“Porgy and Bess” al Teatro San Carlo di Napoli

Napoli, Teatro di San Carlo, Stagione Lirica 2011/2012
“PORGY AND BESS”
Opera in tre atti su libretto di Edwin Du Bose Heyward e Ira Gershwin, dal romanzo Porgy di Du Bose e Dorothy Heyward
Musica di George Gershwin
Porgy  ALVY POWELL
Bess  MORENIKE FADAYOMI
Serena  ALISON  BUCHANAN
Maria MARJORIE WHARTON
Crown
MICHAEL  REDDING
Jake RICHARD HOBSON
Clara KEARSTIN PIPER BROWN
Sportin’life  JERMAINE SMITH
Solisti e Coro della Compagnia New York Harlem Theatre
Orchestra del Teatro San Carlo
Direttore William Barkhymer
Maestro del Coro Richard Cordova
Regia Baayork Lee, Larry Marshall
Coreografia Baayork Lee
Scene Michael Scott
Costumi Christina Giannini
Luci Reinhard Traub
Napoli, 12 gennaio 2012
“Summertime”, aria-regina del Porgy and Bess,  song che gode di vita propria “coverizzata” all’inverosimile, è semplicemente una ninna nanna, cantata da  Clara,  moglie di un pescatore, al proprio bambino,  che  introduce lo spettatore, mediante un ossimoro sensitivo, nelle strade di CatfishRow, ai margini delle periferie del mondo, popolate da derelitti, spacciatori, pescatori  e  gente comune per i quali il tempo è scandito dall‘avvicendarsi delle stagioni.
Gershwin’s Porgy and Bess è, indubbiamente, il capolavoro cardine del teatro musicale americano che trascina dietro sé uno strascico degno delle opere più regali. Al substrato sul quale, Gershwin intese poggiare le scelte sinfoniche corrisponde, infatti,  per, una sorta di simmetria progressiva, un “sovrastrato” postumo da cui si alimenteranno molte delle  sperimentazioni  musicali del made in U.S.A.
La contaminatio stilistica, scelta dal compositore come base strutturale dell’opera, genera un interessante continuum connettivo. Infatti, anche grazie ai testi di Ira Gershwin e al libretto di Dorothy Heyward, mediante una divisione in scene “chiuse” ripartite in 3 atti ( nell’allestimento in analisi, due) si genera una serrata comunicazione con lo spettatore che si trova immerso nel fluire narrativo ed emotivo della vicenda; vicenda, alimentata, soprattutto, dalle continue preghiere, mix suggestivo di sacro/profano proprio dei gospels afroamericani e riflesso di una religiosità che si alimenta di invocazioni reiterate rivolte a quel Gesù, che ora Dottore, ora Maestro, ora Professore è soprattutto una forza capace di cambiare un destino, subito e inviso da chi, quotidianamente, lotta contro la sottomissione, la povertà, la disabilità, l’emarginazione, la disonestà.
Relativamente a questo proposito tematico è possibile ravvisare un importante filo conduttore fra quest’opera – riproposta al San Carlo dopo 57 anni (l’opera fu rappresentata soltanto una volta nel 1955 con 4 recite) con un allestimento del New York Harlem Theatre SM-  e la prossima  in cartellone, indice evidente di  una precisa  politica di riflessione musicale e, al contempo, soprattutto, socio-antropologica.
L’orchestra del Teatro di San Carlo è affidata alla direzione di William Barkhymer, la regia è curata da  Baayork Lee che firma anche le coreografie. Per un dovuto ossequio allo stile dell’opera, si preferisce glissare sulla condotta dell’orchestra intuitivamente poco esperta di siffatto repertorio.
Buona la prova dei cantanti, volendo compiere una necessaria media sintetica. Media elevata, senza dubbio da una Bess, Morenike Fadayomi,  (non a caso la più richiesta per gli allestimenti di quest’opera), di comprovata fama che ha regalato al pubblico partenopeo un’interpretazione intensa, grazie a capacità attoriali e canore di tutto rispetto. Una voce lirica che sposa le inflessioni jazzistiche, insite nella partitura, in modo davvero magistrale, senza scarti  o inflessioni stilistiche né nell’uno né nell’altro senso.
Il Porgy di Alvy Powell non brilla come la sua partner, a causa di una vocalità che, molto debole nei bassi, produce, talvolta, suoni poco uniformi e poco piacevoli. In compenso, grande temperamento scenico e ottime capacità attoriali  riescono a conferire credibilità ad un personaggio che prima invoca l’aiuto di Dio, e poco dopo, per amore o per la, meno ipocrita, paura della solitudine, uccide il suo avversario.
I duetti ( “Bess, you is my woman now” e “I want to stay here”) fra i due protagonisti si tingono di nuances tenui e talvolta spente. Da un punto di vista timbrico, le paste vocali degli interpreti non creano un amalgama coinvolgente ed emotivamente pregnante, da un punta di vista, invece, prettamente scenico, si può leggere una sorta di “abitudine” interpretativa fra i due. Tale atteggiamento è rintracciabile, in verità, in diverse scene ed è, forse, dovuto ad una consolidata prassi esecutiva, ad un rodaggio estremo che, a molti allestimenti di nostra conoscenza manca, ma, qui, produce, talvolta, un vuoto emotivo.
Complice e ingranaggio della perfetta e infallibile macchina scenica della compagnia newyorkese è il coro che riassume ed esprime sia vocalmente, con dei chiaroscuri sublimi, sia espressivamente, l’alto livello espositivo dell’opera stessa e che, in definitiva, assurge a emblema scenico della straordinaria verve afroamericana. Vocalità avvolgenti, infallibili, dense, caricate, dirette da Richard Cordova si fondono e si  alternano sul palco in maniera eccellente.
Il soprano Alison Buchanan che interpreta Serena, mostra un registro nei bassi molto debole, soprattutto, nei passaggi diastematici , a discapito di acuti fluidi e dinamici di grande intensità, soprattutto,  nelle parti vocalizzate della sua aria “My man’s gone now”.
L’interprete di Crown, Michael Redding, davvero notevole nella prestanza fisica e nelle capacità attoriali,  dotato di un buono strumento vocale, infiamma gli animi delle molte fanciulle presenti in sala.
A Jermaine Smith, Sportin’ life, ( tenore “molto” leggero), più attore- ballerino che cantante, è affidata la parte briosa, benché diabolica della vicenda, connubio di felice e comprovata memoria. Vuoi per una comunanza sostanziale di spirito, vuoi per una ventata di novità, l’allestimento di Porgy and Bess ha suscitato nel pubblico partenopeo, entusiasmi, tiepidi e controllati durante il susseguirsi delle scene, ma vivaci ed espansivi in conclusione. Il finale aperto si colora di sfumature e significati contrastanti: da un lato,  l’ illusione per chi crede che Porgy ritroverà la sua Bess nei meandri bui di una metropoli che inghiotte, e l’uomo ritroverà la sua parte offuscata dalle droghe della modernità, dall’altra, la delicata speranza di chi ancora riesce utopisticamente a credere possibile l’integrazione di coloro ai quali Gawd give to understan’ many things he ain’give strong men (Dio permette di capire molte cose che ai sani non è dato di capire).

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