Bologna, Teatro Comunale:”La Traviata”

Bologna, Teatro Comunale, Stagione Lirica 2011/12
“LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti. Libretto di Francesco Maria Piave.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry YOLANDA AUYANET
Alfredo Germont JAVIER TOME’ FERNANDEZ
Giorgio Germont STEFANO  ANTONUCCI
Flora Bervoix GIUSEPPINA BRIDELLI
Annina ROBERTA POZZER
Gastone de Letorieres VLADIMIR REUTOV
Barone Douphol MATTIA OLIVIERI
Marchese d’Obigny CHRISTIAN FARAVELLI
Dr.Grenvil MASAHI MORI
Giuseppe LUCA VISANI
Un commissionario SANDRO PUCCI
Domestico di Flora MARCO DANIELI
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Michele Mariotti
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regia Alfonso Antoniozzi
Scene Paolo Giacchero
Costumi Claudia Pernigotti
Luci Andrea Oliva
Allestimento del Teatro Comunale di Bologna 2010
Bologna, 22 febbraio 2012

Se anche non fosse un grande baritono, e se anche se non si fosse mai dedicato all’opera, Alfonso Antoniozzi sarebbe sempre stato un grande uomo di teatro per natura e il suo debutto alla regia non ha stupito nessuno tra coloro che lo conoscono. La sua valorizzazione come regista va comunque ascritta ai (non molti) meriti della passata gestione del Comunale di Bologna, che gli ha affidato un interessante Don Pasquale molto low-budget nel 2008 e nel 2010 questa Traviata con Mariella Devia, che quest’anno viene ripresa con Yolanda Auyanet.
Bisogna chiarire innanzitutto che Antoniozzi ha il bagaglio culturale per capire il libretto e naturalmente la musica di un’opera. Parrebbe un’ovvietà ma forse gli spettatori più ingenui non sanno che la maggior parte dei registi d’opera non sanno leggere la musica e nemmeno distinguere un settenario da un ottonario. Spesso i cantanti possono reputarsi fortunati quando il regista si è almeno dato la pena di capire la trama dell’opera. Con Antoniozzi siamo su un altro piano: tante piccole accortezze di cui è impossibile dare conto in una recensione dimostrano che la drammaturgia musicale di Verdi è stata compresa profondamente e che l’attenzione principale è sempre sull’attore, sul canto e sulla psicologia dei personaggi (non, ad esempio, su macchinari costosi, colonne corinzie, geometrie astratte…). Nel dettaglio, questa Traviata è quindi sempre perfettamente fruibile. Pur tuttavia, nella concezione generale non posso fare a meno di rilevare diverse incoerenze che non rendono questo spettacolo pienamente riuscito.
Ad un primo livello bisognerà interrogarsi sulla trasposizione della vicenda agli anni ’60 della “dolce vita”. Pensata da Dumas figlio e da Verdi per essere assolutamente attuale, per motivi di censura, dal momento che l’abito contemporaneo era giudicato troppo scandaloso, La traviata è nata già dalla prima del 1853 in una “trasposizione” in abiti settecenteschi (secolo di disdicevoli volterriani nemici del santissimo governo), tradizione sopravvissuta fino a Novecento inoltrato. A livello di possibilità, questa vicenda sarebbe potuta accadere nel 1753 come nel 1853, come anche nel 2012 (magari pensando non ad una Violetta escort, che rischierebbe di finire in parlamento, ma piuttosto ad una Violetta transessuale). Ma questa vicenda ci dice molto sui valori fondanti della borghesia ottocentesca, che determinano l’azione. E che cosa ci dice invece degli anni ’60 del Novecento, che agli occhi di noi posteri sono anni di grande cambiamento sociale anche per la condizione femminile? Non molto. Posto che l’amore ha sempre reso ciechi uomini e donne, una Violetta che incarnasse gli anni ’60 avrebbe almeno dovuto avere un’amica femminista che provasse a farle capire che i Germont, padre e figlio, sono una tipica espressione del maschio oppressore, forse in grado di adorare ma non di comprendere la donna. Fortunatamente non c’è spazio per simili considerazioni in quest’opera. La trasposizione è plausibile, ma fine a sé stessa. (Senza contare che negli anni ’60 non si sarebbe suonato un valzer a casa di Violetta, ma un disco di Adriano Celentano, il che avrebbe causato non pochi problemi al duetto del primo atto…).
Anche in assenza di Celentano, il primo atto, impostato su un tono (neo)realista e cinematografico, è senz’altro il migliore di questo allestimento: il coro si muove in maniera naturale e divertente e l’idea di una festa nel giardino interno di una villa urbana (razionalista) è infinitamente poetica perché ci permette di situare la scoperta dell’amore, come descritto dal libretto, sotto il cielo stellato di una notte che sta per finire e che infine cede ad una stanca aurora che porta con sé amare riflessioni (“Ah, forse è lui… Sempre libera”). Purtroppo le luci di Andrea Oliva non sono all’altezza del difficile compito: le stelle brillano in un modo decisamente isterico e il chiarore dell’alba è proprio finto.
Lo stile si mantiene realista e dimesso fino alla fine del primo quadro del secondo atto, quando Violetta viene avvolta da una strana luce bianca santificante durante il famoso “Amami, Alfredo!”. Antoniozzi rompe allora il patto mantenuto fin lì con gli spettatori per concedersi alcune “idee registiche”. La festa a casa di Flora è stranamente immobile e un tantino didascalica (Violetta è costantemente in un altro spazio e con altre luci rispetto agli altri personaggi). Il coro delle zingarelle, una di quelle occasioni nella quale il regista potrebbe forse concedere qualcosa allo spettacolo o magari – meglio – raccontare qualcosa di rilevante per la sua interpretazione del dramma, è risolto come uno statico recital corale. Gli spettatori del 22 febbraio hanno potuto però godere di un surreale momento Lynch quando il proiettore portato in scena per commentare la narrazione dei mattadori (con un filmato che occhieggiava a “Sangue e arena”, mi hanno detto) non ha dato nessun segno di vita, lasciando il coro a fissare un muro bianco.
Ma è stato l’ultimo atto a destare maggiori perplessità. Secondo Antoniozzi i due Germont non giungono al capezzale di Violetta se non quando è già spirata e quello che si vede e si sente nell’ultimo atto è solo una fantasia autoconsolatoria della tapina, che in realtà muore sola (e senza un letto). Questo sa chi ha speso 14 euro per comprare il programma di sala e ha letto le “note di regia”. Gli altri si saranno chiesti come mai nessuno sembra far caso al cadavere di un sosia della protagonista sdraiato sul pavimento. Si direbbe piuttosto che “quella vera” è quella che canta mentre “il cadavere” potrebbe essere, non so, una parte di lei che è morta (la speranza? la pazienza?). Nessuno indovinerebbe mai che quello che si vede, così cupo e squallido, sia una visione consolatoria. Se illusoria consolazione doveva essere, allora ci sarebbero voluti rose e fiori, luci soffuse e volemose bene, magari in grottesco contrasto con la violenta realtà dei fatti. Sarebbe stata un’idea (anche se non l’idea espressa dalla musica di Verdi). Il terzo atto di questo allestimento, invece, è solo confuso. In realtà, rimosso l’ingombro concettuale della figurante sul pavimento, si tratta di un tradizionalissimo buon terzo atto di Traviata. Peraltro, come pensata da Dumas, Piave e Verdi, quest’ultima visita dei Germont, che hanno calcolato con impeccabile precisione il momento del peggioramento fatale per mostrarsi pentiti e contriti senza rischiare sgradevoli discussioni circa un matrimonio impossibile, a me pare molto più terribile di qualsiasi morte in solitudine.
Nel ruolo di Alfredo l’indisposto Giuseppe Gipali è stato sostituito per questa prima dal secondo cast, lo spagnolo Javier Tomé Fernandez. La voce è bella e sonora, ma la tecnica è carente. In sostanza, come molti cantanti di oggi, non è in grado di cantare piano sopra al passaggio e, volendo preservare giustamente un suono timbrato, è costretto ad esempio a spezzare la linea di “Parigi, o cara”, cominciato con un bellissimo piano, con improvvisi passaggio al fortissimo quando la melodia sale. Un po’ il contrario del suo padre di scena, Stefano Antonucci, baritono dalla voce non proprio torrenziale, ma dall’ottima dizione, che cerca di rispettare il dettaglio della scrittura verdiana con tante mezze voci e tantissime belle idee musicali, cui non sempre l’organo vocale si dimostra all’altezza. Ho provato più ammirazione intellettuale che piacere fisico nell’ascolto di questo artista e non ho avuto grandi rimpianti per il taglio tradizionale della cabaletta “No, non udrai rimproveri”.
Superlativa la prova del coro preparato da Lorenzo Fratini e molto buoni i comprimari, provenienti dal coro o dalla defunta “Scuola dell’Opera” (ma bisogna notare che Gastone – bella voce, per il resto – si è dimenticato di comunicare il risultato della partita a carte nel II atto). Michele Mariotti ha diretto un’orchestra in forma smagliante con grande poesia, alternando con sensibilità rubato e rigore ritmico, permettendosi qualche interessante sottolineatura senza perdere mai di vista il sostegno al canto.  Grande trionfatrice della serata è stata Yolanda Auyanet, anche in assenza di quel Mi bemolle sovracuto di tradizione alla fine del primo atto, considerato da alcuni ornamento essenziale al personaggio. Dizione dolce e chiara, voce morbida, simpatica, duttile nelle agilità e disponibile ai luminosi pianissimi di “Alfredo, Alfredo…” (concertato II atto) o dell’“Addio del passato” così come alle aperture di “Amami, Alfredo”, sonora e timbrata in tutta la sua gamma fino ad una sensuale voce di petto… A ciò si aggiunga una bella presenza (non molto valorizzata dai costumi di Claudia Pernigotti, belli ma purtroppo non molto generosi con la protagonista) e si potrà ben concludere che la Auyanet è semplicemente una Violetta da sogno.  Pubblico entusiasta. P.V.Montanari