Napoli,Cortile d’Onore di Palazzo Reale:”Cantata”

Napoli, Cortile d’Onore di Palazzo Reale
“CANTATA”
Coreografia   Mauro Bigonzetti
Primi ballerini, Solisti e Corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli
Primo ballerino ospite Alessandro Macario
Musiche originali e tradizionali composte ed arrangiate dal gruppo Assurd:
Cristina Vetrone, Lorella Monti, Enza Prestia, Enza Pagliara.
La canzone “Serenata” è di  Amerigo Ciervo
Per gentile concessione di Amerigo&Marcello – Ciervo (I Musicalia)
Ripresa coreografica  Roberto Zamorano
Costumi   Helena De Medeiros
Luci Carlo Cerri
Napoli, 3 luglio 2012

«Cantata è una coreografia dai colori forti tipici del sud. Con la sua gestualità passionale e viscerale rievoca una bellezza mediterranea e selvaggia; attraverso una danza istintuale e vitalissima viene inscenato il rapporto uomo-donna: la seduzione, la passione, le schermaglie, la gelosia. Cantata è anche un omaggio alla cultura e tradizione musicale italiana, un lavoro popolare nel senso nobile del termine. Ci sono musiche italiane del ‘700 e dell’ ‘800, dalle ninne nanne alle pizziche salentine fino alle serenate napoletane. È un balletto nato dal mio incontro con un gruppo di musiciste napoletane e pugliesi e mantiene un profondo intreccio tra musiche e danza».
Così Mauro Bigonzetti, astro lucente della coreografia internazionale made in Italy, descrive uno dei suoi capolavori: un intrigante intreccio di tradizione e modernità. Dall’utilizzo di un tema che ha sapore antico, quello delle tradizioni mediterranee, Bigonzetti riversa la musica napoletana e grecanico – salentina nella contemporaneità di una coreografia brillante e audace, ma al contempo delicata e poetica nel racconto delle passioni primordiali e dei sentimenti più viscerali. Le musiche sono state arrangiate dalle originali o create ex novo dal gruppo “Assurd” (Cristina Vetrone, Lorella Monti, Enza Prestia, Enza Pagliara), la cui sperimentazione in campo musicale diventa ricerca antropologica vera e propria, attraverso i racconti cantati dei nostri antenati.
Diplomatosi alla Scuola del Teatro dell’Opera di Roma, della cui compagnia ha fatto parte per dieci anni, Mauro Bigonzetti entra nel 1982 a far parte dell’Aterballetto diretto da Amedeo Amodio, collaborando con gli esponenti più importanti della danza contemporanea, quali Alvin Ailey, William Forsythe, Jennifer Muller. Nel 1992 lascia l’Aterballetto per diventare coreografo free lance; collabora quindi col Balletto di Toscana e con le più prestigiose compagnie internazionali. Dal 1997 al 2007 è Direttore Artistico dell’Aterballetto, conservando dal 2008 il ruolo di coreografo principale. Il suo stile personalissimo e inimitabile, di così ardua esecuzione tecnica e di così sottile pretesa stilistica, ha reso la Compagnia di Reggio Emilia la sola in grado di interpretare magistralmente i suoi lavori, proprio grazie al continuo interscambio personale e allo studio continuo dello “stile Bigonzetti”.
Ardua impresa, pertanto, quella tentata dalla compagnia del Teatro di San Carlo, che – è oramai ben noto per i lettori affezionati della presente rivista – non brilla certo nel panorama nazionale per tecnica e stile. Chi scrive si era recata allo spettacolo come al patibolo, nella inevitabile quanto fastidiosa convinzione di dover ancora una volta esprimere, con la più triste ma doverosa obiettività, l’inadeguatezza del solito “corpicino” di ballo del “povero” Teatro napoletano. In vero, fatta eccezione per il gruppo degli uomini, che nel loro primo ensemble sembravano essere stati travolti da un tir, tanto disomogeneo era il rispetto per le sequenze musicali e gestuali (e altro si tace, per non essere ripetitivi, ma i più curiosi potranno consultare le recensioni precedenti), lo spettacolo è apparso, sì, lontano dai guizzi e dallo stile seducente dell’Aterballetto, ma di gran lunga più gradevole del solito. La Compagnia è apparsa decisamente più sicura nell’esecuzione di un repertorio contemporaneo, come lo era già stata  nella Giselle di Mats Ek, andata in scena qualche stagione fa.
Alquanto fuori “tema”, dal punto di vista stilistico, il primo ballerino ospite Alessandro Macario, lento e poco convincente nelle più belle dinamiche bigonzettiane. Più adatto alla coreografia Edmondo Tucci, al quale è stato affidato (a ragione) l’assolo “Ferma Zitella”, mentre un bravo di incoraggiamento va, nel corpo di ballo, al giovanissimo Alessandro Staiano. Più adeguato è apparso il gruppo delle donne, tra le quali è venuta fuori una insolita Roberta De Intinis, che ha dato bella prova di sé nel Passo a tre “Serenata”, eseguito con forte personalità e stile adeguato. Di scarsa presa sul pubblico l’esecuzione della bella diagonale finale, che avrebbe dovuto chiudere con forza la pizzica conclusiva. Tutto sommato, visto quello a cui siamo purtroppo abituati in un teatro popolato da ballerini da pensione e “contrattisti” dalle dubbie doti, lo spettacolo è stato uno dei più riusciti della stagione. Nella speranza che Bigonzetti non fosse in platea.

 

 

2 Comments

  1. Maria Venuso

    A non molti giorni dall’uscita della presente recensione, è opportuna una postilla chiarificatrice diretta a un eventuale lettore poco attento, che nella consueta fretta di una giornata lavorativa, scorre velocemente le poche righe che più saltano all’occhio. Benché il testo sia palesemente comprensibile, per qualcuno potrebbe non esserlo l’ironia di qualche periodo, finalizzata a rallegrare un testo di scarna consistenza, vista l’occasione di riferimento. Mi autocito, dunque, per evitare al lettore la noia di andar su e giù sullo schermo del proprio computer:

    “Chi scrive si era recata allo spettacolo come al patibolo, nella inevitabile quanto fastidiosa convinzione di dover ancora una volta esprimere, con la più triste ma doverosa obiettività, l’inadeguatezza del solito “corpicino” di ballo del “povero” Teatro napoletano”.

    Ebbene, nulla di più chiaro. Non è certo descritto il fastidio di dover andare a seguire uno spettacolo in sé, in quanto scrivere per una rivista sì ben fatta e seria appare a tutti un privilegio. La scherzosa similitudine, utilizzata da chi scrive – come sa chi della penna conosce le arti ammaliatrici -, è non solo un “usus scribendi” tipico della sottoscritta, che ama rendere divertenti finanche le peggiori critiche ai non addetti ai lavori, ma ribadisce, soprattutto, la triste consapevolezza di dare ancora una volta un giudizio negativo al Massimo della propsia città. Il “patibolo” è chiaramente il luogo del dispiacere, metafora di una condizione non certo piacevole di chi, senza alcuna prevenzione nei confronti altrui, è sinceramente dispiaciuta per quello che dovrà, con ogni probabilità, puntualmente confermata, scrivere. La sorpresa, poi, di incappare in uno spettacolo migliore del previsto, è sempre ben gradita.
    Altro diminutivo pericoloso potrebbe essere il “corpicino” di ballo. Ebbene, soprattutto per chi è napoletano, esso riporta immediatamente alla mente l’esiguità di un organico composto da pochissimi elementi stabili.
    Purttoppo la lettura attenta e la capacità di colgiere le ironie sembrano cosa troppo lontana dalla velocità impostaci dallo stesso mezzo utilizzato, ogni giorno, con un automatismo robotico, tale da smarrirsi nei meandri labitrintici dei links, che non solo affollano la pagina web davanti ai nostri occhi, ma obnubilano le nostre stesse menti.

  2. Nunzio

    La nostra giornalista ha piena ragione su ciò che dice.. Si tenta in vano di dare speranze ad un corpo di ballo ormai, da molti anni, incancrenito sia dal punto di vista artistico che burocratico

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