“A midsummer night’s dream” al Teatro alla Scala

Teatro Alla Scala – Stagione  d’Opera e Balletto 2008/2009
“A MIDSUMMER NIGHT’S DREAM” (Sogno di una notte di mezza estate)
Opera in tre atti su libretto dell’autore e Peter Pears dalla commedia omonima di William Shakespeare.
Musica di Benjamin Britten
Oberon DAVID  DANIELS
Tytania ROSEMARY  JOSHUA
Puck  EMIL  WOLK
Theseus  DANIEL  OKULITCH
Hippolyta NATASCHA  PETRINSKY
Lysander GORDON  GIETZ
Demetrius  DAVID ADAM  MOORE
Hermia  DEANNE  MEEK
Helena ERIN  WALL
Nick Bottom  MATTHEW  ROSE
Peter Quince  ANDREW  SHORE
Francis Flute CHRISTOPHER  GILLETT
Snug  GREAME  DANBY
Tom Snout ADRIAN  THOMPSON
Robin Starveling  SIMON  BUTTERISS
Cobweb  FRANCESCA  MERCURIALI
Peaseblossom  ELENA  CACCAMO
Mustardseed  BARBARA  MASSARO
Moth  NICOLO’ DE MAESTRI
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Maestro  del coro Bruno Casoni
Coro di Voci Bianche del Teatro alla Scala e del Conservatorio “G. Verdi” di Milano
M.o del coro: Alfonso Caiani
Direttore: Sir Andrew Davis
Regia di Robert Carsen ripresa da Emanuelle Bastet
Scene e costumi di Michael Levine
Luci di Davy Cunningham
Coreografia di Matthew Bourne
Produzione del Festival di Aix-en-Provence e dell’Opera National de Lyon.
Milano, 9 giugno 2009
“A Midsummer night’s dream”, ottava opera di Benjamin Britten,  inaugurò la Jubilee Hall, il teatro privato del compositore.  Benjamin Britten, nel trarne assieme al suo compagno, il tenore Peter Pears  il libretto, si mostra assai rispettoso del celebre testo shakesperiano, limitandosi a degli ovvi tagli, eliminando il primo atto in Atene (e per conseguenza incastonando qualche passaggio nel terzo per recuperare e chiarire i nessi), qua e là modificando l’ordine delle scene,  “riscrivendo” Shakespeare in musica. Applicando ad ogni situazione il linguaggio conveniente si rifà con tanta grazia e sottigliezza agli stili d’opera precedenti, ad esempio alla vocalità magniloquente e sontuosa di Haendel per Oberon, o alle geometrie sintattiche e di caratteri del dramma giocoso e dell’opera buffa italiana sette-ottocentesca, tra Mozart e Rossini per costruire i duetti e i concertati dei quattro amanti come agli spassi dell’operetta e del music-hall per il gruppetto degli artigiani. Pur restando opera atipica nella produzione del compositore inglese, il Sogno si colloca come punto di svolta nella continua maturazione del linguaggio qui più evocativo che innovativo,  ma pur sempre originale e inventivo. Lo spettacolo allestito alla Scala trova in Robert Carsen un regista di eccezionale fantasia e strepitosa inventiva associata ad una recitazione da manuale. Il testo shakespeariano poi tradotto è un canovaccio che fa scivolare una drammaturgia esemplare ora romantica, ora comica in una macchina teatrale di perfetta sintonia musicale e intersecata in spazi astratti quanto credibili solo dal gesto concreto e dalla parola. Michael Levine, scene e costumi, pur ripercorrendo la via favolistica e  fantasiosa, si adopera comunque nell’astrattezza di un sogno reale dove principalmente sono i colori e le luci, Davy Cunningham, a creare atmosfere di sublime partecipazione. Ammetto di essere stato molto curioso di vedere in scena David Daniels uno dei più famosi  controtenori dell’ultimo decennio. Purtroppo all’appuntamento scaligero è giunto in ritardo: la sua attuale vocalità è  decisamente limitata, sia in estensione sia in potenza, pur restando un esempio di perfetta dizione e musicalità. Non credo che oggi potrebbe ancora esibirsi in repertori handeliani e barocchi, ma in Britten il suo gusto e la sua preparazione non sfigurano affatto. Decisamente a suo agio la Tytania di Rosemary Joshua, simpatica e volitiva belcantista, come altrettanto le coppie di innamorati dove spiccava il Lysander di Gordon Gietz. Non saprei in quali aggettivi adoperarmi per esaltare la performance sia vocale ma soprattutto scenica dei sei attori nella pantomina del terzo atto, e altrettanto per i quattro folletti e tutto il coro di voci Bianche. Una compagnia ideale e perfetta in simbiosi con una concezione registica di altissimo teatro musicale. Questo risultato lo si deve anche ad Andrew Davis, bacchetta sicura in una direzione parsimoniosa e ricamata nel contesto amoroso e frizzante in quello della commedia. Peccato dover segnalare le numerosi defezioni di una parte del pubblico che probabilmente ha trovato quest’opera non di suo gradimento,  non sapendo cogliere  un’occasione cosi elevata culturalmente che capita raramente d’incrociare. Successo convito e caloroso per tutti i protagonisti.

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