Torino, Teatro Regio: “La Cenerentola”

Torino, Teatro Regio: “La Cenerentola”
Torino, Teatro Regio, stagione lirica 2015-16
“LA CENERENTOLA”
Melodramma giocoso in due atti su testo di Jacopo Ferretti
Musica di Gioachino Rossini
Angelina TERESA IERVOLINO
Don Ramiro ANTONINO SIRAGUSA
Dandini PAOLO BORDOGNA
Don Magnifico CARLO LEPORE
Alidoro ROBERTO TAGLIAVINI
Clorinda GIULIANA GIANFALDONI
Tisbe LORIANA CASTELLANO
Orchestra e coro del teatro Regio di Torino
Direttore Speranza Scappucci
Maestro del coro Claudio Fenoglio
Regia Alessandro Talevi
Scene e costumi Madeleine Boyd
Luci Matt Haskins
Produzione Malmö Opera e Teatro Regio di Torino
Torino, 19 marzo 2016         
Decisamente non convenzionale la produzione con cui si è riportata a Torino “La Cenerentola” rossiniana con uno spettacolo prodotto dalla Malmö Opera con la regia di Alessandro Talevi, le scene e i costumi di Madeleine Boyd e le luci di Matt Haskins. Quella proposta non è una semplice attualizzazione ma una totale rilettura drammaturgica dell’opera. La vicenda è spostata nella Roma degli anni 50; qui Don Magnifico con la famiglia abita in una casa fatiscente nei pressi di Cinecittà e le sorellastre sono abbagliate dal mondo del cinema e dalle possibilità che sembra così facilmente offrire; durante l’ouverture vediamo un provino che il regista Alidoro conduce su un gruppo di esagitate ragazze fra cui le sorellastre di Angiolina la quale passa casualmente davanti ad una macchina da presa per raccogliere alcuni oggetti persi da Tisbe e Clorinda e immediatamente attira l’attenzione di Alidoro che da quel momento si mette in moto per far di lei la protagonista del suo nuovo film. Il classico gioco del teatro nel teatro, che qui diventa il cinema nel teatro, calato in una chiave che è quella del neo-realismo italiano del secondo dopoguerra e delle illusioni della ripresa economica dopo i disastri della guerra ma anche con la nostalgia per un’ingenuità irrimediabilmente perduta che, tuttavia, ancora aleggiava nella “Hollywood sul Tevere” di quegli anni. Fatta questa scelta tutto è svolto con un rigore ed una coerenza assoluti: Don Ramiro è il divo del momento, Dandini il fedele attrezzista di scena, la cantina diviene lo spazio mensa con i figuranti dei vari film che si incrociano in un continuo via vai, la festa del primo atto il teatro di posa dove si gira un film in costume che, se occhieggia a “Quo vadis” – con Dandini-Nerone in tunica bianca e mantello viola come Charles Laughton nel film di LeRoy –, ricorda anche tanto i vari peplum di serie B che tanto successo avevano in quegli anni mentre la festa di nozze è la sontuosa prima del film con Angiolina-Cenerentola premiata con tanto di Oscar fra le braccia del divo don Ramiro di cui è diventata compagna sullo schermo come nella vita.
La recitazione – aiutata anche dall’avere a disposizione alcuni straordinari attori – è anch’essa totalmente in linea e si perdona anche qualche volgarità – come il gestaccio di Don Magnifico su “plebe addio” – perché calata nella specificità del contesto storico-sociale scelto. Un’idea quindi decisamente estrema nel suo rapporto con la drammaturgia originaria – e questo è ambito su cui si potrebbe discutere all’infinito senza mai giungere a nessuna soluzione – ma innegabilmente portata avanti con una chiarezza di idee e un rigore che non possono essere minimamente negati a Talevi lasciando poi ai gusti di ognuno di condividere o meno le scelte. A parere dello scrivente, inoltre, gli va riconosciuto il merito di aver mantenuto la vicenda in quell’ambito di commedia di carattere fermamente voluto da Rossini e Ferretti senza cedere a quelle suggestioni favolistiche e disneyane in cui troppo spesso incappano i tentativi di rilettura di quest’opera e che sono quanto di più lontano ci possa essere dalle volontà degli autori. Se si vuole trovare un punto più dolente va forse trovato in un senso continuo di horror vacui che lo porta a riempire sistematicamente il palcoscenico di figuranti e controscene a volte in modo perfino eccessivo.
Al debutto al Regio Speranza Scapucci offre un’interpretazione sicuramente molto interessante. Brillante, vitale, ritmicamente trascinante e dall’ottimo passo teatrale e particolarmente attenta all’accompagnamento delle voci anche se a tratti  si riscontra un sentore di meccanicità. Come sempre positiva la prova dell’orchestra e ottima quella del coro.
Teresa Iervolino (Angiolina) si dimostra sempre più una delle più belle realtà emergenti della scena italiana. Voce splendida, calda, morbida, omogenea, di colore brunito da autentico mezzosoprano – ed è facile prevedere per lei un roseo futuro soprattutto nei grandi ruoli seri en-travesti – tecnicamente inappuntabile e sorretta da musicalità e senso dello stile. L’artista si trova perfettamente a suo agio tanto nei momenti più cantabili in cui la morbidezza e la dolcezza del canto esprimono al meglio l’intima bontà di Angiolina quanto nelle colorature di “Non più mesta” sgranate con disinvoltura e  che rendono meritatissimo il trionfale successo decretatogli dal pubblico.
Meno entusiasmo suscitata il Don Ramiro di Antonino Siragusa di solida professionalità ma privo di autentici colpi d’ala, sicuro negli acuti – e il ruolo lo limita nella facilità dei passi di coloratura che sono la sua arma migliore – ma un po’querulo nel timbro, privo di quello scatto a suo modo eroico che il principe dovrebbe mostrare soprattutto nel secondo atto, non sempre impeccabile nel gusto. Di contro il personaggio è ben centrato sul versante scenico e innegabilmente simpatico così da garantirsi l’appoggio del pubblico.
Paolo Bordogna torna dopo qualche tempo al suo Dandini e vi torna con l’esperienza maturata in questi anni. La voce da baritono chiaro è perfetta per il ruolo, il senso dello stile rossiniano è posseduto come da pochissimi altri, la tecnica è sicura così come la musicalità ma questo è poco rispetto alla personalità di artista, all’irresistibile presenza teatrale, all’assoluto senso delle dinamiche del comico. E forse sarebbe impossibile pensare ad altro interprete per il Dandini voluto da questa regia specie quando si cala nella parte – volutamente sopra le righe ma in fondo è lui stesso a dire “Io recito da grande, e grande essendo, grandi le ho da sparar” – del divo arricchito e un po’ sguaiato, caricando i vezzi di un certo divismo nostrano che scimmiotta i modelli americani e che non può  non ricordare certe maschere di Alberto Sordi. Molto positiva la prova di Carlo Lepore apparso in ottima forma come Don Magnifico sia sul piano vocale sia su quello scenico anche se forse il personaggio risulta troppo bonario e simpatico ma in compenso sempre calato nella musica e senza cedimenti a quel facile effettismo che è sempre un rischio per i buffi. Roberto Tagliavini presta la sua voce da autentico basso ad una Alidoro di forte rilievo sia scenico sia vocale vero Deus ex-machina di tutta la vicenda. Protagonista di una buona prova è Loriana Castellano nella  parte di Tisbe mentre fin troppo flebile la Clorinda di Giuliana Gianfaldoni; entrambe sono, tuttavia, godibilissime scenicamente nel tratteggiare due personaggi insopportabili, mai grotteschi e caricaturali, e comunque sempre umanamente credibili.

 

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