Venezia, Teatro Malibran: “Powder her face”

Venezia, Teatro Malibran, Stagione Lirica 2012
“POWDER HER FACE” (Incipriale il viso)
Opera da camera in due atti op.14, libretto di Philip Hensher
Musica di Thomas Ades
La Duchessa OLGA ZHURAVEL
La cameriera / L’amica / L’amante del Duca / La ficcanaso / La giornalista di cronaca rosa  ZUZANA MARKOVA’
L’elettricista / Il gigolò / Il cameriere / Il ficcanaso / Il fattorino LUCA CANONICI
Il direttore dell’hotel / Il Duca /L’addetto alla lavanderia /Un ospite dell’hotel / Il giudice NICHOLAS ISHERWOOD
Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia
Direttore Philip Walsh
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Luci  Vincenzo Raponi
movimenti coreografici Roberto Pizzuto
Prima rappresentazione a Venezia
Allestimento Teatro Rossini di Lugo di Romagna e Teatro Comunale di Bologna
Venezia, 27 aprile 2012

Se per Leopardi la noia può essere considerata, in un certo senso, il più sublime dei sentimenti umani, in quanto coincide con l’insoddisfazione degli spiriti eletti di fronte alla pochezza, alla finitezza del reale, il sentimento che circolava a volte tra il pubblico del Malibran, assistendo alle performance a luci rosse della Duchessa d’Argyll e del suo ineffabile entourage, ci è sembrato alquanto simile a quello decantato dal sublime poeta di Recanati. Intendiamoci, la chamber opera di Adès è un lavoro di raffinato eclettismo che, col supporto di un organico di soli quindici esecutori – sulla falsariga di tanti capolavori britteniani composti per l’English Opera Group – incrocia vari generi musicali: dal tango di Astor Piazzolla (in apertura e chiusura dell’opera) a Cole Porter (che compose una canzone sulla trasgressiva nobildonna), al musical, al jazz. Peraltro la cifra predominante nella partitura è quel declamato impervio e dissonante, che caratterizza, pur in forme diverse, tanto teatro musicale novecentesco: oltre che a Benjamin Britten (di cui in qualche modo Thonas Adès è considerato l’erede), a Richard Strauss e a Leoš Janáček, il compositore guarda a Die dreigroschenoper di Kurt Weill, nonché alle amate Lulu di Alban Berg e The Rake’s Progress di Igor Stravinskij. Tuttavia la tematica sessuale ossessivamente ricorrente, le situazioni e le movenze della maggior parte dei personaggi, inequivocabilmente, continuamente allusive – pur nella sobria messinscena del collaudatissimo Pier Luigi Pizzi – non rappresentano nulla di nuovo sotto il sole, né tantomeno mostrano, a nostro modesto avviso, un volto rinnovato del melodramma: semmai un suo vano inseguire certe forme di televisione (o cinema o letteratura) non propriamente ‘culturali’. A proposito della regia, l’obiettivo dichiarato di non trascendere mai nella volgarità è stato pienamente raggiunto anche riguardo alla situazione più scabrosa, in cui la protagonista canta a bocca chiusa, per non dire altro, nascosta dentro il baldacchino del letto, da cui emerge il busto di uno dei suoi numerosi quanto occasionali partner. Nondimeno la staticità della scena, che con poche variazioni si basa su un rosso cardinale dilagante quasi ovunque, non rende appieno i diversi piani, a livello sia psicologico che temporale, attraverso cui si snoda la vicenda, che inizia e finisce nel momento del declino della protagonista e per il resto è costituita da un lungo flash-back sulla sua ‘carriera di libertina’, tanto per ricordare ancora l’opera di Stravinskij.
Grande presenza scenica hanno dimostrato, oltre al phisique du rôle,  le due interpreti femminili, Olga Zhuravel e Zuzana Marková, rispettivamente la duchessa (soprano drammatico) e la cameriera (soprano leggero che, come avviene per gli altri ruoli del cast, a parte la protagonista, veste di volta in volta i panni di diversi personaggi), impegnate ad esibire le loro grazie in una reiterata ‘danza dei sette veli’ che culmina, nel caso della cameriera trasmutatasi in amante del Duca, nel nudo integrale. Entrambe le voci si sono dimostrate a loro agio affrontando la tessitura esasperata  della propria  parte con precisione, agilità, intensità espressiva. Più enfatica la Zhuravel a rendere la tragicità che traspare sotto l’apparente sfrenato edonismo nel personaggio a lei affidato, adorabilmente cinguettante verso la zona acuta Zuzana Marková nell’esprimere sensualità, perfidia, conformismo, glamour. Vocalmente autorevole è apparso il tenore Luca Canonici, capace di un canto dispiegato e, quando occorreva, beffardamente sentimentale, a seconda delle sue multiformi apparizioni, dove ha dimostrato bel timbro chiaro, facilità negli acuti, efficace  gestualità. Più ingessato scenicamente il basso baritono Nicholas Isherwood che ha prestato la sua voce ad un nutrito stuolo di personaggi, tra cui lo spregiudicato duca di Argyll e l’implacabile giudice. Ma, soprattutto nel registro grave, ha rivelato una certa ruvidezza di timbro, che comunque poteva anche essere funzionale a certi tratti caricaturali dei suoi vari ruoli. L’orchestra sotto l’autorevole bacchetta di Philips Wash ha fornito una prova eccellente nell’affrontare la variegata partitura di Adès che, come abbiamo detto, ripercorre diversi stilemi del teatro musicale del secolo scorso, dalle avanguardie al neoclassicismo. Grande equilibrio in orchestra e tra l’orchestra e il palcoscenico: il direttore ha saputo dare ai cantanti il dovuto rilievo e nello stesso tempo ha reso con analitica efficacia i preziosi impasti sonori (pensiamo alle settime diminuite che sottolineano certi stati d’animo della protagonista) come le asprezze dionisiache di un’orchestrazione che, tra l’altro, affida un ruolo determinante alle percussioni, comprendenti anche strumenti eterodossi come il mulinello di un canna da pesca e gli oggetti più disparati. Calorosi applausi hanno festeggiato gli interpreti alla fine dello spettacolo.

 

 

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