Omaggio a Carla Fracci:”Das Marienleben”

Napoli, Tearo di San Carlo, Autunno Danza 2013
“DAS MARIENLEBEN” 
Sogno Annunciazione Vita di Maria
Musiche di Paul Hindemith, Tomaso Albinoni, Johan Sebastian Bach, Erik Satie
Liriche di Rainer Maria Rilke, Else Lasker-Schüler
Riferimenti evangelici da Luca, Matteo, Giovanni
Ideazione e regia Beppe Menegatti
Coreografia di Luc Bouy
Étoile ospite  Carla Fracci
Primo ballerino ospite Alessandro Macario
Soprano Giacinta Nicotra
Voce recitante Lorenzo Degl’Innocenti
Pianoforte Alexandra Bricher, Roberto Moreschi
Organo Riccardo Fiorentino
Violoncello Massimo Tannoia
Primi ballerini, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo
Napoli, 3 novembre 2013
Il secondo appuntamento della ormai nota rassegna “Autunno Danza” del Teatro di San Carlo di Napoli non avrebbe potuto celebrare l’arte teatrale in maniera più degna. Il ritorno sulle scene partenopee  dell’icona mondiale del balletto, Carla Fracci, ha ancora una volta lasciato il segno con  un’interpretazione memorabile e profonda, in cui le straordinarie doti drammatiche della danzatrice-attrice ancora oggi penetrano finanche nello spettatore assiso sul più remoto seggiolino di loggione.
Lo spettacolo, allestito per le serate del 2 e 3 novembre al Massimo napoletano, è frutto dell’idea del regista Beppe Menegatti, compagno di vita e d’arte della più alta rappresentante di Tersicore della storia, che ha saputo donare al Teatro, per il suo duecentosettantaseiesimo “compleanno”, un’opera d’arte in cui poesia, musica e danza mirabilmente si fondono. La ricostruzione della vita di Maria attraverso le liriche di Rainer Maria Rilke, il sapore di sacralità assoluta della musica di Bach e le linee coreografiche disegnate dal belga Luc Bouy (tra i migliori allievi del grande Bejart e consumato compagno di lavoro della coppia Fracci-Menegatti), oscillanti tra formalismo accademico, libertà contemporanee e pantomima allo stato puro, hanno saputo costruire un denso concentrato di valori culturali.
Superfluo, visti i fiumi di inchiostro che si sono spesi e sempre si spenderanno, sottolienare l’importanza della persenza di Carla Fracci a Napoli, città alla quale la “Signora della Danza” è intimamente lagata da amicizie storiche e da un affetto profondo, come ha spesso dichiarato nelle sue interviste. Assente dalle scene partenopee dal 2000, anno in cui Menegatti creò per lei Filumena Marturano in occasione delle celebrazioni del centenario della nascita di Eduardo De Filippo (altra storia interpretazione divenuta pietra miliare delle interrelazioni drammaturgiche fra teatro e danza), è lei eterea e diafana creatura, che sembra appartenere a un’altra dimensione. Con i capelli disciolti e la bianca veste non può non ricordarci la sua più grande interpretazione, il ruolo al quale la Fracci si è assimilata totalmente, ossia l’intramontabile Giselle – altra emblematica figura di donna che diviene “Maestra” di amore  per il fedifrago Albrecht. Col lume tra le dita si aggira tra la folla come una sonnambula belliniana o uno spettro romantico che il tempo non ha mai potuto scalfire, nella sua aereità. Non esiste, a tutt’oggi, una versatilità e una profondità di interpretazione pari in una danzatrice.
La metafora della vita di Maria, che da prescelta diviene Madre e poi Maestro, altro non è che la trasposizione della vita e del ruolo della stessa Fracci, che da prescelta di Tersicore diviene, anche attraverso la sofferenza del lungo e duro tirocinio che appartiene alla danza, Maestra delle giovani generazioni, proprio quelle che talvolta storcono il naso davanti a tanta longevità scenica. Così sottolinea la sbarra, collocata fin dalla prima scena al centro del palcoscenico, intorno alla quale ruota tutto il mondo circostante e alla quale Maria ritornerà, alla fine, dopo il sacrificio supremo del Figlio e la sua Resurrezione, per istruire i più piccoli. La presenza di un pubblico più numeroso avrebbe dovuto rendere omaggio a uno spettacolo di siffatto livello, benché gli applausi dei presenti siano stati calorosissimi e abbiano reso sincero omaggio agli artisti.
Molto bravi i più giovani del Corpo di Ballo, tra i quali si è distinto ancora una volta  Alessandro Staiano, che inizia a ricoprire ruoli da solista che ne mettano efficacemente in luce non solo le doti tecniche, ma soprattutto stilistiche e di forte presenza scenica, nonostante la giovane età.  Ertugrel Gjoni è stato un convincente Gesù adulto, armonico e sferzante nella sua gestualità, così come Alessandro Macario, Primo ballerino Ospite,  un Gabriele di neoclassica eleganza.
Il nostro plauso va, inoltre, al soprano Giacinta Nicotra, la cui voce era splendidamente messa in risalto dalla meravigliosa acustica del San Carlo, ai pianisti Alexandra Brucher e Roberto Moreschi, all’organista Riccardo Fiorentino e al violoncellista Massimo Tannoia. Le liriche sono state recitate dall’attore Lorenzo Degl’Innocenti.Tutto si è fuso in un’atmosfera di religiosa contemplazione. Attenzione e massimo rispetto con i quli il pubblico ha seguito il dipanarsi della vicenda hanno ancora una volta confermato la potenza evocativa del gesto, la forza drammaturgica della danza che, felicemente unita alle arti sorelle, è in grado di transcodificare la parola (in questo caso finanche il testo biblico) e di sublimarne l’idea, che fiorisce e penetra con vera forza negli animi più sensibili, attraverso la potenza immaginifica della  musica.

 

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