Intervista a Franco Ripa Di Meana: un regista oltre-la-lirica.

Diversi ed inusuali soggetti per identici ruoli: un motivo bastevole ad apprezzare la Lou Salomè del Teatro La Fenice di Venezia, l’opera in due atti di Giuseppe Sinopoli su libretto di Karl Dietrich Gräwe. Agli studenti della Facoltà di Design e Arti IUAV ne sono state affidate la regia, le scene, i costumi, le luci e le proiezioni, ad esperti e noti registi è stato riservato il compito di tutors, ad una betulla quello di rappresentare il centro dell’azione, il pubblico per la prima volta si è trovato ad applaudire in cerchio invece che in file ordinate, e l’orchestra a suonare sul palco invece che in buca. D’altra parte è ormai chiaro a tutti che l’evoluzione della lirica, da quel modo di ascoltarla in modo “classico” che a volte sa di ammuffito, avanza lentamente dall’interno dei teatri verso l’esterno appropriandosi di spazi nuovi, oppure, ancora più arditamente, si muove all’interno del teatro stesso. Non è facile essere originali rispettando l’ “originalità” dell’opera stessa, ma se ci si riesce, è come scrivere una pagina di storia della musica.
E di pagine scritte ne compaiono tante sul pavimento della Fenice nel nuovo allestimento della Lou Salomè, per il quale ha lavorato come tutor il regista Franco Ripa di Meana, che ha fondato la compagnia “Operaoggi” (www.operaoggi.it) proprio per portare l’opera lirica in luoghi normalmente esclusi da questa forma d’arte. Ci siamo divertiti a scoprire qualcosa di più riguardo al suo modo di essere regista contemporaneo e, ancor più, un regista coraggioso.
Librettista, regista, scenografo? In quale pelle si sente meglio?
Non ho mai fatto direttamente lo scenografo. Credo che la scrittura e la regia siano due aspetti dello stesso lavoro: nelle mie regie cerco sempre di individuare i punti di forza della drammaturgia, nei libretti immagino allo stesso tempo una regia.
Dopo Giovanni Falcone, quale “dedica” da regista le piacerebbe realizzare?
Stiamo abbozzando con Nicola Sani i primi passi di un’opera sugli anni ’70, che avrà come traccia lo splendido libro di Mario Calabresi “Spingendo la notte più in là”.
Nel suo mestiere, in percentuale, quanto aiuta il talento e quanto l’aver avuto dei bravi maestri?
Non credo veramente al talento, mi sembra più importante il lavoro e l’intensità della concentrazione; stesso discorso per i maestri: è più importante cercare di svolgere bene il proprio ruolo (anche piccolo) in situazioni difficili di alto livello che non aspettare di assorbire chissà quale ‘insegnamento’. Non sono sicuro, infatti, che nel teatro esista veramente l’insegnamento o la trasmissione, ma solo la partecipazione. Non credo alle teorie teatrali.
Il vantaggio e lo svantaggio di lavorare con giovani studenti?
Dovrebbe chiederlo a loro!
Dal suo curriculum risulta che lei non è avvezzo a lavorare con un team fisso (regia – scene – costumi): per scelta o per caso?
Entrambi.
Il palcoscenico dei suoi sogni, fuori dal teatro?
Sicuramente uno spazio che accolga assieme il pubblico e l’azione scenica.
Il maggior punto di forza e di debolezza del Teatro La Fenice di Venezia?
La coesione che c’è nel teatro, il senso di appartenenza e di orgoglio: La debolezza potrebbe venire dalla resistenza della struttura ai cambiamenti che sicuramente dovranno esserci alla Fenice, come in tutti gli altri teatri, riguardo l’organizzazione e i carichi di lavoro.
Parliamo della sua “Lou Salomè”…  Il Teatro La Fenice,  dopo L’Intolleranza e Lou Salomè, quale altro gioiello di lirismo quasi dimenticato potrebbe rilanciare?
Girerei la domanda al direttore artistico, Fortunato Ortombina, che ha avuto la lungimiranza di scegliere questi due titoli e il coraggio di metterli in una posizione di grande importanza nella stagione. Personalmente, un compositore che in questo periodo mi interessa molto è Ernst Krenek.
La musica contemporanea di Giuseppe Sinopoli, destrutturata e alquanto complessa, ha fornito alla regia spunti di creatività o difficoltà di sintesi scenica? La difficoltà dell’allestimento è stata soprattutto quella di costruire una possibilità di comunicazione per una drammaturgia musicalmente ipertrofica ma teatralmente inerte: il rischio era quello di un azzeramento della comunicazione con il pubblico. Proporrei quindi per il termine “sfida” per definire il lavoro sull’opera!
Perché “Lou Salomè” ha dovuto scontare 30 anni di oblio, dopo la prima rappresentazione di Monaco, prima di essere nuovamente “liberata”?
Quando è andata in scena era ancora forte il dogmatismo radicale dell’avanguardia; Sinopoli d’altronde non è mai stato un “neoromantico”, e da questa doppia negazione discendeva che l’opera non poteva essere adottata da nessuno. L’allestimento scenico l’appesantiva molto e soprattutto la durata, che a Monaco era semplicemente eccessiva, ma qui a Venezia abbiamo contenuto.
Cosa lega Sinopoli alla sua eroina?
Direi che più che a Lou Salomè, Sinopoli è stato tutta la vita legato ai temi che la scrittrice ha toccato, a quel periodo della storia della cultura di area austro-tedesca di passaggio tra ‘800 e ‘900, alla quale Sinopoli ha dedicato tutta la sua vita di musicista e molta della sua vita di intellettuale.
Come second chance rispetto all’albero di betulle, cosa avrebbe messo al centro della platea quale simbolo scenico di questo nuovo allestimento?
Non abbiamo avuto alternative, il simbolo dell’albero è venuto dal lavoro con margherita Palli, e ci è subito sembrato significativo.
E’ stata criticata la scelta di far apparire un sosia di Sinopoli durante il bel coro finale: il protagonista dell’Opera si manifesta già chiaramente con la sua musica. Si è pentito?
Assolutamente no, le critiche mi sono sembrate pretestuose; era un omaggio discreto, non aveva nulla della provocazione e dell’oltraggio, era anzi affettuoso e in questo senso è stato letto da molti spettatori che a Sino poli erano stati vicini, Tra l’altro l’immagine di Giuseppe Sinopoli che ritrova finalmente la strada della Fenice, dopo essersi smarrito nella notte veneziana (come nel suo saggio “Parsifal a Venezia”), è stata per me uno dei motivi che hanno dato vita a tutto l’allestimento.
Se fosse ancora vivo, cosa vorrebbe chiedere al Maestro Sinopoli?
Non altro rispetto a quello che ho cercato di chiedere con l’analisi e lo studio alla sua musica e alla sue scelte drammaturgiche.
Altre notizie su Franco Ripa Di Meana le trovate nel suo sito ufficiale

One Comment

  1. Valerio Bruzzone

    Mah! Preferisco il sapore ammuffito, piuttosto che la Tosca vista pochi anni fa a Caracalla, con regia del sig. di Meana.
    e poi, scusate, cosa significa “andare oltre la lirica”?
    Far arrivare Angelotti dalla platea? Un deja-vu che non dice gran che. Trasformare Scarpia in un alto prelato? Io sono un mangiapreti, ma il potere papalino può essere evocato in modi migliori. Frotte di preti che si spostano rumorosamente?
    Tosca con uno strano aggeggio in testa che la faceva assomigliare a Minnie? (la fidanzata di Topolino, non la fanciulla del West). E via di seguito …. modernizzando!
    Arridatece Visconti!

Lascia un commento