzione storica. Il nuovo Otello è ambientato in un non-luogo senza tempo cinto di barriere difensive (sacchi di sabbia palesemente finti) che contiene elementi scenici minimalisti (il giardinetto con pergolato, il seggio, il letto), nel quale l’azione si dipana con naturalezza, ma senza che alcun frammento sia messo particolarmente a fuoco; salvo calcare elementi triviali sui quali si sarebbe potuto soprassedere: Jago che, tanto per far capire di che pasta è fatto, uccide a sangue freddo due prigionieri subito dopo l’arrivo di Otello; l’orgia durante il brindisi del primo atto; l’improbabile “torso nudo” a tatuaggi tribali del protagonista, realizzato con un’evidentissima maglietta aderente; l’eccesso di morti in scena nell’epilogo (Jago uccide Emilia e viene ucciso da Cassio e Montano). Unico momento davvero riuscito è stato il finale III, per gli efficaci movimenti dei singoli e delle masse. Le luci, tanto convincenti nel raffigurare la tempesta iniziale, sono invece risultate inappropriate nell’ultima scena, che dovrebbe essere immersa nelle tenebre.
La sera del 15 ottobre ha debuttato la cosiddetta “seconda compagnia”, nella quale è spiccato lo Jago del baritono Roberto Frontali, dominatore degli atti centrali con il suo personaggio lubrico, capace di camuffare sotto le spoglie più servizievoli la trama che persegue nel nome di quel «Credo» proclamato con la fermezza del convinto assertore dell’ateismo, e di un ateismo nichilista. Grazie allo strumento duttile, Frontali ha incarnato Jago tanto nella sua vera personalità quanto nelle apparenze benevole, e ha reso credibile il soggiogamento che egli esercita su Otello, generale vittorioso ma d’animo ingenuo e di psicologia elementare. Questi tratti involuti del carattere del moro hanno trovato riscontro nella voce del tenore Francesco Anile, materiale imponente con venature brunite, quasi baritonali, e squillo eroico, ma povera di mezzetinte e sfumature. Il fraseggio resta piuttosto abbozzato, e la mezza voce difficoltosa; sicché del protagonista esce un ritratto espressivo ma un po’ monocromatico, dal sapore démodé, che non manifesta, sotto la scorza eroica, gli echi della tradizione belcantistica. Di scuola assai diversa è il secondo tenore, Francesco Marsiglia, che ha tratteggiato Cassio come giovane leggiadro e spensierato, particolarmente a proprio agio nel terzettino dalla grazia settecentesca del III atto, ma altresì limpido e squillante nel brindisi del I atto. Il soprano Maria José Siri ha una voce calda e passionale, non priva di sfumature ombrose che lasciano presagire la triste sorte di Desdemona. Particolarmente curata è risultata la sua «Canzone del Salice», caratterizzata dal tratto molto colloquiale del recitativo e dalle sapienti tinte meste del cantabile, che denotano un’immedesimazione totale della protagonista nell’ancella Barbara.
Per fare un grande Otello, al di là delle voci principali, sono necessarie valide seconde parti, e queste ultime, a Torino, hanno lasciato un po’ a desiderare. Il più efficace è risultato il baritono Lorenzo Battagion (Araldo), al quale, tuttavia, tocca cantare una sola frase; gli altri non hanno brillato né per volume vocale (in alcuni casi, come l’Emilia del mezzosoprano Samantha Korbey, si era al limite dell’udibile) né per rilievi caratteriali. Le compagini del Regio, in ottima forma (in particolare il Coro, comprensivo di voci bianche, che è risultato perspicuo in ogni momento ad esso affidato, fosse la preghiera, la festa, l’omaggio a Desdemona o il suo compatimento), erano guidate da Gianadrea Noseda, fresco di riconciliazione con il Sovrintendente Walter Vergnano dopo un’estate ai ferri corti che faceva pensare a un’inevitabile rottura. Il direttore ha scelto una lettura ricca di contrasti, marcando le dinamiche, prestando particolare cura ad alcuni tasselli sinfonici, quali il preludio del IV atto e i finali in pianissimo di I e IV atto (peccato davvero che quest’ultimo sia stato in parte coperto da improvvidi applausi), e limitando a rare occasioni la sensazione che l’orchestra sovrastasse le voci. In una recente intervista, Noseda ha dichiarato di aver trovato uno scoglio nel concertato del finale III, del quale ha voluto rendere evidente un senso drammaturgico non immediato a cogliersi. Alla prova del palcoscenico, il senso drammaturgico è stato lampante: il concertato è l’occasione perché Jago possa tessere le proprie trame, suggerendo agli altri personaggi il loro destino. Noseda si è dimostrato un attento uomo di teatro. Foto Ramella&Giannese

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