Torino, Teatro Regio:”Lucia di Lammermoor”

Torino, Teatro Regio, Stagione Lirica 2010 – 2011
“LUCIA DI LAMMERMOOR”
Dramma tragico in due parti e tre atti su libretto di Salvadore Cammarano, dal romanzo The Bride of Lammermoor di Walter Scott.
Musica di Gaetano Donizetti
Miss Lucia ELENA MOSUC
Sir Edgardo di Ravenswood FRANCESCO MELI
Lord Enrico Ashton FABIO MARIA CAPITANUCCI
Raimondo Bidebant VITALIJ KOWALJOV
Lord Arturo Bucklaw SAVERIO FIORE
Alisa FEDERICA GIANSANTI
Normanno CRISTIANO OLIVIERI
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Direttore Bruno Campanella
Maestro del Coro Claudio Fenoglio
Regia Graham Vick
Regista assistente Marina Bianchi
Scene e costumi Paul Brown (ripresi da Elena Cicorella)
Luci Nick Chelton (riprese da Gianni Paolo Mirenda)
Allestimento Maggio Musicale Fiorentino e Grand Théâtre de Genève
Torino, 29 giugno 2011

Bruno Campanella è giustamente noto come uno dei massimi direttori donizettiani del panorama italiano. Alla luce di questa fama, e del vivissimo ricordo di alcune sue interpretazioni magistrali, come la Lucrezia Borgia torinese del 2008 e il Roberto Devereux romano dell’autunno scorso, è spiaciuto un po’ ascoltare da lui questa Lucia di Lammermoor professionale sì, ma non sempre valorizzata in tutte le sue pieghe (le voci gravi sono spesso risultate un po’ coperte), e soprattutto tagliata con l’accetta: niente ripetizioni delle cabalette (eccezion fatta per quelle della protagonista e per «Verranno a te sull’aure»), stretta del finale II accorciata, scena della torre inserita dopo molte titubanze. Si spera che il Maestro torni presto sui suoi passi e ci faccia ascoltare una Lucia integrale come i summenzionati Roberto e Lucrezia. I tagli sono spiaciuti a maggior ragione in considerazione dei solisti che si muovevano sul palcoscenico, le cui capacità non facevano rimpiangere i grandi interpreti del passato. Il soprano Elena Mosuc – affiancata, alla sua comparsa in scena, dal mezzosoprano Federica Giansanti nei panni di una espressiva Alisa – , quale protagonista, possiede una tecnica magistrale che si mostra in bellissimi filati e sovracuti perfetti; questi ultimi, se nell’aria iniziale sono talvolta sembrati fin troppo meccanici, poco umani nel canto di una ragazza innamorata, nella scena della follia hanno perfettamente incarnato l’alienazione mentale della giovane. Francesco Meli, nel ruolo di Edgardo, si è rivelato un vero tenore donizettiano, per il perfetto equilibrio tra canto di grazia ed espressività: equilibrio raggiunto in particolare nel duetto del I atto, tra il turbamento del cantabile e le distese serene della cabaletta, e soprattutto nell’aria finale, dove il fraseggio ha saputo esprimere un vero sentimento dolente che non intaccava minimamente la limpidità della melodia. Nel duetto della torre, nel quale Meli raggiunge il limite delle proprie attitudini espressive, rischiando lo sforzo, ha invece dato il meglio il baritono Fabio Maria Capitanucci (Enrico); il quale, già nell’aria d’esordio, ha saputo conferire carattere al proprio personaggio valorizzando lo sforzo d’emissione che sottolinea il verso «fora men rio dolor». La voce del basso Vitalij Kowaljov disegna, per il precettore Raimondo, una figura incisiva e autorevole, in particolare nella scena del finale II in cui invoca la pace. Dei tenori a latere, l’Arturo di Saverio Fiore è risultato convincente nella sua vocalità leggera-rossiniana; mentre il Normanno di Cristiano Olivieri faticava ad emergere sul coro.
Nella seconda compagnia, ascoltata alla prova generale del 19 giugno, si è messa in luce il soprano Maria Grazia Schiavo (Lucia) per l’ottima interpretazione, in particolare nel duetto con Enrico, dal quale ha saputo far trasparire ogni ripiego delle emozioni e del carattere della giovane protagonista. Il tenore Piero Pretti propone, in virtù delle proprie caratteristiche vocali, un Edgardo complementare a quello proposto dal suo omologo Meli: un Edgardo che guarda più alla vocalità verdiana che a quella rossiniana, e al canto di grazia preferisce la spinta (che nell’aria finale risulta perfino eccessiva) e la voce sempre spiegata.
Davvero piacevole l’allestimento, creato da Graham Vick alcuni anni fa: se incuriosivano un po’ alcuni costumi troppo settecenteschi (la Lucia donizettiana mescola incoerentemente come in una polpetta elementi di storia e costume scozzese della fine del Cinquecento con altri di fine Seicento, ma la leziosità rococò le è estranea), le scene, in particolare quelle d’esterno, rispecchiavano con coerenza una regia che ha sottolineato il lato romantico e il tratto nettamente melodrammatico della tragedia.

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