“Il Trovatore” al Teatro Sociale di Rovigo

Teatro Sociale di Rovigo – 194° Stagione Lirica 2009/2010
“IL  TROVATORE”
Melodramma in quattro atti su libretto di Salvatore Cammarano e Leone Emanuele Bardare
Musica di GIUSEPPE VERDI
Conte di Luna, VITALIY BILYY
Leonora, KRISTIN  LEWIS
Azucena, ANNA  SMIRNOVA
Manrico, WALTER  FRACCARO
Ferrando, ROBERTO  TAGLIAVINI
Ines, NATALIA  ROMAN
Ruiz, LUCA  CASALIN
Vecchio zingaro, ANTONIO  MARANI
Un messo,  ANTONIO  FELTRACCO
Orchestra e Regionale Filarmonia Veneta e Coro Lirico Veneto del Li.Ve
Direttore, Stefano Romani
Maestro del Coro Giorgio Mazzucato
Regia, scene, costumi e luci di Denis Krief
Nuovo allestimento in coproduzione con Li.Ve Teatro Sociale di Rovigo, Comune di Padova e Città di Bassano Opera Festival e realizzato dal laboratorio del Teatro Sociale di Rovigo.
Rovigo, 19 febbraio 2010

Rovigo è stata l’ultima tappa di un nuovo allestimento de “Il trovatore” nato a Bassano del Grappa ed itinerante poi nella regione Veneto. L’opera rappresenta assieme a Traviata e Rigoletto il fulcro della produzione verdiana, segnando l’inizio della piena maturità artistica del compositore. Opera romantica per eccellenza, scura, notturna (così la definiva Gavazzeni) scolpisce i personaggi in maniera encomiabile, rendendoli accesi ed incalzanti. Il libretto è tra i piu belli della storia dell’opera: sottile, misterioso, perché drammaturgicamente spazia tra il ricordo del passato e il presente, ma è soprattutto la musica che esalta, rapisce, atterrisce e trasporta l’ascoltatore nel vortice delle passioni che si rincorrono e si scontrano in un ritmo serrato, quasi sublime. Denis Krief è un regista che non scivola mai nella banalità, riuscendo spesso a trovare chiavi di lettura audaci ed innovative: qui, però, ha messo un po’ troppa carne al fuoco. L’idea di fondo è decisamente coerente, analizzando la vicenda sia come scontro politico tra le parti (l’opera è del 1853 e siamo in pieno Risorgimento) sia come introspezione psicoanalitica. L’allestimento è attualizzato in epoca partigiana, dove i partigiani sono rappresentati da Manrico e gli zingari, mentre i malvagi sono i seguaci del Conte: l’idea, non nuova, funziona anche, ma non va oltre la semplice coreografia. Diversamente la lettura quasi psicoanalitica dell’inconscio, nei gesti e nei ricordi di Azucena e nel rapporto tra i due fratelli, che non sanno di esserlo, funzionano meno in quanto non messi sufficientemente a fuoco; banale, infine, quel fioco lume a rappresentare il fuoco che ne “Il Trovatore” ha altra importanza. La scena era rappresentata da una grande struttura di legno che fungeva da libro, di cui, ad ogni scena, ne veniva aperta una pagina: troppo minimalista e tutto sommato freddo, scarno, nonostante delle luci bellissime. La recitazione, purtroppo, si connota come piuttosto approssimativa. Per tale concept il regista abbisognava di cantanti-attori di altra levatura e, benché nulla fosse fuori luogo o controcorrente, mancava quel tratto cavalleresco tipico dell’opera che qui avrebbe dovuto esprimersi in altro linguaggio. Non nego che uno degli interessi primari di questa produzione era la direzione di Omer Meir Wellber, giovane bacchetta di sicura carriera come già anticipato da un concerto veronese dell’autunno scorso. Tuttavia, un annuncio qualche minuto prima dell’entrata del concertatore informava il pubblico che l’opera sarebbe stata diretta da Stefano Romani, in quanto Wellber improvvisamente colpito da indisposizione. Nonostante non sia peregrino presumere che Romani sia stato catapultato all’ultimo minuto sul podio, ne abbiamo fatto una felice conoscenza, almeno per chi scrive, in quanto musicista sconosciuto in precedenza. Sicuro, efficace, incalzante nel ritmo e soprattutto nella narrazione, tiene le briglie di un’opera per niente facile, trovando, con successo, una coesione tra buca e palcoscenico. Incomprensibile invece la scelta dei tagli: non è stato eseguito nessun da capo, anche se Leonora canta la cabaletta del IV, generalmente soppressa. La compagnia di canto presentava elementi che, seppur non eccelsi, sono in cartellone nelle stagioni dei teatri più importanti, e questo, in parte, la dice lunga sulla situazione in cui versa il settore canoro, soprattutto in ambito verdiano. Walter Fraccaro, è un tenore sicuro e corretto a cui manca un fraseggio adeguato, che si produce soprattutto in un canto di forza spesso stentoreo, pertanto qualsiasi opera canti (vedi le recenti Cavalleria e Manon alla Fenice) risulta monocorde, mancando in questo caso del fondamentale aspetto dell’innamorato appassionato. Molto interessanti i mezzi vocali di Kristin Lewis, una voce lirica tendente al drammatico, di buon temperamento, timbro bellissimo che però tende a sbiancarsi nel settore acuto, ma la cui resa drammatica e l’accento erano molto suggestivi. Il conte di Vitaly Bilyy, giovane baritono russo, si apprezzava per lo stile e l’accento sempre controllato, buona l’emissione anche se in taluni momenti non avrebbero guastato qualche colore e qualche espressività piu convincente. Anna Smirnova, invece, giocava la carta del temperamento, che decisamente non le manca,  somo carenti  il fraseggio e anche la tecnica di emissione non è particolarmente ortodossa. Molto convincente Roberto Tagliavini: non sarà un basso profondo, ma tecnica e soprattutto stile sono meritevoli di plauso. Censurabili i comprimari e buona prova del Coro. Il pubblico che esauriva il Teatro Sociale solo al termine ha manifestato la propria approvazione soprattutto per il soprano, pur con due isolate contestazioni che non potrei dire a chi erano dirette.

 

 

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