Verona, Teatro Filarmonico: “Manon Lescaut”

Verona, Teatro Filarmonico: “Manon Lescaut”

Verona, Teatro Filarmonico, Stagione Lirica 2017/2018
MANON LESCAUT”
Dramma Lirica in quattro atti su libretto di Domenico Oliva e Luigi Illica con interventi di Marco Praga, Ruggero Leoncavallo, Giacomo Puccini, Giulio Ricordi e Giuseppe Adami dal romanzo Histoire du chevalier des Grieux et de Manon Lescaut di A.F. Prevost.
Musica di Giacomo Puccini
Manon Lescaut AMARILLI NIZZA
Lescaut GIORGIO CAODURO
Il cavaliere Renato Des Grieux GASTON RIVERO
Geronte de Ravoir ROMANO DAL ZOVO
Edmondo ANDREA GIOVANNINI
L’oste / Il sergente degli arceri GIOVANNI BELLAVIA
Un musico ALESSIA NADIN
Un lampionaio / Il maestro di ballo BRUNO LAZZARETTI
Il comandante della Marina ALESSANDRO BUSI
Orchestra, Coro e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del Coro Vito Lombardi
Regia di Graham Vick ripresa da Marina Bianchi
Scene Andrew Hays
Costumi Kimm Kovac
Movimenti mimici Ron Howell ripresi da Danilo Rubeca
Luci Giuseppe Di Iorio
Allestimento delle Fondazioni Arena di Verona in coproduzione con la Fondazione Teatro La Fenice
Verona,
8 marzo 2018
Manon Lescaut è l’opera con cui Puccini diventa Puccini. L’estremo romanticismo, la sfrontata sensualità mescolati alla freschezza dell’impianto armonico fanno di Manon uno dei titoli più amati dal pubblico since 1893. Il suo segreto? Il motore immobile – terribilmente immobile – che infiamma la vicenda. Ce lo confessa la stessa protagonista nel secondo atto: si annoia. Nel primo atto è la prospettiva della vita monastica a farle dire “la mia stella tramonta”; tremendamente annoiata dalla vie de Bohème parigina, Manon si dà alle morbide trine del letto di Geronte. E quando vesti, gioielli e madrigali non bastano più, il tedio l’assale e a salvarla è ancora una volta De Grieux. E dove poteva concludersi la vicenda se non nel paesaggio più desolato e uniforme immaginabile? Karma is a bitch, povera Manon, deserta donna. Eppure Vick lo dice, anzi, lo fa scrivere a caratteri cubitali sulla lavagna al centro della scena: non lasciatevi ingannare, non è Manon il cuore della vicenda, come Mimì non lo era di Bohème. Ciò che muove l’intera vicenda è la giovinezza, coi suoi vizi, eccessi e folli innamoramenti, in guerra contro l’intensa e impareggiabile noia. È l’aprile nel suo volto, l’età gentil che contrasta con l’occhio triste che conquista De Grieux, ed è alla propria luminosa giovinezza che volano gli ultimi pensieri di Manon. Così, nella visione del regista britannico, le avventure di Manon diventano una vera e propria lezione di giovinezza, in cui già vive il presagio funesto della noia, quel deserto americano che è sempre stato in scena, in fondo ai diversi piani su cui Vick fa muovere i protagonisti. Mano a mano che gli atti si susseguono gli studenti del primo atto sono sempre più lontani da Manon e De Grieux, i piani si sciolgono, resta solo una deserta landa di rifiuti, verso la quale i giovani studenti, ormai in alto nella scena, lanciano con aria giudicante le ultime stelle filanti. Manon, eroina maledetta che coi suoi sedici anni dà la polvere al club 27, combatte la noia consacrandosi, con la propria morte, ad un’eterna giovinezza. La genialità di Graham Vick va in overdose davanti alla quantità di spunti tematici di Manon e la carne al fuoco in alcuni momenti è davvero troppa – come davvero troppi sono i quasi 50 minuti di intervallo tra secondo e terzo atto – ma questa regia rimane profondamente innovativa per l’acutezza dell’interpretazione e per alcuni elementi disturbanti e mozzafiato: un esempio su tutti, l’apertura del terzo atto con le prostitute dondolanti al soffitto in gabbie/sottogonne, apologia di quelle fallen women che tanto hanno dato alla storia dell’opera (non manca mai il brividino quando una delle prostitute risponde al nome di Violetta). Il secondo atto, tra cocaina, tatuaggi e sfilata di Manon davanti a politici e membri del clero, è effettivamente ridondante, ma liquidare per questo tutto il lavoro di Vick, Hays e Kovac come “eccessivo” è pericolosamente semplicistico. Personalmente ho adorato il primo atto, scuola, luna park e fuga dei due piccioncini sul cigno: è stato detto che troppi elementi in scena “distraggono” dalla musica, ma non ricordo la stessa ostilità quando Maestrini ha portato in scena in questo stesso teatro un Barbiere a cartoni con il rumore del registratore di cassa che copriva la musica in “all’idea di quel metallo”. Ma bando alle polemiche: abbastanza buono il lavoro di Francesco Ivan Ciampa che si mostra interprete appassionato e profondamente innamorato dello spartito. Restano evidenti alcuni scollamenti tra orchestra e coro nel primo atto, ma Ciampa si fa perdonare con uno splendido intermezzo. Amarilli Nizza resta la valida professionista che avevamo già potuto ammirare nel 2011, sicura in acuto e di fraseggio elegante e al contempo appassionato. Il centro non è altrettanto a fuoco, ma nel complesso la Nizza si batte bene, anche nei movimenti scenici. Il suo “sola, perduta, abbandonata” è pregevole: abbiamo particolarmente apprezzato la delicatezza della linea melodica e la cura delle dinamiche. De Grieux era Gaston Rivero, che porta a casa una performance complessivamente positiva, nonostante un colore non particolarmente variegato: la voce è avanti, gli acuti ci sono e il timbro è gradevole. Molto bene nel terzo atto, Rivero commuove nell’appello accorato al comandante della Marina, come già d’altra parte accaduto nel duetto d’amore alla fine del secondo. Giorgio Caoduro disegna un Lescaut adeguatamente depravato, di vocalità solida, togliendo qualche acuto fuori fuoco. Scenicamente disinvolto, Caoduro stupisce per il timbro caldo e per la pronuncia intelligibile. Molto interessante Romano Dal Zovo nel ruolo di un inedito Geronte giovane: il basso veronese si conferma un nome di pregio nel panorama operistico attuale. Completano efficacemente il cast Andrea Giovannini (un Edmondo spigliato e di vocalità da approfondire); Giovanni Bellavia (L’oste / Il sergente degli arceri), Alessia Nadin (un musico), Bruno Lazzaretti (un lampionaio / il maestro di ballo), Alessandro Busi (il comandante della Marina). Ultima rappresentazione domenica 11 marzo; prossimo appuntamento al Filarmonico di Verona a fine mese con Le nozze di Figaro. Foto Ennevi per Fondazione Arena

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