“Boris Godunov” al Teatro Massimo di Palermo

Palermo, Teatro Massimo, stagione lirica 2012
“BORIS GODUNOV”
Dramma musicale popolare in un prologo e quattro atti. Libretto di Modest Musorgskij dalla omonima tragedia di Aleksandr Puškin e dalla Storia dello Stato russo di Nikolaj Karamzin.
Seconda versione originale (1872)
Musica di Modest Musorgskij
Boris Godunov FERRUCCIO FURLANETTO
Fëdor LUCIA CIRILLO
Ksenija ANNA KRAYNIKOVA
La nutrice di Ksenija KREMENA DILCHEVA
Vasilij Ivanovic Šujskij JAN VACIK
Andrej Šcelkalov / Rangoni IGOR GOLAVATENKO
L’Impostore sotto il nome di Grigorij (il falso Dimitrij) MIKHAIL GUBSKY
Marina Mnišek ANNA VICTOROVA
Varlaam FËDOR KUZNETSOV
Misail PABLO ORTEZ ROMERO
L’ostessa CHIARA FRACASSO
Il Folle in Cristo (L’Innocente) DMITRY VOROPAEV
Nikitič ALEXEY YAKIMOV
Mitjucha GIANFRANCO GIORDANO
Un boiardo di corte / Il boiardo Chrušcëv SAVERIO BAMBI
Lavickij ALESSANDRO CALAMAI
Cernikovskij CARLO DI CRISTOFARO
Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Coro di voci bianche del Teatro Massimo
Cario Radiofonico di Cracovia
Direttore George Pehlivanian
Maestro del Coro Andrea Faidutti
Maestro del Coro di voci bianche Salvatore Punturo
Regia, scene, costumi e luci Hugo De Ana
Coreografia Lino Privitera
Regista assistente Nicola Zorzi
Collaboratore alle luci Jacopo Pantani
Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro Municipal de Santiago
Palermo, 23 marzo 2012

Uno spettacolo sontuoso, popolato da personaggi che si protendono verso l’alto: non potremmo trovare definizione migliore per questo allestimento del Boris Godunov, capolavoro di Musorgskij che a Palermo mancava da 25 anni e in particolare al Teatro Massimo dal gennaio del 1964. Anelavano al cielo le braccia del popolo russo, alla spasmodica ricerca di un Dio ancor prima che di un sovrano, come quelle dell’ambizioso Grigorij, nella veemente smania di potere, fino a Boris, consumato da un’ansia che lo portava ad innalzarsi di continuo, per poi ricadere senza forza. Gli elementi scenografici concorrevano a riflettere questa tensione verticale, che ritrovavamo nella gestualità ampia del direttore d’orchestra, George Pehlivanian. E vogliamo partire proprio da qui, dalla concertazione attenta del direttore che si è avvalsa della valida collaborazione dei professori d’orchestra – ancora in protesta contro la direzione artistica – e di una partitura che riesce a incantare ad ogni passaggio. Rapisce dunque l’opera di Musorgskij, qui presentata nella seconda versione del 1872 ed esaltata da Pehlivanian, il cui corpo palpitava con l’orchestra, espandendosi in movimenti di intensa vibrazione, simili a quelli che mesi fa avevamo ravvisato nello stile di Valery Gergiev (senza dubbio il principale artefice della riscoperta delle versioni originali del Boris). Nel quadro di una lettura accurata dispiacciono dunque certe leggerezze, come i tagli di alcune parti dell’opera (del tutto fuori luogo “l’ululato” di Rangoni che sostituiva la frase finale del III atto) e l’inopportuna presenza di cupi rintocchi durante i cambi a scena aperta.
Ormai una garanzia l’apporto registico di Hugo de Ana che per questa nuova produzione del Teatro Massimo – in collaborazione con il Teatro Municipal di Santiago – ha anche firmato le scenografie, i costumi e le luci. Un artista al quale siamo particolarmente affezionati e di cui ricordiamo il raffinato allestimento di Senso, agli inizi del 2011, ma soprattutto il meraviglioso Lohengrin del gennaio 2010, uno spettacolo che difficilmente potremo cancellare dalla nostra memoria. E il regista argentino non si smentisce nemmeno stavolta, nell’affrontare un’opera alla quale dichiara di essere profondamente legato. Questo vincolo si intravede ad ogni livello, a partire dalla gestione dei movimenti del Prologo, dove risulta estremamente difficile equilibrare le masse corali. De Ana ci riesce, facendo aprire le figure dal centro verso i lati e conferendo una mobilità che non infastidisce, calibrata in rapporto agli altri personaggi. Emerge il canto teso di Nikitič, interpretato con energia da Alexey Yakimov, al quale faceva da contraltare la solenne espressività di Ščelkalov, il baritono Igor Golovatenko (impegnato pure nel ruolo del gesuita Rangoni). Il coro, formato dalle maestranze del Teatro Massimo e dai membri del Coro Radiofonico di Cracovia, ci è sembrato disorganizzato e poco incisivo, con tempi eccessivamente lenti, forse imputabili al direttore (si auspica che nelle recite successive vengano aggiustate le difficoltà d’entrata e qualche problema di intonazione).
Dobbiamo attendere il secondo quadro per l’entrata in scena del protagonista. In un tripudio di icone ortodosse, già esse stesse produttrici di bagliori, la scenografia mobile fa da sfondo all’incoronazione di Boris, d’impianto visivo straordinariamente efficace, solenne e feroce. Le luci colpiscono i pannelli in rilievo, in modo tale da metterne in risalto i riflessi, moltiplicandoli all’infinito nei ricchi costumi intessuti d’oro. Sin dall’entrata Ferruccio Furlanetto conferma la fama di massimo interprete del ruolo. All’inizio la sua voce sembra leggermente esitante e non scorre in modo fluido: effetto intenzionale o messa a fuoco poco riuscita, questa scelta (o casualità) si è rivelata vincente, rivelando le fragilità di un personaggio veramente unico nella storia del teatro musicale. Il sospetto che si trattasse di qualcosa di voluto è ricomparso nel secondo Atto, vero e proprio capolavoro di interpretazione da parte di Furlanetto. Nei lunghi monologhi il basso friulano ha tirato fuori il tormento vocale di Boris, rivestendolo di un’opacità che non lasciava trapelare il benché minimo raggio di luce. Nel confronto con Šuiskij (interpretato da un valido Jan Vacik, già apprezzato nel ruolo di Yannakòs in The Greek Passion) spiccava invece la forza imperiosa del timbro e lo spessore del fraseggio. Punto culminante, la meravigliosa scena delle allucinazioni che nella rotazione dei pannelli e nel raffinato dosaggio delle sfumature blu ha colpito nel segno, creando “una specie di grande ‘carillon’, un orologio che allude all’ossessione che incombe sul protagonista” (De Ana).
Se al vertice della triangolazione del dramma sta Boris, alla base si collocano l’impostore Grigorij (Mikhail Gubsky) e la principessa polacca Marina Mnišek (Anna Victorova). Entrambi i cantanti hanno dato prova di una maturità interpretativa davvero compiuta, che nel caso del tenore si è sviluppata nel primo Atto, durante la scena nel monastero, quando nel dialogo con Pimen – il basso Marco Spotti, in grado di rendere lo stile declamato che è proprio della musica di Musorgskij – ha dimostrato un timbro squillante e di grande nitidezza, che ha convinto ed entusiasmato. Lo stesso livello è riuscito a mantenere nella scena dell’osteria, accanto ad artisti quali Pablo Ortiz Romero nel ruolo di Misail e soprattutto il bravissimo Fëdor Kuznetsov nel ruolo di Varlaam, mentre l’ostessa di Chiara Fracasso è risultata poco coinvolgente, con imprecisioni che si sono avvertite nella canzone dell’anatra. Gubsky ha proseguito nel lavoro di resa vocale del personaggio, ponendo attenzione ad ogni singola nota, ma con momenti di impasse nel terzo atto (“l’atto polacco”), dominato dalla figura di Marina. Il timbro del mezzosoprano russo non ci ha esaltato, ma la sua tecnica è sicura, il canto articolato con bravura e l’interpretazione di spessore drammatico. Le impurità della voce erano peraltro adeguate al tipo di ruolo, un miscuglio di crudeltà e sensualità che la Victorova ha messo in mostra in ogni momento, nella parte iniziale e nel duetto con Grigorij, come anche nella scena della festa, quando erano gli sfarzosi costumi della sartoria Tirelli a risaltare e a distogliere dagli impacci del corpo di ballo.
Nel quarto Atto Furlanetto ha dato ulteriore sfoggio delle proprie abilità, regalandoci un Boris monumentale e delirante, estremamente curato nella mimica facciale e nei contorcimenti di un corpo che non trovava pace, soprattutto a contatto con il trono. Il canto si è poi caricato di accenti teneri e dolorosi nel confronto con il figlio Fëdor (il mezzosoprano Lucia Cirillo), mentre intorno si dipanavano i complotti dei boiardi. Il quadro conclusivo ci ha invece riportato all’atmosfera del Prologo, con l’introduzione della figura del Folle in Cristo (Dmitry Voropaev) che ridisegna in chiave mistica il significato dell’opera. Assai valido il Coro di voci bianche del Teatro Massimo, preparato con la consueta attenzione da Salvatore Punturo, che offre momenti di alta professionalità. Completavano il cast Saverio Bambi nel doppio ruolo di Chruščëv e di un boiardo di corte, Gianfranco Giordano nel ruolo di Mitjucha, Alessandro Calamai nel ruolo di Lavickij e Carlo Di Cristofaro nel ruolo di Cernikovskij. Fisicamente incantevole la Ksenija di Anna Kraynikova – la brevità degli interventi non ci ha permesso di valutarne con altrettanta precisione le qualità vocali, comunque interessanti – e nota di merito per la nutrice Kremena Dilcheva, perfettamente a suo agio nel canto delle filastrocche all’inizio del secondo Atto. Applausi calorosi, rivolti a tutti e in particolare a Furlanetto, da parte di un pubblico non numeroso, ma comunque attento ed entusiasta. Foto Franco Lannino – Teatro Massimo Palermo


 

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