Maria nei ricordi di Walter Legge (quarta parte)

La Callas dava sempre il massimo con i grandi direttori. Adorava la disciplina, le piaceva lavorare con le persone che potessere tirare fuori il meglio da lei. Le cose più belle che ha fatto la ha fatte con grandi direttori: De Sabata, per esempio.
Penso che tra le sue registrazioni, quella che durerà per sempre sarà la Tosca con De Sabata; resterà uno dei documenti di ciò che può fare un grande direttore con tre solisti molto coscienziosi… fare la tosca assieme a De Sabata è stato davvero qualcosa di magico. Era la prima volta che lavoravo con lui, anche se lo conoscevo bene. Cominciò con quel tipo di atteggiamento da tiranno che io credevo scomparso, anche nei direttori. Arrivò alla Scala molto presto. Parlammo di tante cose, tranne che della Tosca, e cinque minuti prima che cominciasse la sessione domandò: “dov’è il presidente della sua compagnia italiana?” io gli risposi che non veniva alle sessioni   di registrazione. Lui mi disse di chiamarlo e di mandarlo da lui. Il presidente arrivò, era un francese piccoletto, e gli parlò in modo da farlo rabbrividire. Dopo questo incontro con De Sabata, venne verso di me, mi spinse da una parte, piangendo, e mi disse che nessuno gli aveva più parlato così dal suo primo giorno nell’esercito francese… Poi cominciò la registrazione e passarono tre giorni a sperimentare, e avevamo moltissime idee per rendere la Scala più adatta alla registrazione. Era la nostra prima registrazione in quel teatro e non c’era abbastanza risonanza. Così, decidemmo di coprire con il compensato tutti i palchi, cosa che fece diventare quasi pazzo il presidente della EMI. Ma non sapeva cosa ancora sarebbe successo. De Sabata ebbe un’idea che credo si dovrebbe adottare più spesso: volle che ogni musicista della sezione archi fosse posto su un piccolo podio, in modo da formare per ognuno di loro una specie di circolo di vibrazioni, rendendo il sound più vitale. Per fare questo gli italiani dovettero lavorare giorno e notte, perché a quei tempi la Scala avrebbe fatto qualsiasi cosa per De Sabata, ed ecco perché Tosca suona ancora così bene, anche oggi, a quasi vent’anni di distanza. D’altronde due uomini ossessionati dalla sonorità, io e De Sabata, si erano messi in testa che a qualunque costo, per noi e per i nostri collaboratori, avrebbero   fatto qualcosa di eccezionale.
Per quanto riguarda i rapporti tra la Callas e il Maestro, avevano già lavorato insieme nei Vespri Sicilianiquella fu l’unica volta in cui vidi un cantante avere la meglio su De Sabata. Alla prova generale, presenti i critici, De Sabata improvvisamente gridò: “Callas, guardami!” Lei si avvicinò alla ribalta, agitò leggermente l’indice e disse: “No, maestro:Lei guardi me. La sua vista è migliore della mia”
Un altro esempio della prontezza di spirito della Callas lo ebbi quando la portai ad un concerto sinfonico. Era Klempeper che dirigeva. Dopo la prima parte, nell’intervallo, scendemmo a parlare con lui. E Klempeper disse alla Callas: “ L’ho sentita due volte. Nella Norma, ottima, eccellente. E in Ifigenia, terribile”. La Callas sorrise. Klemperer disse: “Sono sicuro che il mio amico Legge si unirebbe a me nell’invitarla a fare un concerto con noi e l’orchestra a Londra. Cosa le piacerebbe cantare?” E la Callas, con il più dolce dei sorrisi, rispose: “Maestro, vorrei cantare le arie dell’Ifigenia”.
Tosca I 04Mi domando cosa avrebbe cantato se la sua carriera non si fosse interrotta… Penso che la sua preoccupazione per il bel canto la facesse concentrare troppo sul repertorio che va da Rosssini a Verdi, e Puccini. Non che abbia fatto molto anche di Puccini, a parte Tosca. Ha fatto la Butterfly a Chicago; non ricordo che abbia mai fatto la Bohéme. Ma un giorno le dissi : “Maria, dovresti fare qualcosa che sia alla tua altezza. Perché non fai qualcosa come Salomè. E’ una parte che ora ora che sei magra, e bellissima, potresti fare benissimo, stracciando tutte le altre. Perché dopo tutto, nessuno ha mai guadagnato tanto quanto te cantando così poca buona musica”.
Ho registrato con lei la prima volta nella Lucia a Firenze. Nel 1952…Ho fatto tutte le sue opere, ad eccezione della Cavalleria, per una registrazione che non è importante, l’ultima Tosca e la Carmen…Beecham voleva che facesse la Carmen con lui. Mi telefonò e disse: “so che sei in buoni rapporti con   questa cantante, credi che potresti persuaderla a fare la Carmen con me?” Io risposi: “Onestamente, non credo che vorrà. Ha sempre giurato che non l’avrebbe mai fatto. Non vuole essere identificata come mezzosoprano”. Comunque ci provai ma lei rifiutò, e lui prese un’altra cantante.
Come ho già    detto, la registrazione più bella è stata con De Sabata… Fare una seconda Tosca è stato quasi blasfemo. E’ stata una pazzia. Ma dopo che lasciai la EMI la compagnia decise che ne voleva un’altra versione. Penso però che nessun’altra potrà competere con la prima.E’ uno di quei miracoli che succedono una volta sola… Se dovessi fare un viaggio sulla luna e potessi portarmi dietro una delle sue incisioni, porterei la Tosca di De Sabata…(fine)
Nella gallery, alcuni momenti delle sedute di registrazioni di Tosca (1953), Gioconda (1959) e Lucia di Lammermoor (1959)

 

 

 

 

 

 

 

 

One Comment

  1. Giorgio Bagnoli

    Ecco un commento da parte del sig.Lomi
    Vorrei far notare al signor Walter Legge, che Maria Callas ha cantato in teatro diretta da Victor De Sabata, soltanto due opere in tutta la sua carriera. I Vespri Siciliani nel 1951 e il Macbeth nel 1952. Poi rivide il maestro per l’ incisione in studio di Tosca, avvenuta nel teatro alla Scala usato come sla di registrazione, senza pubblico e con particolari strumenti aggiunti da De sabata come le campane e i veri spari alla fucilazione.
    Maria Callas non era affatto il tipo di cantante che amasse “farsi tirar fuori il meglio dai direttori” e storceva il naso ogni volta che un direttore di prima grandezza (Shippers, Karajan, Bernestain) dovevano dirigerla. Era seria e disciplinata, ma era prepotente e alla fine era lei che voleva ottenere una direzione adatta alla sua voce e ai suoi tempi. Adorava Tullio serafin, (direttore di garanzia) che diresse oltre il 65% delle sue opere. Poi amava Nicola Rescigno che è stato il secondo a dirigerla in numero di opere. Ovviamente olttre a loro ci sono stati Votto, Sanzogno, Franco Ghione, Guido Picco, Argeo Quadri e tanti altri di qualità notevolmente inferiore a De Sabata. I grandi maestri che si avvicinano al suo calibro e che l’ hanno diretta sono stati pochi e cioè Bernstein alla Scala in Medea nel 53 e 54, Karajan alla Scala e a Vienna in Lucia nel 1953/54, Thomas Schippers a Milano in Medea nel 1961/62, quando ormai la voce era già seriamente danneggiata.
    Non era facile dirigere un’ opera con la Maria. Ero molto amico di Rescigno (morto da pochi anni) che raccontava episodi, se si vuole anche divertenti, della Maria, cieca come una talpa che non voleva usare gli occhiali e voleva interferire con la regia , con la direzione, con tutto e sbagliava i personaggi ai quali si rivolgeva. Aveva un carattere terribile. La dolcezza non sapeva neppure dove sta di casa e quando sembrava dolce è perchè era distratta e quel che le accadeva intorno non le interessava. Aveva un grosso temperamento. Mutevole e suscettibile non concedeva più di tanto e amava tener sempre testa a tutto e tutti. Era se stessa nei pochi momenti di relax. Io l’ accompagnai una volta dalla sua casa alla Malpensa. Partiva per l’ America ed era ancora la signora Meneghini. Parlava un italiano mezzo veneto, ma era simpatica. Durante il viaggio sulla strada a corsie elternate come usava allora, dava la sua attenzione alle piccole cose. Al caffè preso sull’ autostrada. Al cagnolino che doveva far pipì. Insomma era una donna normale. Ma appena si svegliava il “personaggio” si trasformava. Non aveva una bella voce, quella che aveva era un miracolo ed ha trasformato per sempre l’ opera lirica. Era passionale, come tutti sanno, ed ha pagato con la vita quel suo amore smodato e sbagliato e quella sua esigenza di magrezza che le dette una grande allure ma che fu la causa prima della sua decadenza vocale. La rimpiango, come tutti noi, e sono contento di aver vissuto gli anni della sua carriera dal 56 al 64, quando abitavo a Milano.
    Giampaolo Lomi

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