Una Carmen ‘mediterranea’ per il Bellini di Catania

Catania, Teatro Massimo Bellini, Stagione Lirica 2012
“CARMEN
Dramma lirico in quattro atti di Henri Meilhac e Ludovic Halévy,  dalla novella omonima di Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet
Carmen
STELLA GRIGORIAN
Micaëla TATIANA  LISNIC
Don José ALEX VICENS
Escamillo HOMERO PEREZ-MIRANDA
Frasquita PIERA BIVONA
Mercedes LOREDANA MEGNA
Il dancairo GIUSEPPE ESPOSITO
Il remendado MICHELE  MAURO
Zuniga SALVO TODARO
Morales JORGE PEREZ
Orchestra, Coro dell’’E.A.R. Teatro Massimo Bellini
Coro di voci bianche “Gaudeamus Igitur” Concentus
Direttore
Will Humburg
Maestro del coro Tiziana Carlini
Maestro del coro di voci bianche
Elisa Poidomani
Regia
Vincenzo Pirrotta
Scene
Sebastiana Di Gesù
Costumi Françoise Raybaud
Assistente alla regia e coreografie Giovanna Velardi
Nuovo allestimento scenico del Teatro Massimo Bellini
Catania, 24 gennaio 2012
La celeberrima Carmen di Georges Bizet è stata scelta come titolo d’apertura per la Stagione lirica 2012 del Teatro Massimo “Bellini” di Catania. L’opera che ha da sempre rappresentato nell’immaginario collettivo l’ideale sonoro di musica spagnola, ha acquistato nell’allestimento proposto da Vincenzo Pirrotta un volto insolito: il regista ha infatti volutamente espunto qualsiasi elemento folkloristico, cercando nella vicenda della zingara una verità profonda che travalica il contesto e vuole toccare l’essenza umana. Questa scelta anticonvenzionale, frutto di un lavoro di ricerca condotto nel segno di Federico García Lorca, ha spinto il regista a riconoscere come motore di ogni azione un’invincibile malìa che avvolge tutti coloro che si avvicinano a Carmen e di cui cadrà vittima lei stessa.
Lo spettatore assiste al consumarsi di una vera e propria tragedia moderna che racconta uno scontro quasi mitologico tra Eros e Thanatos, mettendo in primo piano la grande passione umana. Il regista suggerisce da subito la sua prospettiva collocando nella scena iniziale un’ampia piattaforma ellittica che rappresenta due braccia e due mani che si avvinghiano e rinviano simbolicamente a questa lotta suprema. Le scene perdono la loro connotazione descrittiva in quanto la verità che cerca il regista non può esprimersi mediante una narrazione realistica: 40 tavoli vengono impiegati in vario modo e diventano il letto del primo amore di Carmen e Josè, quindi si trasformano nell’arena della corrida all’arrivo di Escamillo; capovolti con i piedi in aria raffigurano l’accampamento dei contrabbandieri e ancora, disposti a croce, salutano la morte della zingara. Il palcoscenico è lasciato volutamente scarno, con semplici teli bianchi che fanno da sfondo all’azione in quanto l’intento del regista è di dar vita a una storia di forti sentimenti, di passioni debordanti che si manifestano attraverso la straordinaria forza della musica di Bizet.
Suggestiva risulta la soluzione immaginata da Pirrotta per la scena delle carte: nel momento in cui la protagonista legge il tarocco della morte viene avvinta in una grande rete e illuminata da una luce livida che preannuncia l’inevitabile destino della donna.
Un tributo alla cultura spagnola è comunque offerto attraverso la riproduzione sulla scena di opere di Francisco Goya: l’immagine della donna anziana si ricompone a piccoli frammenti durante il primo incontro tra Micaela e Don Josè e nell’ultimo atto l’ingresso di Escamillo e Carmen – per la prima volta in abiti spagnoli – è anticipato da quattro stendardi, raffiguranti 7 delle 36 tavole sulla Tauromaquia, che procedono dalla platea verso il palco.
L’odore di sangue aleggia sempre, ora come irrefrenabile impulso amoroso, ora come furia assassina. Il cerimoniale della corrida è stato interpretato in chiave personale dal regista che lo ha caricato di chiari riferimenti al mondo siciliano, rievocando sulla scena la tradizione della mattanza dei tonni. Allo stesso modo, nel descrivere la malavita dei contrabbandieri, il regista ha voluto richiamare l’idea di una cosca mafiosa nella quale, con il rito del bacio e del patto di sangue, viene accolto Don Josè. La staticità propria del teatro d’opera viene superata dalla disposizione dello spettacolo oltre lo spazio scenico: la platea viene più volte attraversata dai protagonisti e questo gioco sulla spazialità si traduce in un interessante gioco sonoro, dal momento che il canto non ha una unica provenienza ma può giungere anche alle spalle dello spettatore.
Stella Grigorian ha dimostrato una brillante presenza scenica e ha interpretato una Carmen seducente e ammaliante anche sotto il profilo vocale: il personaggio capriccioso e volubile è stato ben reso dalle evoluzioni del canto, ora mellifluo, ora duro e rabbioso, un canto sempre contenuto nella tessitura grave del mezzosoprano e privo di virtuosismi che possano impensierire la protagonista, libera così di sfoggiare le sue capacità attoriali. Poco convincente è apparso invece il Don Josè di Alex Vicens, sopraffatto dal punto di vista canoro dalla forza della Grigorian e privo di quell’evoluzione psicologica che segna il personaggio nello svolgersi della vicenda. Anche nella famosa “Aria del fiore” il tenore non ha saputo esprimere tutti gli accenti drammatici suggeriti da Bizet, privando così la linea melodica delle sue dinamiche emotive. Homero Pérez-Miranda nelle vesti di Escamillo mostra eleganza e padronanza scenica, ma il suo canto risulta debole e poco brillante, incapace di restituire la carica passionale dello spregiudicato toreador. Notevole è stata la performance di Tatiana Lisnic che, con la sua voce morbida e aggraziata, ha regalato al pubblico catanese una Micaëla amabile e raffinata, immagine femminile radicalmente opposta a quella di Carmen ma indispensabile per fornire uno spettro affettivo completo, condizione necessaria affinchè la partitura musicale esaurisca le sue potenzialità espressive.
Pur rivestendo il ruolo secondario di Frasquita si è distinta la giovane Piera Bivona per spigliatezza, chiarezza e controllo vocale. Sempre di alto livello sono state le parti del coro – preparato con cura da Tiziana Carlini – che nelle scene d’insieme ha dimostrato grande dinamicità. Apprezzabile inoltre il coro di voci bianche diretto da Elisa Poidomani, sempre attento alla cura dell’intonazione e alla resa espressiva. All’alternanza di canto e dialoghi propria dell’originale di Bizet, il direttore Will Humburg ha preferito per il palcoscenico catanese la versione di Carmen con i recitativi di Ernest Guiraud. L’opera risulta quindi interamente cantata e questa soluzione imprime alla messinscena un ritmo ininterrotto che tiene alta l’attenzione dello spettatore; non sempre, però, l’orchestrazione ha saputo restituire il carattere brillante proprio della scrittura del musicista francese.
Foto di Giacomo Orlando per il Teatro Massimo Bellini

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