Classiche inquietudini al Teatro Malibran con Alvise Casellati

Venezia, Teatro Malibran, Stagione Sinfonica 2012 del Teatro La Fenice
Alvise Casellati intrepreta Mozart e Beethoven
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Alvise Casellati
Wolfgang Amadeus Mozart: Sinfonia n. 41 in do maggiore KV 551 ‘Jupiter’
Ludwig van Beethoven: Sinfonia n. 1 in do maggiore op. 21
Venezia, 7 marzo 2o12
Davvero stimolante il programma di questa serata, così apparentemente ‘non problematico‘, che vede l’accostamento di due opere sicuramente legate al classicismo viennese: l’ultimo lavoro sinfonico di Mozart, e il primo di Beethoven, entrambi nella tonalità di do maggiore, la più solare, olimpica, pura (per così dire, l’Alfa e l’Omega del sistema diatonico); entrambi con la stessa classica sequenza nei tempi. Ma non è proprio così. La sinfonia Jupiter è in qualche modo la summa, il punto d’arrivo del percorso umano ed artistico del genio musicale per antonomasia, una sorta di testamento spirituale in cui si colgono la solida formazione contrappuntistica dell’allievo di padre Martini, nonché la sublime cantabilità derivata dallo stile galante e dal melodramma, ma anche inquietudini che guardano verso il futuro.
Analogamente la prima sinfonia di Beethoven, al di là del suo evidente tributo ad Haydn, fa precocemente intravedere gli sviluppi futuri di un genere, che sarà proprio il compositore tedesco a traghettare  con gesto sicuro ed originale fino ai nuovi lidi del romanticismo e addirittura (si pensi alla Nona) più oltre: dalle battute iniziali, così poco ortodosse, che aprono l’adagio molto, all’imperioso finale del primo movimento già così adorabilmente beethoveniano, al menuetto che ha già tutto il sapore del futuro scherzo. Un programma, dunque, non così scontato, poiché sottintende un passaggio di testimone tra due giganti della musica, sui cui rapporti, tradizionalmente, non si è poi molto indagato.
Ma veniamo al resoconto della serata sotto l’aspetto interpretativo. Affrontare un capolavoro assoluto, qual è la Jupiter non è certo impresa facile. La proverbiale essenzialità mozartiana, che nulla concede all’effetto, alla forma fine a se stessa, alla ridondanza, pur in un’opera monumentale,  richiedono una purezza di suono, una sobrietà nell’interpretazione, che – a detta di molti interpreti – sono il frutto di una disciplina, di una compostezza nel gesto, che bisogna ricercare con umiltà e costanza. Ora, non si può dire che la performance dell’orchestra del Teatro La fenice, sotto la bacchetta del giovane  quanto autorevole direttore Alvise Casellati, sia stata inferiore alle aspettative, tuttavia l’inizio non è stato esaltante quanto a coesione, precisione negli attacchi, giusto accento interpretativo. Basti citare le primissime battute della partitura – secondo alcuni una sorta di noise-killer per richiamare l’attenzione delle distratte platee settecentesche –  che sono risuonate scialbe e strascicate. Ma in genere nei primi tre movimenti il suono mozartiano è mancato, per una certa pesantezza nel fraseggio e nell’impasto timbrico, a parte l’andante cantabile in cui è emersa la pensosa mestizia della struggente melodia che lo percorre. L’orchestra ha trovato il modo giusto (negli attacchi, nella dinamica, nell’agogica, nel legato)  soltanto nell’ultimo movimento, in cui il direttore ha sfoggiato una sicura condotta delle parti in questa travolgente apoteosi finale, in cui il grande salisburghese raggiunge veramente il sublime per sapienza di scrittura, sobrietà, inventiva, facendo convivere, come solo lui poteva, la forma sonata con un contrappunto in stile severo.
Non dissimile, ma più omogeneo, l’andamento esecutivo della prima sinfonia di Beethoven. Anche in questo caso le battute iniziali, sospese e pensose, sono state scandite con una certa imprecisione, mentre, in generale, il suono non era sempre ben amalgamato. Ma già nell’allegro con brio si sono potute ascoltare maggiore sobrietà e leggerezza, coniugate ad una misurata ricerca del pathos, oltre a sufficiente nitidezza nelle belle transazioni armoniche tipicamente beethoveniane. Brioso e ben scandito il menuetto (scherzo); soavemente lirico il trio, grazie anche all’ottimo legato dei legni. Precisione tecnica e ironia nell’interpretazione dell’allegro molto e vivace, in cui Casellati ha trovato il giusto stacco dei tempi e della dinamica ricca di sforzati. Ottima, in questo finale, in particolare la prova degli ottoni, ma l’intera orchestra ha suonato con grande affiatamento. Scroscianti e prolungati applausi dopo il primo pezzo e soprattutto alla fine (ma nessun bis).
Foto Michele Crosera – Teatro La Fenice di Venezia

 

 

 

 

 

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