“I Due Foscari” al Teatro alla Scala

Teatro Alla Scala – Stagione d’Opera e  Balletto 2008/2009
I DUE FOSCARI”

Tragedia lirica in tre atti. Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Francesco Foscari  LEO NUCCI
Jacopo Foscari  FABIO SARTORI
Lucrezia Contarini 
MANON FEUBEL
Jacopo Loredano
MARCO SPOTTI
Barbarigo LUCA CASALIN
Pisana
ALISA ZINOVJEVA
Fante
RAMTIN GHAZAVI
Servo
ERNESTO PANARIELLO
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore: Stefano Ranzani
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia  Cesare Lievi
Scene e costumi di Maurizio Balò
Luci di Luigi Saccomandi
Allestimento del Teatro alla Scala 2003.
Milano, 29 marzo 2009
Questa produzione de I due Foscari scaligeri arriva quasi al debutto  dopo aver perso per strada la prevista Lucrezia di Svetla Vassilieva e  Nello Santi il direttore  designato.  La direzione della Scala in breve tempo ha dovuto prodigarsi nel sostituirli e soprattutto per l’arduo ruolo femminile, da soprano drammatico d’agilità, una vera rarità di questi tempi!. Detto fatto leggiamo in locandina Stefano Ranzani, direttore di una certa fama, e Manon Feubel, illustre sconosciuta ma che ha cantato questo ruolo al Musikverein di Vienna  proprio con Leo Nucci. I due Foscari è una delle opere più  marcatamente drammatichetruci  del primo Verdi. Tratta dal dramma omonimo di Lord Byron, è stata per lungo tempo sottovalutata sia dalla critica sia dal pubblico. Indubbio negare, citando Charles Osborne, che la qualità più notevole dei Foscari è l’atmosfera e il modo con cui viene ricreata la parte orchestrale.  Il compositore mette qui maggiormente in risalto, più che nelle partiture precedenti gli strumenti a fiato, gli assoli di clarinetto e flauto nei preludi, all’utilizzo del fagotto, che contribuiscono alla cupa melanconia predominante nell’opera.  Drammaturgicamente l’opera soffre di una certa staticità,  anche se narra le tragiche vicende  del Doge Foscari , stroncati dal peso di un crudele intrigo politico.  Questo aspetto politico-sociale fatto di vendettae congiure di palazzo, tendono a prevalere sugli  aspetti personali, umani dei personaggi. La grande sensibilità di Verdi però nella figura della della sposa di Jacopo, Lucrezia Contarini,  dipinge la e lotta dei sentimenti contro le logiche di potere. Disperazione, ma anche orgoglio e dignità fanno di questa donna non l’eroina, ad esempio dei Lombardi o dell‘Ernani, ma la nobile veneziana fiera e rispettosa della Repubblica, che non risparmia critiche all’ingiustizia. Sorprende invece lo scarso rilievo che Verdi, e di conseguenza anche il Piave, danno al personaggio di Jacopo Loredano, il quale nella vicenda è colui che trama e aspira a sete di vendetta, non dimentichiamo che sono sue le parole conclusive dell’opera “Pagato io sono…” alla morte del Doge. L’allestimento scaligero è la ripresa della produzione firmata da Cesare Lievi per il Teatro degli Arcimboldi nel 2003, uno spettacolo  se non memorabile, di sicuro effetto. Il regista, con l’aiuto del bravo Maurizio Balò che ha creato  costumi molto belli e un impianto scenico  con ardite inclinazioni quasi a voler evidenziare la difforme società del potere,  accentua l’aspetto tragico dello spartito,  mettendo in scena figure cupe dalle espressioni  di un potere fatto di complotti e intrighi. Un’opera come i Foscari poggia decisamente su tre protagonisti di grande spessore, e tra questi primeggia il ruolo del Doge. Oggi Leo Nucci, uno dei più autorevoli baritoni del nostro tempo, affronta il ruolo con i mezzi di un cantante con oltre quarant’anni di carriera e sicuramente non siamo in presenza di momenti memorabili. Inoltre un ruolo così nobile e solenne poco s’addiceva a Nucci anche nei sui momenti migliori, pertanto soprattutto nell’aria d’entrata, “O vecchio cor che batte” , il cantante mostra i limiti  di un canto legnoso, talvolta nasale e poco espressivo. Assai meglio nei momenti più scopertamente drammatici, l’ impeto e l’ accento più energico mascherano le  inevitabili usure.  Nel  complesso però, ribadisco, Nucci risulta un Foscari poco coinvolgente. Il figlio Jacopo era interpretato da un volenteroso Fabio Sartori,  dotato di una voce  di non particolare fascino, ma pur con un fraseggio sommario e accenti non particolarmente incisivi, riesce con sufficienza nell’ardua impresa grazie soprattutto ad un registro acuto abbastanza sicuro.  Il soprano Manon Feubell, Lucrezia Contarini è dotata di una voce di grande spessore, omogenea,  che a tratti sa  esprimere pathos e  nobiltà. Purtroppo però  le mancano varietà di accenti, mordente e fraseggio  e anche se  sciorina dei bei  piani e pianissimi di sicuro effetto, la linea di canto è  alquanto monotona. A ciò aggiungiamoci un registro acuto non particolarmente omogeneo e talvolta ‘ urlato. Nel complesso una prova anonima. Da un  potenziale vocale tale ci si si aspettava molto di più. Di scarso valore  rilievo  la prestazione di Marco Spotti, così come degli altri personaggi minori. Stefano Ranzani a capo di un’orchestra attenta e sicura, come quella della Scala, ha concertato in modo anonimo e squilibrato nelle sonorità. Pubblico partecipe ma avaro di applausi,  tranne che a Nucci, nei confronti del quale si è applaudito soprattutto a tributo della sua lunga carriera. ( Fotografie di Marco Brescia, Archivio Fotografico del Teatro alla Scala)

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