Verona, Teatro Filarmonico:”Rigoletto”

Verona, Teatro Filarmonico – Stagione Lirica 2010/ 2011
“RIGOLETTO”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Rigoletto ALBERTO GAZALE
Gilda STEFANIA BONFADELLI
Il Duca di Mantova ISMAEL JORDI
Sparafucile LUIZ-OTTAVIO FARIA
Maddalena ASUDE KARAYAVUZ
Il Conte di Monterone GIANFRANCO MONTRESOR
Giovanna MILENA JOSIPOVIC
Marullo MARCO CAMASTRA
Borsa RAOUL D’ERAMO
Il conte di Ceprano VICTOR GARCIA SIERRA
La Contessa di Ceprano ELISA FORTUNATI
Il paggio della duchessa BIANCA TOGNOCCHI
Un usciere di Corte VALENTINO PERERA
Coro e Orchestra dell’Arena di Verona
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Andrea Cristofolini
Regia e movimenti coreografici Arnaud Bernard
ripresa da Stefano Trespidi
Scene Alessandro Camera
Costumi Katia Duflot
Nuovo allestimento in coproduzione con l’Opera di Losanna, Opera di Marsiglia, Opera Teatro di Avignone e dei Paesi di Vaucluse e del Sindacato Misto dell’Opera di Angers e Nantes e dell’Accademia Filarmonica di Verona
Verona, 19 novembre 2011

Ultimo spettacolo della  stagione 2010/2011 della Fondazione Arena al Teatro Filarmonico, questa nuova produzione del Rigoletto firmata Arnaud Bernard che ha proposto una visione sostanzialmente tradizionale del capolavoro verdiano, collocato in un contenitore scenico firmato da Alessandro Camera che raffigura una stanza suddivisa in due piani. Nella parte bassa troviamo un ambiente ligneo all’interno del quale si svolge l’azione principale, mentre la parte alta è soppalcata come una libreria grigia. E’ una struttura imponente e pertanto rimane tale e quale, generando un senso di cupa claustrofobia che accompagna tutto lo spettacolo. L’azione scenica si svolge, dunque, tutta al centro della scena, dove si susseguono atto per atto un tempietto aprile, che raffigura la casa di Rigoletto, un modellino di città perfetta, che sembra preso dallo sposalizio della Vergine del Raffaello, e un barcone nell’atto terzo. Una scelta estetica francamente poco chiara, così come oscura è parsa la pioggia di pagine durante la tempesta dell’atto terzo, a supporto di una regia che, come già detto, in sostanza si muove su una linea di tradizione.  Di bella linea i costumi di Katia Duflot, anche se stilisticamente collocabili in un’epoca precisa: si  oscilla tra il Rinascimento e il XVII secolo. In questo contesto scenico, per altro poco gestibile, per non dire angusto, e illuminato piuttosto male,  agiscono i personaggi seguendo canoni che potremmo definire tradizionali: il che, tutto sommato, non guasta, se non fosse per lo spazio scenico che non crea nessuna atmosfera, né tantomeno emozioni.
Sul piano musicale, Andrea Battistoni, pur con qualche momento di sfasamento con la scena, riesce a tenere una certa tensione drammatica e ad esprimere le passioni contrastanti e il senso di tragedia che pervade la partitura. Una cosa va però detta:  deve essere stato troppo accondiscendente nei confronti di una compagnia di canto piuttosto disomogenea, verso la quale poteva imporre delle scelte musicali più rigorose. E veniamo appunto al cast vocale, che ha  lasciato un po’ l’amaro in bocca. A partire dal protagonista: Alberto Gazale non è certo un baritono che ha cantato con parsimonia, anzi… Il risultato è uno strumento ben poco controllato: affaticato nel canto legato e a mezzavoce con suoni fissi e con una intonazione approssimativa (vedi pressochè tutto il duetto con Gilda dell’atto primo). Solo nel canto di maggior impeto Gazale riesce a ritrovare una certa autorevolezza, purtroppo però l’espressione cede troppo a un gusto “verista”. Stefania Bonfadelli cantava per la prima volta al Teatro Filarmonico di Verona, benchè veronese. Vi è arrivata però in un momento piuttosto delicato.  In questo momento della sua carriera, benchè lo strumento si mostri sostanzialmente sano, e la interprete sia accurata nell’espressione e nella cura del fraseggio, evidenzia un blocco nelle note più acute del pentagramma. In parole povere, essere una Gilda, o meglio cantare questo ruolo secondo “tradizione” le è precluso. Se ha accuratamente evitato  la cadenza del “Caro nome”, si è purtroppo infelicemente gettata allo sbaraglio nel Mi bemolle alla fine del secondo atto. Peccato!… L’attendiamo in una condizione migliore.
Di Ismael Jordi abbiamo avuto modo di parlare con una certa frequenza, evidenziando pregi e limiti. Il tenore spagnolo è dotato di uno strumento timbricamente non gradevolissimo, ma usato con grande musicalità e intelligenza. Da il meglio di sè nei momenti più lirici e intimi, ad esempio il “Parmi veder le lacrime”, risolto con gusto e un bell’uso del canto a “fior di labbra”. Gli manca il vero slancio passionale e soprattutto quel tocco di volgarità, che dovrebbe caratterizzare il Duca che, sappiamo essere un personaggio negativo. Luiz-Ottavio Faria è stato uno Sparafucile dalla voce molto gradevole per la sua pastosità e, soprattutto ha cantato senza “gigionare”. Al suo fianco, Asude Karayavuz non è una certo una Maddalena ideale. Lo strumento non ha un gran corpo e, nel celebre quartetto del terzo atto, fa un po’ fatica ad emergere. Ha comunque il pregio di non forzare la voce e di rimanere sempre in una linea di canto controllata e di gusto. Gianfranco Montresor non è quel che si definirebbe un Monterone tonante ma, anche per lui va il merito di non avere forzato la sua natura vocale. Marco Camastra ha tratteggiato un Marullo vivace, così come le altre parti di fianco sono state ben delineate da  Milena Josipovic (Giovanna), Raoul d’Eramo (Borsa), Victor Garcia Sierra (Ceprano), Elisa Fortunati (Contessa), Bianca Tognocchi (il paggio), Valentino Perera (un usciere). Prova positiva per l’orchestra e il coro areniano, diretto da Andrea Cristofolini. Teatro gremito e pubblico caloroso. Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona

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