Reggio Emilia:”Orphée”

Reggio Emilia, Teatro Valli,  Stagione  Lirica 2010 / 2011
“ORPHEE”

Coreografia Dominique Hervieu, José Montalvo
scene e video José Montalvo
costumi Dominique Hervieu
testi Catherine Kintzler
musiche Claudio Monteverdi, Christoph W. Gluck, Philip Glass,
Francesco Durante, Giovanni Felice Sanches, Giuseppe Maria Jacchini,
Luiz Bonfa, La Secte Phonétik, Sergio Balestracci, Jacques Offenbach,
Antonio Vivaldi, William Byrd
Compagnie Montalvo Hervieu
luci Vincent Paoli
collaboratore artistico al video Pascal Minet
coproduzione Théâtre National de Chaillot; Association artistique de l’Adami –
“Talents Danse Adami”; Grand Théâtre du Luxembourg (en cours); Théâtre de Caen

Reggio Emilia, 20 gennaio 2011
Quello di Orfeo è il mito che forse più di ogni altro ha affascinato artisti e poeti: da Ovidio a Rilke, il mito ha continuato nel tempo a caricarsi di nuove implicazioni simboliche, sfaccettature e interpretazioni. Non ha interessato una, ma tante arti: a ben vedere, quello di Orfeo è anche il mito che ha visto l’affacciarsi al mondo dell’opera lirica. Una storia quindi che ha sempre saputo rinnovarsi, nella forma come nei contenuti, un viaggio che nel corso dei secoli ha investito ogni sperimentazione artistica. Di tutto ciò sembra essere ben consapevole il duo Dominique Hervieu e José Montalvo che col loro Orphée hanno saputo incantare ed entusiasmare la sala del Teatro Valli in occasione della Stagione di Danza 2011. Orfeo è mito legato all’acqua: dal corso di un fiume prende inizio la sua vicenda e lungo le rive dell’Averno scende poi alla ricerca dell’amata. Così nasce anche Orphée, col ritrovamento di un libro da una bancarella a fianco di un fiume. Orfeo è eroe ma in parte: partecipa sì alla spedizione argonautica, ma solo in forza della sua arte perché troppo debole per combattere. Fanno quindi il loro ingresso le danze “diverse”, le più emozionali: quella sui trampoli a molla di Karim Rande e quella di Brahem Aïache sulle stampelle. La trama del mito viene sempre rispettata (a volte faticosamente, causa l’eccesso di numeri in scena), ma diversi sono i danzatori protagonisti: più “Orfei” e più “Euridici”. Orfeo incanta e ammansisce le fiere: così anche Orphée con gli animali dell’arte (molti i rimandi a Rubens, Bruegel in primis) che ruggiscono dal fondo della scena. Orfeo è raffigurato come un suonatore di cetra, in ossequio della sua iconografia più classica: Orphée riunisce in sé la musica tutta, da Monteverdi e Gluck fino Offenbach e ancora Philip Glass. Lo spettacolo è giocato su videoproiezioni e azione in scena, su una fortissima spettacolarità e commistione di danza (dalle punte del balletto fino all’hip hop) e sulla musica “dal vivo” e non. Il tutto con gusto stilisticamente francese: sembra a tratti di trovarsi catapultati in un film di Jean-Pierre Jeunet ( Il favoloso mondo di Amelie ) in cui a tenere le briglia di tutto sia l’eccezionalità di questi fantastici artisti. Bravissimi.

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