Bologna, Teatro Comunale: “Turandot”

Bologna, Teatro Comunale, Stagione Lirica 2011/2012
“TURANDOT”
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri. Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni dalla fiaba teatrale di Carlo Gozzi
Musica di Giacomo Puccini
Turandot TAMARA MANCINI
Calaf  YONGHOON LEE
Liù KARAH SON
Timur ALESSANDRO GUERZONI
Ping MARCELLO ROSIELLO
Pong STEFANO PISANI
Pang MARIO ALVES
Altoum STEFANO CONSOLINI
Un Mandarino NICOLÒ CERIANI
Il principe di Persia ANDREA TABOGA
Ancelle SILVIA CALZAVARA / ROSA GUARRACINO
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Coro di Voci Bianche del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Fabio Mastrangelo
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Preparatore Coro Voci Bianche Alhambra Superchi
Regia Roberto De Simone
Scene Nicola Rubertelli
Costumi Odette Nicoletti
Luci Daniele Naldi
Allestimento Fondazione Petruzzelli di Bari
Bologna, 22 gennaio 2012

Resta pur sempre vero e imprescindibile che uno spettacolo vada giudicato esclusivamente in teatro, ma ci aveva destato un po’ di sorpresa e, perché no, perplessità il proposito espresso da parte del Teatro Comunale di Bologna di voler inaugurare la propria stagione lirica con il discusso allestimento di Turandot a firma Mariusz Treliński proveniente da Varsavia (considerati poi gli esiti piuttosto deludenti dell’inaugurazione della stagione trascorsa col Tannhäuser curato da Guy Montavon). Problemi legati a noleggio e trasporto hanno fatto optare per altro: la scelta è caduta sulla Turandot di Roberto De Simone che sulla scena del Teatro Petruzzelli di Bari vide protagonisti Martina Serafin e Fabio Armiliato. Un allestimento complessivamente gradevole, godibile e funzionale benché non privo di momenti ripetitivi e prevedibili, in cui grandeur diventa sinonimo di staticità (troppe comparse e alcune scene pantomimiche finiscono inevitabilmente per rallentare il ritmo narrativo). Visivamente, l’aspetto peculiare dell’allestimento rimane il richiamo allo sfarzo dei dinasti orientali: il coro, vestito come il celebre “esercito di terracotta” dell’imperatore Qin Shi Huang, è posto quasi a guardia dell’imponente scena ideata da Nicola Rubertelli che riproduce una scalinata alla cui sommità faranno il loro ingresso Turandot e l’imperatore Altoum successivamente. Quadri secondari vengono ricavati dal calare di un velario, dietro o davanti al quale viene ambientata la scena: così il padiglione dei tre dignitari, lontano dal fasto della corte imperiale, è ambientato al proscenio restituendo ottimamente l’immediatezza, il brio e al contempo la malinconia del numero. Dietro il velo invece, simili ad apparizioni oniriche, trovano la loro collocazione scene solo accennate, come la morte dei pretendenti di Turandot, e di sapore magico e fiabesco come l’apparizione delle ancelle della principessa di gelo. In tutto ciò, fondamentali si rivelano le luci di Daniele Naldi ora sfacciate nel rosso della morte ora sfumate nelle tonalità pastello del sogno. Bellissimi i costumi creati da Odette Nicoletti: sfarzosi negli sbalzi cromatici e impressionanti per cura nel dettaglio, soprattutto per quanto riguarda quelli del coro. Come per le recite baresi, anche in quest’occasione la rappresentazione si è conclusa con le poche battute che seguono la morte di Liù: Roberto De Simone, autore di un finale del capolavoro incompiuto di Puccini, non ha potuto proporre il proprio lavoro a causa di problemi legati al diritto d’autore.
Alta e dalla figura imponente, la Turandot di Tamara Mancini farebbe subito sperare il meglio… invece… Il giovane soprano americano, vincitrice di alcuni importanti e prestigiosi concorsi, gode di una voce lirica, con un centro sonoro e abbastanza corposo, con tutta probabilità più adatta a dar vita a Liù. La zona acuta è invece completamente slegata dal resto, suonando secca e spinta. Il problema principale quindi non starebbe in una “visione lirica” dell’algida principessa, ma in una questione puramente tecnica. La deuteragonista, la schiava Liù qui interpretata da Karah Son, presenta il problema opposto: una voce dal centro di consistenza limitata che acquista maggior corpo in zona acuta. Paradossalmente, nonostante venga spintonata da una parte all’altra della scena, portata a braccio e issata da mimi a mo’ di diva del burlesque, le riesce meglio la seconda aria grazie ad un’emissione più a fuoco e centrata. Dal punto di vista attoriale è perfetta: minuta e timidissima si muove con piccoli gesti e fare molto garbato. Yonghoon Lee, nei panni del principe Calaf, conosce come unica dinamica il forte offrendo una prestazione monocorde e avara di accenti: come prevedibile, punta costantemente sul registro medio, anche a scapito della dizione (le “o” suonano come “e”) a tratti davvero incomprensibile. Delle maschere emerge il Ping di Marcello Rosiello, mentre apprezzabili sono il Pong Stefano Pisani e il Pang di Mario Alves. Corretto e nulla più il Timur di Alessandro Guerzoni. Fabio Mastrangelo, a capo di un’Orchestra particolarmente fiacca, fa spesso coincidere teatralità con frastuono e lirismo con lassezza, mancando così di una visione unitaria dell’opera. Buono l’apporto del Coro e del Coro di Voci Bianche del Teatro Comunale di Bologna. Teatro pressoché esaurito e caloroso successo per tutti con qualche contestazione isolata nei confronti del direttore.

Foto Rocco Casaluci.

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