Parigi, Opéra Bastille: “Tannhäuser”

Parigi, Opéra Bastille, Stagione Lirica 2011/12
“TANNHÄUSER”

Grande opera romantica in tre atti (versione di Parigi del 1861).
Libretto e musica di Richard Wagner 
Hermann CHRISTOF FISCHESSER
Tannhäuser CHRISTOPHER VENTRIS
Wolfram von Eschenbach STÉPHANE DEGOUT
Walther von der Vogelweide STANISLAS DE BARBEYRAC
Biterolf TOMASZ KONIECZNY
Heinrich der Schreiber ERIC HUCHET
Reinmar von Zweter WOJTEK SMILEK
Elisabeth NINA STEMME
Venus SOPHIE KOCH
Paris Opera Orchestra and Chorus
Maîtrise des Hauts-de-Seine/Paris Opera Children’S Chorus
Direttore Sir Mark Elder
Maestro del Coro Patrick Marie Aubert
Regia Robert Carsen
Scene Paul Steinberg
Costumi Constance Hoffman
Luci Robert Carsen, Peter Van Praet
Coreografie Philippe Giraudeau
Cooproduzine Opéra National de Paris, Gran Teatre del Liceu di Barcellona, Tokyo Opera Nomori.
Parigi, 6 ottobre 2011
In questa impressionante produzione di Tannhäuser, un cantore del XIV secolo che anela all’ispirazione, al perdono e all’accettazione, viene compiuto un balzo prodigioso nel mondo dell’arte moderna. Il direttore d’orchestra Sir Mark Elder e il regista Robert Carsen hanno affrontato questo tour de force come un team perfetto. Mentre uno tiene vivo l’appassionato romanticismo musicale, l’altro va alla ricerca dell’importante contemporaneità di Wagner. Insieme hanno riformulato le più grandi preoccupazioni vissute dal compositore: l’arte come religione, la società contro i reietti, l’amore puro contrapposto all’istinto sessuale e l’apollineo e il dionisiaco insiti nella creatività artistica, con una naturalezza che stupisce. Quando il tema religioso ed edificante dell’ouverture attacca, si è inizialmente scioccati, poi intrigati dall’azione in scena: un nudo voluttuoso viene colto da più punti di vista, da una scuola di artisti in uno studio che ricorda un bordello. Ci sono dipinti ovunque, benché sia possibile solo intravederli: sono tutti rivolti verso il muro, rivelando solo le croci della loro struttura lignea e macchie rosse dove mani e pennelli  sono stati ripuliti. Robert Carsen usa questi oggetti macchiati come leitmotiv simbolici, facendoli riapparire poi come croci di pellegrini, scudi di cavalieri, finché uno di essi, nella sua ultima trasformazione, è appeso come l’opera più importante di Tannhäuser in un museo moderno dedicato ad altre opere d’arte storicamente controverse.
Benché l’idea di Carsen sia del tutto originale, non toglie assolutamente nulla e non contrasta con la serietà del proposito di Wagner, e nemmeno toglie nulla alla bellezza della sua musica. Infatti, può finanche aiutare ad isolare Tannhäuser da certi cliché che ancora accompagnano l’opera riguardanti la sua natura incompiuta, portandone la discussione ad un ulteriore livello. Wagner stesso rimaneggiò il lavoro in diverse occasioni fino al punto di ammettere poco prima della sua morte di esserne debitore verso il mondo. Questa produzione è comunque visivamente molto bella. La scenografia imponente monolitica ma intercambiabile di Paul Steinberg si sposta nel primo atto dal Venusberg alla Wartburg nello spazio di un cambio luci e riesce a essere evocativa e  moderno allo stesso tempo.
Il cast è straordinario. Sophie Koch (Venus) e Nina Stemme (Elisabeth) nei panni dei due poli della femminilità, apportano entrambe un’immensa gamma di colori e toni ai loro ruoli. Sophie Koch apre col languore che segue il rapporto sessuale, ma quando rimprovera Tannhäuser per il desiderio di lasciare il Venusberg,  trasforma la sua voce in una vera e propria arma.
L’entrata di Nina Stemme attraverso il teatro con “Dich, teure Halle” è brillante. Arrivando come uno spettatore in ritardo, si muove da sinistra verso destra nel suo meraviglioso abito bianco. La sua voce si espande pienamente raggiungendo ogni angolo della Bastille, come raramente ci è capitato di ascoltare. La sua voce ha via via dipinto tutta la fragilità della difficile situazione psicologica  di Elisabeth fino alla sua sua aria conclusiva, cantata su un materasso adagiato sul palco cesellata con grande sensibilità musicale.
Il tenore inglese Christopher Ventris (Tannhäuser) è ammirevole nella complessità del proprio ruolo. Ventris ha  connotato il personaggio con tratti introversi, quasi misteriosi.  Segnaliamo la bellissima linea di canto del  suo duetto con la Stemme, che ha luogo su due rampe poste ad entrambi i lati del palco, sopra la buca dell’orchestra e, nel finale dell’opera, il lungo, quasi prolisso, racconto della mancata assoluzione da parte del Papa, condotto da Ventris in modo sempre elegante, controllato e toccante.
Il baritono francese Stéphane Degout (Wolfram von Eschenbach) è stato una piacevolissima scoperta e la sua aria, “O du, mein holder Abendstern”, una dimostrazione dell’arte del fraseggiare col rubato. Una vocalità morbida che scorre come oro colato. Anche se si tratta di un dettaglio trascurabile,  Carsen ha caratterizzato questo personaggio con il gesto di togliersi  gli occhiali ogni volta che si rapportava ad Elisabeth. Un’idea molto bella che dava un carattere di trasognata timidezza a Wolfram.
Il basso-baritono Christof Fischesser (il Langravio) canta con gran classe e una linea di canto elegantemente fraseggiata. Stanislas de Barbeyrac (Walther von der Vogelweide), Tomasz Konieczny (Biterolf), Eric Huchet (Heinrich der Schreiber) e Wojtek Smilek (Reinmar von Zweter) meritano tutti una menzione per il loro stile impeccabile. Laura Muller, il Pastorello, è stata un tocco d’aria fresca della Wartburg, dopo l’intenso scontro verbale tra Tannhäuser e Venere.
Le brillanti sonorità delle trombe, strategicamente poste  nelle zone alte della della sala hanno caratterizzato nel secondo atto, la grande marcia e  l’imponente  ingresso del Coro dell’Opéra, con l’apporto de la Maîtrise des Hauts-de-Seine e delle voci bianche. Il contributo musicale e teatrale di questi complessi al  successo di questa produzione è stato considerevole perchè Carsen ha gestito le masse con grande abilità: nella seconda scena del primo atto, quando il regista canadese pone i sette coristi al centro della scena, l’effetto della loro armonizzazione è trascinante o ancora quando fa ricorso al centro del palco  quando Tannhäuser viene respinto dopo la sua illecita rappresentazione della quintessenza dell’amore: i solisti e i coristi girano intorno a lui con aria minacciosa, quasi sull’orlo  della fossa dell’orchestra.
Il pubblico ha risposto con applausi scroscianti… anche se non è mancato qualche dissenso.  Le perplessità  sono ovviamente legate alla trasposizione ad opera di Carsen delle vicende di un cantore del XIV secolo in un museo moderno, forse quegli stessi parigini che, dimenticando che il Louvre è stato un continuo work-in-progress dall’XI secolo, inizialmente snobbarono la piramide di vetro di Pei del 1989 come anacronistica. Questa produzione è decisamente un” must” per gli amanti dell’opera che progettano di visitare Parigi quest’anno.
Foto Elisa Haberer – Opéra National de Paris


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