Torre del Lago, 61° Festival Puccini: “Turandot”

Torre del Lago, 61° Festival Puccini: “Turandot”
Gran Teatro Giacomo Puccini – 61° Festival Puccini
“TURANDOT”
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri, libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
La Principessa Turandot  WANG WEI
L’Imperatore Altoum  WANG HAIMIN
Timur TIAN HAO
Il Principe Ignoto (Calaf) LI SHUANG
Liù YAO HONG
Ping GENG ZHE
Pang  LI XIANG
Pong LIU YIRAN
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera Nazionale Cinese di Pechino
Direttore Yung Fe
Maestro del Coro  Chen Bing
Coro delle Voci Bianche del Festival Puccini
Maestro del Coro Voci Bianche  Sara Matteucci
Regia Wang Huquan
Progettazione degli allestimenti scenici  Ma Lianqing
Costumi  Zhao Yan
Disegno Luci  Zhou Zhengping
Coreografo e assistente alla regia  Wang Quan
Allestimento del Teatro dell’Opera Nazionale Cinese di Pechino
Torre del Lago, 28 agosto 2015
C’era molta attesa, almeno da parte mia, per questa singola recita di Turandot in un allestimento del Teatro dell’Opera Nazionale Cinese di Pechino (CNOH, ovvero China National Opera House of Beijing) ospitato dal Festival Puccini di Torre del Lago. La curiosità era duplice: mi era quasi completamente ignoto il livello musicale del maggior teatro d’opera cinese (da non confondere con il CNPOC, China National Peking Opera Company, che mette in scena esclusivamente l’opera cinese), ma soprattutto mi intrigava vedere come un teatro cinese, che emerse forse nella consapevolezza degli appassionati d’opera occidentali una trentina di anni fa con l’invito a Luciano Pavarotti di interpretare la Bohème, si avvicinasse a Turandot, opera ambientata in una Cina fantastica filtrata attraverso un’ottica tipicamente occidentale. Il CNOH è un ente fondato nel 1952 che dipende direttamente dal Ministero della Cultura, e a capo del quale siede, in veste di presidente, direttore artistico e principale direttore d’orchestra il Maestro Yu Feng, che ha quindi controllo totale su ogni elemento e dettaglio dello spettacolo.  L’orchestra, per quanto lo consente l’acustica di un teatro all’aperto, è parsa possedere colori brillanti e suono pulito, mentre il maestro Yu (sulla locandina si è seguito l’uso cinese di anteporre il cognome al nome) ha indugiato per quasi tutta l’opera in tempi lenti, ed anche slentati, che più di una volta si sono impaludati in sabbie mobili da cui diveniva poi difficile riemergere, e che ha originato ripetuti scollamenti fra orchestra e palcoscenico: il finale del primo atto in particolare non è stato un momento di grande coesione.  Il coro (diretto da Chen Bing) ha dato una prestazione in crescendo, con un primo atto in cui le varie sezioni davano segni di anarchia musicale, mentre per il resto dell’opera ha offerto una prova dignitosa e niente più. Il coro delle voci bianche era quello del Festival Pucciniano, unico elemento italiano insieme al Corpo di ballo (DanzAre, Art Studio il Magazzino, Scuola di danza Jenco).  I solisti erano tutti, chi più chi meno, compromessi da una pronuncia francamente inaccettabile. Fra i solisti, vocalmente spiccava Li Shuang, tenore dal timbro non particolarmente accattivante, ma dotato di una tecnica tutto sommato corretta, canna aperta, suono libero e soprattutto da un registro acuto molto facile (bello il do acuto della variante opzionale di “ti voglio ardente d’amore”, ed anche il si naturale della romanza del terzo atto): un po’ di tempo nelle mani giuste potrebbero farne un Calaf in grado di poter competere in teatri internazionali.  L’altro elemento del cast a mostrare un’emissione sul fiato, morbida e fluida era Ping, il baritono Genz Zhe.  Anche i suoi due colleghi Li Xiang (Pang) e Liu Yiran (Pong) hanno offerto prestazioni decorose. Tian Hao (Timur) è stato l’unico ad azzeccare tutte le doppie consonanti, mentre Wang Haimin ha raffigurato un’imperatore Altoum più vigoroso del solito. Non comparivano nella locandina i nomi degli interpreti del Mandarino, del Principe di Persia e delle due ancelle. Yao Hong era una Liù dal timbro da soubrette, esile e un poco asprigno e malfermo in zona centrale: si è fatta notare soprattutto per una certa facilità a smorzare il suono in zona acuta, anche se il si bemolle al termine di “Signore ascolta” ha subito una piccola incrinatura. È ben noto che soprani veramente spinti, per non dire drammatici, di origine asiatica sono merce rarissima, ragion per cui ero particolarmente desideroso di ascoltare Wang Wei nel ruolo eponimo.  Lungi dall’avere voce da Turandot, questo soprano si è rivelata in possesso di uno strumento vocale dal peso specifico al massimo adatto a Liù, esile in basso, ballerino nei centri e piuttosto aleatorio in alto; ma è stata soprattutto la linea di canto molto frammentata, con continue riprese di fiato anche nel bel mezzo di una parola, e persino prima del do acuto all’unisono con il tenore, a minarne la prova; ed è un vero peccato perché non capita molto spesso di trovarsi alla presenza di una principessa di bellissima presenza con l’indubbio physique du rôle. Punto di forza dello spettacolo nel suo insieme era l’allestimento tradizionale, con regia di Wang Huquan, oleografico ma con gusto, sfarzoso al punto giusto, gradevole, curato nei dettagli, abbellito da costumi ricchissimi e – credo – accurati (a parte le barbe dei saggi tenute su con dei visibili elastici); per creare un tableau finale della massima fastosità Wang ha spogliato il coro degli umili panni grigi del popolino facendoli tornare in scena abbigliati da coloratissimi cortigiani. Un piccolo passo falso è stato senza dubbio quello di mostrare l’ascensione al cielo di Liù. Il pubblico ha mostrato di gradire l’allestimento tributando applausi a scena aperta dopo i vari cambiamenti di scena, e ovviamente alla conclusione dell’opera.
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