Roma, Teatro dell’Opera: L’heure espagnole” e “L’Enfant et les sortilèges”

Roma, Teatro dell’Opera: L’heure espagnole” e “L’Enfant et les sortilèges”

Roma, Teatro dell’Opera, Stagione Lirica 2013-2014
“L’HEURE ESPAGNOLE”
Comédie musicale in un atto. Libretto di Franc-Nohain basato sulla sua commedia
Musica di Maurice Ravel
Concepciòn  STHÉPHANIE D’OUSTRAC
Gonzalve BENJAMIN HULETT
Torquemada FRANÇOIS PIOLINO
Ramiro JEAN-LUC BALLESTRA
Don Inigo ANDREA CONCETTI
“L’ENFANT ET LES SORTILÈGES”
Fantaisie lyrique in due parti. Libretto di Sidonie-Gabrielle Colette
Musica di Maurice Ravel
L’enfant (Il bambino) KHATOUNA GADELIA
Maman/La Tazza cinese/La Libellula HANNA HIPP
La Gatta/Lo Scoiattolo STHÉPHANIE D’OUSTRAC
Un Pastore ELEONORA DE LA PEÑA
Il Fuoco/La Principessa/L’Usignolo KATHLEEN KIM
La Pastorella CHIARA PIERETTI
Il Pipistrello JULIE PASTURAUD
Il Divano/L’Albero ANDREA CONCETTI
L’Orologio a pendola/Il Gatto JEAN-LUC BALLESTRA
La Teiera/Il Vecchietto/La Rana FRANÇOIS PIOLINO
La Civetta ALESSIA MARTINO
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Coro di voci bianche del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Charles Dutoit
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Voci bianche dirette da José Maria Sciutto
Regia e costumi Laurent Pelly
Ripresa regia Paul Higgins
Scene Caroline Ginet ( L’heure espagnole)Barbara de Limburg  (L’enfant et les sortilèges)
Luci Joël Adam
Ripresa luci Andrei May
Allestimento del Glyndebourne Festival
Roma, 1 febbraio 2014
Il raffinato dittico di opere in un atto di Maurice Ravel, “L’heure espagnole” e “L’Enfant et les sortilèges” è stato presentato con successo al Teatro dell’Opera di Roma, quale secondo titolo in cartellone della stagione 2013-2014. La recita di sabato 1 febbraio si è trasformata ,di fatto, nella prima rappresentazione, essendo saltata per sciopero la serata del 30 gennaio. Le uniche opere composte da Ravel erano state eseguite al Teatro dell’Opera insieme e per un’unica volta nel lontano 1948. L’allestimento attuale proviene dal Festival di Glyndebourne e porta la firma dell’estroso regista francese Laurent Pelly, noto in tutto il mondo per i suoi allestimenti fantasiosi e colorati, per la prima volta sul palcoscenico del Teatro Costanzi. I due capolavori di Maurice Ravel, accomunati da una orchestrazione raffinata, di carattere quasi pittorico, sul modello dell’impressionismo francese,  differiscono tuttavia nella concezione teatrale, il primo più realistico nella raffigurazione di una commedia di sapore boccaccesco, il secondo molto più surreale nella creazione di un mondo di fiaba infantile.
“L’ heure espagnole” è un lavoro tratto da una divertente commedia di Franc- Nohain: l’ora spagnola è quella che si concede la bella Concepciòn, moglie dell’orologiaio Torquemada, personaggio con un nome sinistro ispirato a uno dei capi dell’Inquisizione ma che in realtà manca del vigore necessario a soddisfare le brame amorose della giovane donna. Così ella riceve in quell’ora i suoi amanti, il poeta Gonzalve, giovane ma fatuo, tutto preso dalla declamazione dei suoi versi e il ricco, corpulento  banchiere, Don Inigo Gomez. La seccatura per la donna dell’arrivo di un giovane mulattiere, Ramiro, si trasforma però in un’occasione di risoluzione del problema, dal momento che ella può apprezzare in pieno la prestanza fisica del giovanotto al quale fa portare su e giù pesanti orologi a pendola sia vuoti che contenenti i due amanti. E alla fine mentre Concepciòn riesce nel suo intento amoroso con il mulattiere, l’orologiaio riesce a vendere le due pendole agli ex amanti della moglie. La realizzazione di Laurent Pelly di questa storia divertente, ironica e molto sensuale è stata magnifica. Il regista ha creato uno spazio scenico enorme, la bottega dell’orologiaio con un retrobottega altissimo, invadente, pieno di oggetti da trovarobato, paralumi, piatti, ceramiche, uno scheletro, una lavatrice, il vestito della prima comunione e tantissimi altri oggetti che potrebbero ricordare l’appartamento di un cosiddetto “accumulatore seriale”. Il tempo, scandito anche in partitura dai metronomi,dal ticchettio degli orologi, viene mostrato in tutta la sua crudeltà oltre che dagli orologi presenti dappertutto, perfino nell’oblò della lavatrice, da questo ammasso di oggetti di cui non ci si riesce a sbarazzare, come quando si fa un trasloco e non si riesce a buttare  via cose diventate inutili, che testimoniano il tempo trascorso. Questo luogo così disordinato in cui vive la coppia viene abbandonato poi alla fine da Concepciòn che fugge con il giovane Ramiro. Eppure in questa casa opprimente la donna si era organizzata una vita alternativa alla routine con il timido marito. La recitazione dei cantanti, guidati dal regista è stata praticamente perfetta in un lavoro in cui si “parla” più che cantare, se si escludono gli inutili monologhi amorosi del poeta Gonzalve. Così magnifica è stata la raffigurazione di Concepciòn da parte di Sthéphanie d’Oustrac: dotata di un timbro vocale caldo e sensuale, affascinante nella sua vestaglia, quasi sexy, utilizza  una comicità allusiva, con spinte in momenti di esilarante volgarità, come quando si toglie la biancheria intima per ricevere il poeta Gonzalve, a cui cerca inutilmente di aprire la cintura dei pantaloni oppure quando allude al pendolo con movimenti della mano che evidenziano doti prettamente maschili. Il tenore Benjamin Hulett è stato molto efficace nel raffigurare il vuoto Gonzalve, tutto vestito di arancione con pantaloni a zampa d’elefante e con una capigliatura adatta a rappresentare l’eccentrico poeta, che è anche l’unico personaggio ad avere dei momenti più squisitamente lirici in tutta la partitura. Ottimo il baritono Jean Luc Ballestra, dal fisico possente e dai bicipiti veramente scolpiti nel ruolo del mulattiere Ramiro. Di rilievo anche la bella voce di basso baritono di Andrea Concetti come corpulento banchiere Don Inigo. Infine il marito Torquemada interpretato con sagacia e finta ingenuità dal tenore François Piolino.
“L’Enfant et les sortileges”, seconda opera della serata, è stata realizzata in maniera altrettanto suggestiva dal regista. La fantasia lirica uscita dalla penna della scrittrice Colette è una sorta di incubo di un bambino capriccioso, che non vuole fare i compiti e, punito dalla mamma, si scaglia contro tutto ciò che lo circonda, dalla carta da parati, alla  coda del gatto, alle poltrone, alle tazze, ai libri e gli oggetti si animano e trascinano il bambino in una frenetica allucinazione. Successivamente dopo la continuazione dell’incubo nel giardino con alberi feriti, animali addolorati il gesto di pietà nei confronti di uno scoiattolo ferito,determina una felice conclusione della storia con il ritorno della mamma. Opera altamente simbolica, surreale, “L’Enfant” è sicuramente di difficile realizzazione scenica. Laurent Pelly ci mostra immediatamente la cifra dello spettacolo con un enorme tavolo e una sedia gigante su cui è seduto il bambino a fare i compiti: già tutto deformato in una visione onirica di un incubo che sta per abbattersi su di lui. La mamma, altissima, che porta la merenda al bambino, ma irrisa dallo stesso, lo abbandona in questo sogno fantastico ma agghiacciante. In uno spazio tutto nero  avanzano gli oggetti, animati e vengono a schiacciare il bambino di fronte alle sue responsabilità: il divano e la poltrona che si muovono dal fondo e minacciosamente incombono, l’orologio a pendolo che gira vorticosamente e non riesce a stabilire l’ora perché il bambino gli ha staccato il bilanciere. Divertente il duetto della teiera che canta in inglese e della tazza, che gorgheggia su improbabili parole cinesi, con vaghe ma neanche troppo allusioni sessuali tra i due. Bellissima anche la realizzazione del fuoco, una lingua che esce dal camino pronta a colpire il bambino, reo di averlo distrutto. Vero capolavoro poi la rappresentazione della carta da parati strappata, con le pastorelle e i pastorelli che escono dal muro, lamentando la perdita della loro vita bucolica. Anche la principessa dei sogni, strappata dal libro, appare sulla sedia del bambino, agghindata graziosamente, con una deliziosa borsetta bianca, ma disperata per il dolore creatole dal fanciullo. Quindi l’aritmetica schiaccia il bambino con una danza di esercizi difficilissimi da risolvere e un gruppo di ragazzi vestiti come lui lo coinvolge in un frenetico accerchiamento. Molto bello e anche in questo caso ricco di allusioni il duetto tra il gatto e la gatta: il gatto maschio che gioca con il gomitolo di lana ma poi viene sedotto dal fascino della gatta femmina, charmante nella sua attrazione amorosa. La scena del giardino si ammanta poi di una poeticità quasi sublime  nella realizzazione di questi alberi animati e di animali umanizzati, che ricorda vagamente il mondo della “Piccola volpe astuta” di Janacek, messa in scena con successo sempre da Laurent Pelly, qualche anno fa a Firenze. Il finale molto toccante fa apparire la finestra da cui si intravede l’ombra rassicurante della mamma e il bambino può finalmente lanciare il grido sconvolgente “Maman”. Veramente emozionante!
Grande protagonista nel ruolo de “l’Enfant” il giovane soprano Khatouna Gadelia è riuscita  a calarsi meravigliosamente nei panni del bambino, raffigurato come un impertinente quasi sgradevole e in grado di realizzare sulla scena un continuo movimento sul palcoscenico con degli atteggiamenti veramente appropriati per un fanciullo ora dispettoso, ora spaventatissimo, angosciato dai suoi incubi. Di timbro scuro, avvolgente, il mezzosoprano Hanna Hipp ha dato voce al personaggio così peculiare di Maman, ha fornito il brio necessario alla Tazza cinese e ammantato di mestizia il canto della Libellula. Gli interpreti della “Heure espagnole” sono riapparsi in più ruoli, in particolare Sthéphanie d’Oustrac ha prestato la sua vocalità sensuale alla Gatta e allo Scoiattolo, Andrea Concetti ha donato il suo timbro profondo al Divano e all’Albero, Jean Luc Ballestra ha ottimamente interpretato l’Orologio a pendola e ha raffigurato anche qui molto fisicamente il Gatto. Di grande raffinatezza  François Piolino come Teiera, Vecchietto dell’aritmetica e la Rana. Molto brava anche il soprano di coloritura Kathleen Kim nei ruoli più virtuosistici del Fuoco, della Principessa e dell’Usignolo. Tutti molto bravi anche gli altri interpreti.
Lo spettacolo è riuscito poi così perfettamente per la fusione di intenti tra la regia e la direzione d’orchestra affidata al direttore svizzero Charles Dutoit, già applaudito nella scorsa stagione, nel “Samson et Dalila”. Il direttore è riuscito ad evocare dalle partiture una miniera di raffinatezze cromatiche che,  grazie al suo elegante gesto, sono state liberate nella sala del Teatro Costanzi. Così in particolare, ne “L’heure espagnole” il direttore ha fatto scaturire dei suoni così realistici, dall’iniziale ticchettio degli orologi, ai momenti più caratteristici di una Spagna fuori del tempo, con citazioni di danze quali il flamenco, la jota, a squarci più lirici come nell’accompagnamento del poeta Gonzalve o nella esagerata disperazione di Concepciòn (“Oh la pitoyable aventure”), reminiscenza della massenettiana Cendrillon, fino alla splendida conclusione del quintetto vocalizzato sul ritmo di habanera.  Ne “L’Enfant et les sortilèges” il direttore ha poi realizzato un capolavoro ulteriore nel continuo trapasso di stile che permea il lavoro di Ravel: così dall’inquietante introduzione ha realizzato quindi un ottimo tempo di minuetto per le poltrone, un geniale ritmo jazz di foxtrot per il duetto tra la teiera e la tazza, uno stile arcadico per le pastorelle, una marcetta per l’aritmetica, fino all’appassionato, commovente quadro del giardino, dove tutto il simbolismo sonoro viene raffigurato dal direttore con un tocco di poesia veramente degna del più grande impressionismo. Molto buona anche la prestazione del Coro del Teatro dell’Opera, guidato dal Maestro Roberto Gabbiani e del Coro di voci bianche, diretto da Josè Maria Sciutto. Alla fine della serata grande successo di pubblico.. Foto Laura Ferrari

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