La danza può cambiare le persone. Intervista a Marguerite Donlon

La danza può cambiare le persone. Intervista a Marguerite Donlon

Irlandese, bella, solare e raffinata.  È Marguerite Donlon, coreografa (ma non solo) dalle idee di ampio respiro e dal linguaggio creativo multiforme e profondo. Reduce dal recentissimo successo, a Riga, del suo Amor con Svetlana Zakharova, Donlon era stata annunciata dal primo cartellone della rassegna Autunno Danza al Teatro di San Carlo, dov’era inizialmente prevista con Strokes through the tail su musiche di W. A. Mozart. Purtroppo il Massimo napoletano, alla fine dell’estate, ha presentato un programma alternativo, ma lei ha deciso di volare ugualmente a Napoli e noi l’abbiamo incontrata proprio questo autunno, grazie all’opportunità offertaci da Mara Fusco. Non che i nuovi titoli scelti ci siano dispiaciuti, ma li avremmo graditi “in aggiunta”, più che in sostituzione di un’artista di questo calibro. Restiamo comunque fiduciosi di poterla applaudire in futuro, visto l’entusiasmo dinamico del nuovo Direttore Giuseppe Picone, nell’intenzione di  voler portare ad altissimi livelli la danza sancarliana.
Sì, perché lo stile di Marguerite Donlon condisce con  umorismo tipicamente irlandese la fusione di  linguaggi appartenenti a forme d’arte diverse. Il tutto in una visione femminile che si concretizza non solo nella creazione coreografica, ma anche nel mutuo scambio con i danzatori che prestano il proprio corpo alle sue creazioni.
Signora Donlon, di cosa ha bisogno, a suo parere, la danza oggi?
Innanzitutto di possibilità e di attenzione. La danza ha sfondato molte barriere e cresce con molta velocità; credo che abbia un gran potenziale, non solo espressivo, ma anche economico. Se si investe su un certo tipo di lavoro non si creano solamente opportunità di impiego, ma è possibile creare un indotto di settore che possa gratificare i lavoratori dello spettacolo in maniera più che soddisfacente. E, in questo, grande importanza ha il ruolo della politica, per cui direi che ha bisogno innanzitutto di spazio e di investimenti.
La sua formazione come danzatrice è iniziata con la danza tradizionale irlandese e poi  è proseguita con il balletto classico. Quanto è stato importante questo percorso per la costruzione della Sua identità di coreografa?
Sono convinta che il mio retroterra nella danza irlandese sia stato un elemento molto importante nel mio percorso formativo. Mi ha dato un buon lavoro di piedi, leggerezza nel salto, un bel portamento e una eccellente musicalità. Ma, più di tutto, mi ha donato il desiderio bruciante di usare le mie braccia e di ruotare il mio corpo in ogni direzione. Ora, come coreografa, mi trovo a rivisitare il lavoro di piedi e la musicalità della mia danza tradizionale, perché la musica irlandese è una grande fonte di ispirazione.
Qual è dunque la relazione particolare tra le Sue coreografie e la musica?
Musica, silenzio, voce, suono: tutto gioca un ruolo importante nel mio lavoro. Per me non ci sono confini nell’utilizzare ogni elemento che mi aiuti a realizzare qualcosa di bello o una giusta atmosfera. Posso creare su un determinato brano musicale ma poi cambiare completamente scelta e, alla fine, sostituire ancora il tutto anche col silenzio, chiedendo al danzatore di conservare la musica originale nella sua mente e nel suo corpo. Ci sono, così, diverse modalità di approccio fra danza e musica. Posso creare prima la coreografia e poi mostrarla al compositore, che ritornerà con un’idea musicale che a sua volta mi ispirerà un’altra idea migliore. Lo chiamo effetto “ping pong” ed è uno dei miei metodi di composizione preferiti proprio per questo arricchimento reciproco, che va avanti finché il pezzo non è pronto.
Una sua opinione sulla memoria corporea di un danzatore.
Per me il processo creativo si fonda sulla rottura delle abitudini e nella ricerca dei modi migliori per farlo. Ma, a parte questo, io cerco di celebrare le capacità fisiche di un corpo. Il suo movimento e la sua capacità di condurre in una determinata direzione il processo creativo. Credo molto nell’intelligenza corporea e la sua fusione con quella del cervello è la cosa che più mi sta a cuore.
Che tipo di rapporto instaura col danzatore quando crea una coreografia?
Sono molto interessata alla persona, prima che al professionista. Mi piace “scavare” nelle personalità anche attraverso lo humor e ho potuto scoprire a volte lati del carattere di grandi danzatori che magari il pubblico non immagina. Lavorando con Svetlana Zakharova in Amor, un  pezzo in cui le danza con cinque uomini, ad esempio, ho scoperto che possiede un grande senso dell’umorismo. Attraverso lo strumento della danza si scopre che una donna forte può essere spiritosa. È uno scambio reciproco e ciò che arriva dal danzatore è un dono: non importano i passi ma le “teste”.
Sull’uso della tecnica e del suo modo di fare coreografia?
Mi piace l’attenzione al dettaglio, la precisione e il lavoro sulla musicalità. Sono attenta alla capacità e alle abilità nel controllare il corpo anche in questo tipo di movimento. La danza classica è la base per educare il corpo, ma bisogna avere curiosità creativa e artistica. Innanzitutto, però, bisogna avere cultura. La danza classica è indispensabile e permette di andare in tutte le direzioni.
C’è una differenza tra uomini e donne nella coreografia o nei ruoli dirigenziali di una grande  Compagnia?
C’è una certa difficoltà per le donne come freelance, a entrare in team maschili. Non bisogna perdere la propria femminilità quando si ricopre un ruolo da manager. La danza è per me anche un messaggio di speranza per le donne. Abbiamo in genere maggiore sensibilità nel “leggere” le persone, nel prestare ascolto e attenzione agli aspetti non immediatamente percepibili della persona, a scavare nell’individuo.
Cosa può la danza?
Può cambiare la persona. Può cambiare le cose. Credo ancora nella danza come mezzo che possa cambiare positivamente le persone e il mondo. Un mio lavoro chiamato Blue, ad esempio, “parla” dell’inquinamento dell’acqua e del problema della plastica. Uso la danza per denunciare e per descrivere.  Coreografare è un’azione potente, ma allo stesso tempo molto “vulnerabile”. Spero che il significato profondo dei miei lavori arrivi al pubblico in maniera forte, perché la danza può aiutare l’umanità a essere consapevoli.

 

 

 

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